Il collasso dell'età del bronzo, anche noto come collasso della tarda età del bronzo, è un termine moderno che si riferisce al declino e alla rovina delle maggiori civiltà mediterranee tra il XIII e il XII secolo a.C. Gli studiosi hanno dibattuto per oltre un secolo circa la causa precisa e il periodo probabile del collasso dell'età del bronzo, senza tuttavia giungere a una risposta condivisa.
Quello che si sa per certo è che all'incirca tra il 1250 e il 1150 a.C. molte grandi città furono distrutte, intere civiltà caddero, le relazioni diplomatiche e commerciali furono interrotte, i sistemi di scrittura svanirono e morte e distruzione si diffusero su una scala mai vista prima di allora.
Le cause principali proposte per il collasso sono:
- Catastrofi naturali (terremoti)
- Cambiamento climatico (che causò siccità e carestia)
- Ribellioni interne (guerre di classe)
- Invasioni (principalmente dai popoli del mare)
- Interruzione delle relazioni commerciali e/o collassi del sistema (instabilità politica)
Una volta completato questo collasso, la regione mediterranea entrò in una "epoca oscura" in cui il ferro sostituì il bronzo come metallo prevalente, le relazioni diplomatiche e commerciali divennero praticamente inesistenti e ci fu un netto declino per quanto riguarda l'arte, l'architettura e, in generale, la qualità della vita rispetto all'età del bronzo.
L'età del bronzo (circa 3300-1200 a.C.) fu seguita dall'età del ferro (circa 1200-550 a.C.), un periodo di trasformazione e sviluppo che, complessivamente, non fu tanto "oscuro" quanto creduto dagli studiosi del XIX e XX secolo.
Sembra che l'età del ferro apparve come tale a questi autori solamente in confronto con la grandiosità e prosperità dell'età del bronzo. Ciononostante, sebbene diverse civiltà si stessero progressivamente ricostruendo e sviluppando, molte cose furono perdute e non sarebbe stato possibile replicarle. Il collasso dell'età del bronzo rappresenta una lezione particolarmente rilevante per il presente, in un'epoca in cui le interconnessioni globali assomigliano da vicino alla complessa rete di nazioni che caratterizzò questa era.
L'età del bronzo
L'età del bronzo è così denominata per la popolarità del bronzo in metallurgia e rappresenta un'utile designazione per il periodo. Questa era vide lo sviluppo della civiltà in ogni suo aspetto e in ogni regione del Mediterraneo. L'età del bronzo è il periodo meglio conosciuto per i suoi sviluppi in ambito culturale, linguistico, tecnologico, religioso, artistico, architettonico, politico, bellico e commerciale.
La maggior parte delle persone pensa all'età del bronzo quando sente l'espressione "storia antica" poiché, in questo periodo, furono costruite le Piramidi di Giza (durante l'Antico Regno egizio, circa 2613-2181 a.C.) e il Tempio di Karnak, a partire dal Medio Regno egizio (2040-1782 a.C.) e per tutto il Nuovo Regno (circa 1570-1069 a.C.).
In Mesopotamia, il Periodo di Uruk (circa 4000-3100 a.C.) vide, tra gli altri sviluppi, l'invenzione della ruota e della scrittura. Quest'epoca è seguita dal cosiddetto Periodo Protodinastico (circa 2900-2350/2334 a.C.) e poi dall'Impero Accadico (2350/2334-2154 a.C.), in cui Sargon di Akkad (r. 2334-2279 a.C.) fondò la prima entità politica multiculturale del mondo. Babilonia diventò successivamente il grande centro culturale della Mesopotamia mentre l'Elam costruiva imponenti città.
Gli Hatti si stabilirono in Anatolia (circa 2700-2400 a.C.) e costruirono la grande città di Hattusa (circa 2500 a.C.). L'Impero Ittita (1400-1200 a.C.) fiorì e il Regno di Mittanni si estendeva dall'Iraq settentrionale fino alla Turchia. La cultura cipriota, sviluppatasi a Cipro, e la città fenicia di Ugarit nel Levante, tra le altre, prosperarono, mentre la civiltà micenea della Grecia (circa 1600-1100 a.C.) era al suo apice.
Dopo che ogni entità politica si fu stabilizzata e centralizzata, il commercio prosperò a tal punto che, attorno al 1350 a.C., l'Assiria, Babilonia, l'Egitto, l'Impero Ittita e il Regno di Mittanni erano strettamente collegati in una rete commerciale e diplomatica che gli studiosi moderni chiamano il "Club delle Grandi Potenze" (Ancient Egypt, van de Mieroop, 188), un'articolata rete internazionale di relazioni tra i più potenti monarchi dell'epoca. La sua esistenza è appurata grazie alle lettere di Amarna del XIV secolo a.C., contenenti la corrispondenza tra i sovrani d'Egitto e le altre nazioni.
Queste relazioni cordiali si tradussero in prosperità per i popoli delle terre coinvolte. Il commercio fiorì, come è reso evidente, tra le varie testimonianze, dai grandiosi progetti architettonici del Nuovo Regno egizio. Ogni nazione prosperò grazie a questi legami commerciali e diplomatici. Questo stile di vita fu drammaticamente capovolto nella seconda metà del XIII secolo a.C. con il cosiddetto collasso dell'età del bronzo.
Quando questo arrivò al termine, tra le nazioni che componevano il Club delle Grandi Potenze, solo l'Egitto rimase in piedi, sebbene notevolmente indebolito. Sopravvisse grazie al Nilo, al suo governo centralizzato ed efficiente apparato burocratico, al surplus di cibo e alla vittoriosa difesa del territorio da parte di Ramses III contro i Popoli del Mare.
Cause del collasso
sociopolitica dell'egittologo francese Gaston Maspero (1846-1916), che nel 1881 per primo coniò il termine "Popoli del Mare" per riferirsi agli invasori del XIII e XII secolo a.C., gli studiosi hanno sempre presentato le cause del collasso dell'età del bronzo come una sequenza lineare di eventi: dei terremoti distrussero le città e i raccolti insufficienti per via del cambiamento climatico causarono una carestia; questi fenomeni portarono all'instabilità socio-politica che sfociò in ribellioni interne; allo stesso tempo, alcune grandi popolazioni, sradicate dalle proprie terre dalle stesse difficoltà, migrarono nel Mediterraneo e, nella loro ricerca di un nuovo insediamento, stravolsero le popolazioni locali; tutte queste pressioni portarono infine alla perdita delle relazioni diplomatiche e commerciali e alla caduta della civiltà mediterranea.
Questa concezione lineare di cause è problematica non solo per la sua eccessiva semplicità - infatti tutte queste civiltà erano già precedentemente sopravvissute a invasioni, terremoti e instabilità - ma anche perché presuppone sempre una data fissa per l'inizio e la fine del collasso, per poi trovare eventi storici che rientrino nella narrativa e supportino quella datazione.
Come proposto da studiosi quali Eric H. Cline, A. Bernard Knap, Stuart W. Manning e Brandon L. Drake, è molto più probabile che tutte queste pressioni si abbatterono sulle civiltà mediterranee in rapida successione, forse quasi simultaneamente, senza che potessero riprendersi da una catastrofe prima che sopraggiungesse un'altra. Cline si riferisce a questo fenomeno chiamandolo "una tempesta perfetta di calamità" e spiega:
Forse gli abitanti avrebbero potuto sopravvivere a un disastro, come un terremoto o una siccità, ma non potevano sopravvivere agli effetti combinati di terremoto, siccità e invasori in rapida successione. Seguì così un "effetto domino" nel quale la disgregazione di una civiltà portò alla caduta delle altre.
(165)
Questa ipotesi è piuttosto probabile dato che, come osservato, le civiltà mediterranee affrontarono già la maggior parte di queste minacce e sopravvissero. Cline evita la trappola di una datazione precisa per il collasso e sottolinea che la sua data, il 1177 a.C., è solamente una "semplificazione accademica" per l'inizio del collasso e non dovrebbe essere intesa come una data definitiva:
Si potrebbe dire che il 1177 a.C. rappresenta per la fine della tarda età del bronzo quello che il 476 d.C. rappresenta per la fine di Roma e l'Impero Romano d'Occidente: entrambe sono date che gli studiosi moderni possono comodamente indicare come la fine di una grande epoca. L'Italia fu invasa e Roma fu saccheggiata numerose volte durante il V secolo d.C., ad esempio nel 410 d.C. da parte di Alarico e i Visigoti e nel 455 d.C. da Genserico e i Vandali.
Ci furono inoltre molte altre ragioni per la caduta di Roma, in aggiunta a questi attacchi; la vicenda è però molto più complessa, come può prontamente evidenziare qualunque storico romano. Comunque, è conveniente, ed è considerato un'accettabile semplificazione accademica, collegare l'invasione di Odoacre e gli Ostrogoti nel 476 d.C. con la fine degli anni d'oro di Roma.
(172)
In quest'ottica, le cause del collasso dell'età del bronzo vanno viste come suggerimenti per una probabile datazione. Viene accettato, però, un arco di tempo generale che corre approssimativamente dal 1250 al 1150 a.C.; durante questo periodo, certi aspetti del collasso, come il cambiamento climatico, si affermano più nettamente a causa della prevalente assenza di prove riguardo a questi eventi anteriori al periodo del collasso.
Catastrofi naturali: Knapp e Manning sottolineano che i terremoti erano un evento comune nel Mediterraneo, tanto nel XIII-XII secolo quanto nei secoli precedenti. Nel loro studio citano il ricercatore Robert Drews, il quale "ha presentato un elenco di 47 siti nella regione che furono distrutti durante i 50 anni [del collasso]", sostenendo però che è difficile chiarire quali fossero stati distrutti da terremoti e quali da invasioni o ribellioni interne (113). Knapp e Manning evidenziano anche la possibilità di una "tempesta di terremoti", cioè una serie di terremoti in rapida successione, che potrebbe spiegare la distruzione su vasta scala.
Cambiamento climatico: l'archeologo David Kaniewski indica il cambiamento climatico come fattore fondamentale nel collasso e afferma: "il cambiamento climatico improvviso alla fine della tarda età del bronzo causò dei fallimenti di raccolti su scala regionale, il che portò a crisi socio-economiche e insostenibilità" (Knapp & Manning, 103). Come osserva Kaniewski, questa crisi avrebbe poi causato le migrazioni e/o invasioni di massa che furono documentate dalle popolazioni di Cipro, Anatolia ed Egitto.
Il problema di questa tesi è la cronologia del collasso dell'età del bronzo. Come già detto, non esiste una data fissa né per l'inizio né per la durata del collasso: le date per l'inizio spaziano dal 1250 al 1186 al 1177 a.C. Perciò, non è possibile indicare il cambiamento climatico come causa unica. Knapp e Manning ricordano che "non siamo in possesso di alcuno specifico dato climatico dal Mediterraneo orientale" per questo periodo, sebbene riconoscano che il cambiamento climatico possa aver svolto un ruolo significativo nel collasso (117).
Tuttavia, lo studioso Brandon L. Drake osserva che "la grotta di Soreq, in Israele, conteneva la testimonianza di precipitazioni nel Levante settentrionale per un periodo di 150.000 anni", la quale mostra un declino continuo e senza precedenti nelle precipitazioni in corso nel 1150 a.C., che per allora sarebbe stato abbastanza importante da causare siccità. Citando il lavoro di Kaniewski e Harvey Weiss, Drake sottolinea che una cosiddetta "mega-siccità" (secondo la terminologia di Weiss) colpì la regione all'incirca nel periodo 1200-850 a.C.; ciò è testimoniato tramite un esame del polline e delle tracce alluvionali e anche tramite la corrispondenza tra i sovrani del tempo (Drake, 1863). Drake conclude:
Un crollo nella temperatura della superficie del Mediterraneo, anteriore al 1190 a.C., ridusse il flusso annuale di acqua dolce a causa dell'abbassamento della velocità di evaporazione; i venti provenienti da ovest, quindi, trasportavano meno vapore acqueo, con una conseguente riduzione nelle precipitazioni.
(1868)
La riduzione nelle precipitazioni causò la siccità, la quale colpì i raccolti e portò a carestie, che diedero poi la spinta a migrazioni e/o invasioni.
Ribellioni interne: sono indicate come un'altra causa anche le guerre di classe, definite come rivolte dei ceti inferiori contro i privilegi dell'élite. Durante il regno di Ramses III (1186-1155 a.C.) è documentato il primo sciopero del lavoro della storia a seguito del mancato pagamento dei costruttori di tombe a Deir-el-Medina. Inoltre, la profanazione di tombe divenne un fenomeno dilagante in quest'epoca e lo studioso William H. Stiebing afferma: "è significativo che l'acquisto più frequente dei ladri col loro bottino fosse il cibo" (227).
Cline menziona la distruzione della città cananea di Hazor e afferma che "fu causata da ribellioni interne degli abitanti della città" che forse erano privi di un adeguato approvvigionamento alimentare (148). La carenza di cibo emerge come un ovvio indizio dalle testimonianze archeologiche e documentarie; questa incoraggiò i ceti inferiori a ribellarsi contro coloro che, a loro dire, trattenevano le risorse.
Invasioni: un tempo, il collasso dell'età del bronzo era attribuito solamente all'invasione dei cosiddetti popoli del mare tra il 1276 e il 1178 a.C. circa. L'identità di questa coalizione è tuttora oggetto di dibattito. Tuttavia, chiunque fosse e da dovunque venisse, questa sconvolse le civiltà del Mediterraneo. I nomi delle loro tribù includono, tra gli altri, gli Shardana, gli Shekelesh, i Lukka, i Tursha, gli Akawasha e i Peleset. Le iscrizioni egizie del Nuovo Regno affermano chiaramente che furono respinti con la forza da Ramses II (Ramses il Grande, r. 1279-1213 a.C.), suo figlio e successore Merenptah (r. 1213-1203 a.C.) e Ramses III, che li sconfisse nel 1178 a.C.
Sono addotte come causa principale anche le invasioni in altri luoghi da parte di altri popoli. Stiebing segnala la teoria di Drews per le invasioni, specialmente da parte dei popoli del mare:
Robert Drews ha proposto un'interessante alternativa alla spiegazione delle invasioni che identifica i cambiamenti bellici come la ragione della fine dell'età del bronzo. Secondo questa teoria, le popolazioni barbare come i popoli del mare, a lungo impiegate come mercenari dalle Grandi Potenze, si rivoltarono improvvisamente contro i loro padroni.
(229)
Questa teoria è, tuttavia, insostenibile, poiché ignora le testimonianze ben documentate dei sovrani egizi, specialmente Ramses III, che mostrano l'arrivo dei popoli del mare su carri con mogli e figli, il che indica chiaramente un popolo che migra al seguito di una forza d'invasione.
Interruzione delle relazioni commerciali e collasso del sistema: si è anche indicata la rottura dei legami commerciali e diplomatici come causa del collasso. Questa, però, non può essere stabilita come causa primaria: non c'era alcuna ragione per cui le Grandi Potenze avrebbero dovuto improvvisamente decidere di interrompere le relazioni e permettere che le proprie culture regredissero o le proprie civiltà crollassero.
L'interruzione del commercio sarebbe stata il culmine di fattori stressanti ad essa anteriori. La natura globale (secondo quello che "globale" avrebbe potuto significare per i popoli dell'antico Mediterraneo) del commercio a quell'epoca connetteva ogni nazione così strettamente che il crollo di una avrebbe significato il crollo delle altre. Stiebing commenta:
[Gli studiosi] hanno sostenuto che le civiltà dell'età del bronzo sperimentarono un collasso del sistema. Le loro economie avevano una base troppo stretta e la loro rete commerciale dipendeva da una condizione di relativa pace. C'erano anche vari problemi di natura sociale che causarono malcontenti interni, quali la schiavitù per debiti, l'alienazione delle terre, il maltrattamento dei contadini da parte dell'aristocrazia.
Dunque, alla fine del tredicesimo secolo, la pirateria e i conflitti militari interruppero il commercio. Il sostanziale declino commerciale, a sua volta, portò al collasso economico, alle rivolte e alla rottura generale dei sistemi economici, politici e sociali.
(230)
Nessuna di queste cause è sufficiente, da sola, per spiegare il collasso dell'età del bronzo. La maggior parte degli studiosi è d'accordo con la conclusione espressa brevemente da Marc van de Mieroop: "nessuna singola causa può spiegare quello che successe in ogni regione e stato" (Near East, 190). Lo scenario che si adatta a una regione potrebbe non funzionare per un'altra e la spiegazione che vuole una concatenazione lineare di cause ignora le precedenti epoche storiche in cui ci furono simili minacce senza alcun collasso.
I secoli oscuri
L'Impero Ittita cadde, Ugarit fu distrutta, la civiltà micenea sparì, le città del Levante seguirono uno schema simile e anche i Ciprioti ne risentirono. L'età dell'oro del Club delle Grandi Potenze e la conseguente prosperità divennero solo un ricordo registrato nel mito, in particolare nella Grecia dell'VIII secolo a.C. da Omero ed Esiodo, i quali rammentano al lettore di una grande epoca, nel passato ormai lontano, che fu ampiamente superiore al presente.
Cline termina il suo libro, 1177 a.C. Il collasso della civiltà (1177 BC: The Year Civilization Collapsed) con una nota ottimistica e ricorda che dalle ceneri del collasso dell'età del bronzo provenirono le sementi delle civiltà che avrebbero creato il mondo moderno. Suggerisce che "alle volte è necessario un incendio su vasta scala per aiutare l'ecosistema di una vecchia foresta a rigenerarsi e permettergli di prosperare nuovamente" (176). Ciò è senz'altro vero, ma, come osserva inoltre, non si può evitare di chiedersi come sarebbe stato il mondo moderno se non ci fosse stato alcun collasso dell'età del bronzo.
In seguito, ci furono senz'altro enormi conquiste culturali e i "secoli oscuri" che seguirono il collasso non furono affatto tanto bui quanto immaginato dagli studiosi precedenti. Per menzionare solo un esempio, il Terzo Periodo Intermedio egizio (circa 1069-525 a.C.), che un tempo gli storici descrivevano come un'età di declino senza legge, ora viene riconosciuto per la grande qualità dell'artigianato metallurgico che lavorava "l'oro e l'argento ma soprattutto il bronzo" (Shaw, 361). La lavorazione del bronzo sopravvisse al collasso, così come molti altri aspetti della civiltà dell'età del bronzo.
Alcuni sistemi di scrittura svanirono, in particolare quello miceneo e minoico, ma l'alfabeto fenicio prese il loro posto. Progressivamente, i popoli del Mediterraneo che sopravvissero al collasso si adattarono alla loro nuova realtà e ricostruirono le proprie vite, che furono ovviamente piuttosto diverse da come sarebbero state senza collasso. Tuttavia, come osservò il filosofo greco Eraclito di Efeso, l'essenza stessa della vita è il cambiamento e ogni cosa, in ogni tempo, attraversa una trasformazione, volente o nolente; così accadde alle civiltà dell'età del bronzo.
Ciononostante, il confronto tra il periodo del collasso e i tempi moderni appare piuttosto impressionante: ora, come allora, il mondo è strettamente connesso tramite il commercio e la diplomazia globali e il crollo di una nazione influisce sicuramente sulle sorti di ogni altra. Come osserva Cline:
In un sistema complesso come quello contemporaneo, [un singolo punto critico] è quanto basta per destabilizzare l'intero sistema e portarlo al collasso.
(176)
Quel punto critico, come prevedono la scienza moderna e l'osservazione empirica, è rappresentato dal cambiamento climatico, cioè quel singolo elemento tra le cause del collasso dell'età del bronzo che archeologi e studiosi stimati sostengono fosse, in quell'epoca, senza precedenti.
