Fantasmi nell'antica Mesopotamia

Solo un altro aspetto, in realtà, della Vita stessa
Joshua J. Mark
di , tradotto da Elisa Mion
pubblicato il
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Nell'antica Mesopotamia i fantasmi erano considerati una realtà della vita stessa, proprio come in altre civiltà del mondo antico. Sebbene le culture delle varie civiltà mesopotamiche differissero notevolmente tra 5000 a.C. e 651, circa, la credenza nei fantasmi e le reazioni alle apparizioni soprannaturali rimasero pressoché simili anche quando i riti funebri o le visioni dell'aldilà cambiarono.

I popoli dell'antica Mesopotamia si consideravano collaboratori degli dèi stessi nel mantenimento dell'ordine cosmico. Gli dèi avevano creato gli esseri umani dall'argilla e li avevano animati con un soffio divino, ma avevano anche fissato un limite di tempo per ogni loro vita. Quando quel tempo scadeva, ogni persona si recava nell'aldilà, conosciuto con molti nomi nel corso dei secoli, ma meglio noto come Irkalla - la terra del non ritorno. L'aspetto divino della persona continuava a vivere nell'Irkalla, un luogo oscuro fatto di polvere e pozzanghere, e dipendeva dai vivi per il proprio sostentamento attraverso il ricordo e il sacrificio, in particolar modo, tramite offerte quotidiane d'acqua fresca.

Pazuzu Amulet
Amuleto raffigurante Pazuzu Osama Shukir Muhammed Amin (Copyright)

Si riteneva, inoltre, che il corpo del defunto dovesse ricevere una sepoltura adeguata e rispettosa, comprendente i corredi funerari di cui avrebbe avuto bisogno nell'Irkalla. Se il rituale funebre non veniva osservato correttamente, oppure se la famiglia del defunto non lo commemorava con sacrifici, preghiere e libagioni, gli dèi concedevano allo spirito il permesso di tornare nel mondo dei vivi e di perseguitare coloro che avevano trascurato i propri doveri umani.

Questa era la forma più comune di fantasma nell'antica Mesopotamia - un membro della famiglia con una legittima lamentela nei confronti dei vivi - ma v'erano anche fantasmi vaganti che sfuggivano dall'Irkalla senza permesso, o coloro che erano morti in battaglia e non erano stati sepolti, o che erano annegati e il cui corpo non era mai stato recuperato; ognuno di questi poteva infestare una casa oppure entrare in una persona attraverso l'orecchio, portando malattia, sfortuna o persino la morte.

I beni vengono deposti in una tomba in base alla credenza secondo la quale la morte non sia, in verità, la fine di tutto.

La ricerca accademica contemporanea ha ricollegato la credenza mesopotamica nei fantasmi alla struttura sociale della famiglia e all'importanza dei legami di parentela - e questa sembra una conclusione valida, poiché i doveri verso i defunti forgiavano relazioni intergenerazionali - ma per gli stessi popoli mesopotamici i fantasmi erano semplicemente un altro aspetto della vita stessa, di cui bisognava doverosamente occuparsi. Se si voleva rimanere in buona salute e godersi qualsiasi progetto si avesse per il futuro, la cosa migliore era prendersi cura adeguatamente dei propri defunti e adottare misure per proteggersi dai fantasmi arrabbiati con cui non si aveva nulla a che fare.

Prime credenze religiose e fonti

L'accademico Irving Finkel ha osservato che l'antica credenza mesopotamica nei fantasmi può essere fatta risalire alle prime sepolture che includevano corredi funerari. Le tombe più antiche finora rinvenute in Mesopotamia sono le nove contenenti resti di Neanderthal nella Grotta di Shanidar, nell'area dei Monti Zagros, datate tra i 60.000 e i 45.000 anni fa (Black, Gods & Demons, 59). Scoperto per la prima volta nel 1951, secondo alcuni archeologi il sito fornisce prove dell'esistenza di corredi funerari sotto forma di conchiglie e pratiche funerarie, come dimostra la presenza di polline di fiori nelle tombe, il che suggerisce che fossero stati deposti dei fiori sul cadavere (sebbene quest'ipotesi sia stata ampiamente contestata). Corredi funerari sono stati identificati con certezza nel sito dell'antica città di Eridu, risalente, tuttavia, attorno al 5400 a.C. L'accademica Gwendolyn Leick commenta così i corredi funerari fino al periodo di Ubaid:

I corpi sepolti in tombe di terra o pietra potevano essere accompagnati da insiemi d'utensili, come coltelli in selce, oppure da ornamenti personali, come perline. Spesso si trovano anche tracce di colore rosso sulle ossa, il che indica una certa simbologia legata al colore. Nel periodo di Ubaid, le tombe di Eridu contenevano ricchi corredi funerari, come raffinati servizi di ceramica in miniatura, statuette antropomorfe in argilla, pezzi di carne e gioielli. Alcune persone erano state sepolte con un cane a cui era stato dato un osso.

(73)

Finkel sostiene che non vi sia altra ragione per collocare oggetti di valore in una tomba se non quella di credere che il defunto ne avrà bisogno in un altro regno. Inoltre, se lo spirito è in grado di viaggiare oltre il mondo mortale, è ragionevole supporre che possa anche tornare indietro, come afferma Finkel nei tre punti della sua argomentazione riguardante i corredi funerari e i fantasmi. I corredi vengono deposti in una tomba in virtù della convinzione che la morte non sia la fine di tutto e, pertanto, i popoli dell'antica Mesopotamia credevano che:

  • qualcosa di un essere umano sopravvivesse dopo la morte;
  • quel qualcosa sfuggisse alla morsa del cadavere e andasse da qualche altra parte;
  • se quel qualcosa andava da qualche altra parte, ci si può ragionevolmente aspettare che fosse anche in grado di tornare indietro (5).

Finkel accetta l'affermazione secondo cui le perline rinvenute nella Grotta di Shanidar siano, di fatto, parte di corredi funerari, e che i residui di polline costituiscano una prova dei relativi riti funerari previsti. Egli, infatti, ritiene che:

Da questo punto di vista, dovremmo ritenere che i fantasmi abbiano fatto la loro comparsa già durante il Paleolitico superiore, forse attorno al 50.000 a.C. La semplice idea che qualcosa di riconoscibile di una persona defunta possa, in un determinato momento, tornare nella società umana, non mi sembra né fantasiosa né sorprendente. Le sue radici affondano in quell'orizzonte evolutivo in cui i corredi funerari divennero per la prima volta la norma. A differenza del lutto e della sepoltura, è proprio la convinzione profondamente radicata che una parte di una persona non svanisca per sempre a distinguerci nettamente dall'intero regno animale.

(5-6)

Anche se si dovesse respingere la datazione più antica delle sepolture della Grotta di Shanidar, è chiaro che la pratica d'includere corredi funerari nelle sepolture era già consolidata nel periodo di Ubaid (6500 - 4000 a.C., circa), mentre le fonti scritte relative ai fantasmi compaiono già nel periodo Protodinastico (2900 - 2350/2334 a.C., circa). Tra questi vi sono incantesimi per proteggersi dai fantasmi, per rimandare un fantasma negli Inferi, ed incantesimi legati alla negromanzia grazie ai quali era possibile evocare un fantasma per interrogarlo prima di recitare altri incantesimi per rimandarlo al luogo di appartenenza.

The Queen of the Night Reconstruction
Ricostruzione del rilievo della Regina della Notte Trustees of the British Museum (Copyright)

A differenza dell'antico Egitto che sviluppò una vasta e complessa raccolta di opere sull'aldilà e sugli spiriti, le antiche fonti mesopotamiche sono variegate e comprendono composizioni recitate durante i rituali religiosi oppure i riti funebri, nonché celebri opere letterarie quali La Discesa di Inanna negli Inferi, l'Epopea di Gilgameš, Enkidu e gli Inferi, Nergal ed Ereškigal e La Morte di Ur-Nammu.

L'Oltretomba

L'aldilà mesopotamico era la destinazione finale di tutti i mortali, indipendentemente da come avessero vissuto. Sovrano o contadino, eroe o malvagio, uomo, donna o bambino, tutti finivano nello stesso luogo: un regno oscuro sotto la terra, governato da Ereškigal, Regina dei Morti, alla quale si unì in seguito il suo consorte Nergal. Ereškigal era conosciuta anche come Allatu ed Irkalla, nomi che indicavano pure il suo regno, quest'ultimo noto, inoltre, come Kurnugia - la terra del non ritorno. L'accademico Jeremy Black spiega così la radice kur presente nel termine Kurnugia:

La parola kur in sumerico ha due significati distinti. Uno di questi è "montagna" o, più in generale, "le montagne", in particolare i Monti Zagros, ad Est della Mesopotamia. Per questo motivo, può anche riferirsi ad una "terra straniera" (diversa da Sumer) … Il secondo significato di kur è "terra, suolo" e, in particolar modo, kur è uno dei nomi con cui si indica il mondo sotterraneo su cui viviamo: l'aldilà o dimora dei morti.

(Gods & Demons, 114)

Inizialmente si pensava che Kurnugia/Irkalla si trovasse al di sotto delle Montagne del Tramonto, ad Ovest, ma col tempo si scoprì che v'erano numerosi ingressi agli Inferi, e quel luogo venne considerato un vasto regno che ogni giorno si riempiva costantemente di nuovi arrivati. Il compito principale di Ereškigal era quello di mantenere l'ordine, il che comportava assicurarsi che i morti rimanessero al loro posto, separati dai vivi, e che nessun essere vivente entrasse nel suo regno. Era coadiuvata dal suo servitore Neti, il guardiano della porta, e, in seguito, da Nergal, dio della guerra.

Ereškigal viene menzionata per la prima volta in un frammento risalente all'età di Akkad (2350/2334 - 2154 a.C., circa), ma appare pienamente come Regina dei Morti nel poema La Morte di Ur-Nammu, risalente al regno di Šulgi della III Dinastia di Ur (2094 - 2046 a.C., circa). Il poema è degno di nota perché presenta un'immagine diversa dell'aldilà, pur conservandone la visione di base di una terra arida. Kurnugia/Irkalla è sempre raffigurato come una landa desolata di tenebre e polvere, ma, quando Ur-Nammu vi giunge in questo poema, viene organizzato un grande banchetto di benvenuto e molti animali vengono macellati per la festa in atto.

Ishtar's Descent into the Underworld Inscription
Iscrizione della Discesa di Ištar negli Inferi Osama Shukir Muhammed Amin (Copyright)

Tuttavia, riporta il poema, "il cibo degli Inferi è amaro, l'acqua degli Inferi è salmastra" (versi 83-84; Black, Sumerian Literature, 59). A parte il riferimento a questo banchetto, l'unica eccezione alla descrizione di una terra crepuscolare fatta di polvere è la tavola in oro e argento su cui giocano gli spiriti dei bambini nati morti, abbondantemente ricolma di miele. Non sorprende, dunque, che gli spiriti scelgano periodicamente di sgattaiolare fuori e tornare alla luce della vita nel regno dei mortali.

I Fantasmi

Come già constatato, uno spirito poteva tornare sotto forma di fantasma - noto come gidim, in sumerico, ed etemmu, in accadico - per diverse ragioni. Il gidim/etemmu rappresentava l'intelligenza, la personalità e il carattere di una persona - la scintilla divina che si separava dal corpo al momento della morte - e questo spirito era pienamente consapevole di sé. Alla morte, lasciava il corpo e veniva guidato alle porte dell'aldilà dal dio Ninazu, figlio di Gula, la dea della guarigione e della salute, che aiutava l'anima nel passaggio verso la morte. Non vi era alcun giudizio morale sull'anima una volta raggiunto l'aldilà, ma solo una sorta di "lista di controllo" consultata per assicurarsi che la persona appartenesse realmente a quel luogo. Successivamente, si attraversavano le Sette Porte per raggiungere questo regno delle tenebre, come descritto da Finkel:

Tutti i fantasmi sono in agguato, e il loro numero cresce di minuto in minuto man mano che muoiono altre persone. Nell'Epopea di Gilgameš, in lingua accadica, ci viene detto che «la polvere è il loro sostentamento, l'argilla il loro cibo. Non vedono la luce, dimorano nelle tenebre. Sono vestiti come uccelli, con le ali al posto delle vesti». Si ha l'impressione che ondeggino tutti all'unisono, con le spalle vicine, come pinguini impolverati. La mancanza di cibo e bevande spiega l'evoluzione di un rituale che consiste nel versare bevande e offrire cibo ai defunti - in teoria, questi doni scendevano nell'aldilà per sostenerli.

(Intervista a Cawthorne-Finkel, 5)

Ad alcuni spiriti Ereškigal concedeva il permesso di tornare nel mondo dei vivi per riparare a un torto, fornire informazioni sulla propria morte o perseguitare coloro che avevano dimenticato i propri doveri, ma altri fantasmi erano, in un certo senso, fuggitivi dall'Irkalla. Essendo pienamente consapevoli di sé, ormai intrappolati in un cupo mondo sotterraneo, questi spiriti desideravano rivivere la vita, ma, sfortunatamente per loro, la loro presenza tra i vivi era sempre sgradita.

Ci si poteva rivolgere ai sacerdoti per chiedere aiuto in caso di spiriti particolarmente fastidiosi.

I defunti venivano solitamente sepolti sotto la propria casa, nel cortile o nei pressi dell'abitazione, e quindi il fantasma che si incontrava più spesso era quello di qualcuno che si era conosciuto. La ragione più comune era legata a riti funebri impropri, al mancato rispetto dei desideri del defunto oppure all'aver dimenticato i propri doveri di rispetto e ricordo. I defunti che semplicemente rifiutavano la loro nuova dimora, tuttavia, potevano trovarsi piuttosto a disagio nell'aldilà e, una volta tornati nel mondo dei vivi, causavano i problemi maggiori.

Protezioni ed incantesimi

Si recitavano incantesimi per proteggersi dai fantasmi, si indossavano amuleti e talismani e si collocavano piccole statuette all'interno delle abitazioni. Tra le più popolari v'era l'immagine del demone Pazuzu, il quale, pur essendo in grado di provocare siccità, carestia e pestilenze, era altrettanto abile nel prevenirle. Era, inoltre, considerato il più efficace nel respingere gli spiriti maligni e i fantasmi. Pazuzu era anche invocato come difensore dell'umanità contro i demoni, in particolare, la temibile Lamaštu, che attaccava le donne incinte e predava i neonati. Anche gli amuleti e le statuette raffiguranti cani erano considerati potenti protettori, così come i cani veri e propri.

Demoness Lamashtu Amulet
Amuleto raffigurante il demone Lamaštu Osama Shukir Muhammed Amin (Copyright)

Ci si poteva rivolgere ai sacerdoti per chiedere aiuto in caso di spiriti particolarmente fastidiosi, oppure a quel tipo di medico noto come ašipu, un guaritore che si occupava principalmente del soprannaturale. L'ašipu poteva recitare un incantesimo di protezione o insegnare ad una persona a memorizzare tale incantesimo, oppure incantesimi, a seconda del tipo di fantasma e della gravità della possessione. Un ašipu o un sacerdote poteva anche eseguire un esorcismo se la situazione lo richiedeva, oppure ricorrere alla negromanzia per parlare direttamente con il fantasma e scoprire quale fosse il problema. Finkel osserva che:

Gli scribi babilonesi descrivevano tutta una serie di incantesimi semplici e rituali complicati per liberarsi dei fantasmi. Alcuni di questi si basavano su elenchi di tutti i diversi tipi di fantasmi: un fantasma morto in un incendio, ad esempio, o un fantasma investito da un carro, annegato in un pozzo o morto di parto. Parte dell'incantesimo per liberarsene consisteva nel leggere ad alta voce questo elenco, dicendo in sostanza: «Che tu sia questo tipo di fantasma o quel tipo di fantasma, sappiamo chi sei. Torna al luogo a cui appartieni!». L'identificazione di un fantasma fastidioso era un modo per acquisire potere su di esso.

(Intervista a Cawthorne-Finkel, 4)

Il sacrificio animale poteva anche essere utilizzato per invocare l'aiuto degli dèi al fine di scacciare uno spirito fastidioso e, quando uno spirito ribelle veniva catturato, Šamaš, dio del Sole, che presiedeva anche alla giustizia, revocava a quello spirito il diritto a qualsiasi forma di ricordo o di culto, attribuendoli ad un altro spirito nell'Irkalla che non aveva nessuno che lo ricordasse.

Conclusioni

Gli spiriti considerati più benedetti nell'Irkalla erano quelli delle persone morte lasciando il maggior numero di figli, poiché si riteneva che avrebbero avuto qualcuno che li ricordasse e osservasse i rituali di cibo e bevande più a lungo. Al figlio maggiore spettava il compito di portare ogni giorno acqua fresca e offerte di cibo alle tombe dei defunti e, dopo la sua morte, tale dovere ricadeva sul figlio maggiore di quest'ultimo. Secondo alcuni studiosi e ricercatori, questa credenza nel rapporto continuo tra i vivi e i morti diede origine ad un culto dei morti. Jeremy Black osserva che:

È stato ipotizzato che la pratica della sepoltura nelle società preistoriche dell'antica Mesopotamia mirasse o a mantenere uno stretto legame con i defunti, attraverso un culto dei morti, oppure, al contrario, ad impedire ai defunti di tormentare i vivi, come avrebbero fatto se fossero rimasti insepolti e liberi di vagare.

(Gods & Demons, 58)

Black, tra gli altri, sottolinea i benefici culturali della credenza nella sopravvivenza dell'anima dopo la morte, in quanto essa ancorava saldamente i membri della famiglia alla comunità in cui erano sepolti i loro defunti, li collegava al passato ed incoraggiava obblighi continui che rafforzavano il nucleo familiare stesso, considerato centrale nella società mesopotamica in ogni epoca. Questo è vero senza alcun dubbio, ma, per un antico mesopotamico, la credenza nella vita dopo la morte e la possibilità molto concreta che un fantasma apparisse nella propria casa erano semplicemente parte del corso naturale della vita e da aspettarsi con la stessa facilità con cui ci si attende la pioggia cadere da un cielo oscuro e minaccioso.

Domande e Risposte

Che cosa credevano i popoli dell'antica Mesopotamia riguardo ai fantasmi?

I popoli dell'antica Mesopotamia credevano che i fantasmi fossero un aspetto naturale della vita stessa, come qualunque altro.

Quali erano i fantasmi più diffusi nell'antica Mesopotamia?

I fantasmi più comuni nell'antica Mesopotamia erano membri della famiglia che nutrivano rancore a causa di una sepoltura inadeguata, del mancato rispetto delle loro ultime volontà oppure della mancata osservanza delle giuste usanze relative alla commemorazione e al rispetto dei defunti stessi.

Come si comportavano le persone nei confronti dei fantasmi nell'antica Mesopotamia?

Nell'antica Mesopotamia si affrontavano i fantasmi ricorrendo ad incantesimi, amuleti, talismani, esorcismi e richieste di aiuto agli dèi. La figura protettrice più potente era il demone Pazuzu, che metteva in fuga i fantasmi.

Quali sono le antiche fonti mesopotamiche relative ai fantasmi?

Le antiche fonti mesopotamiche relative ai fantasmi sono incantesimi, formule magiche, testi medici, testi religiosi, opere liturgiche, opere letterarie e opere d'arte.

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Mark, J. J. (2026, settembre 21). Fantasmi nell'antica Mesopotamia: Solo un altro aspetto, in realtà, della Vita stessa. (E. Mion, Traduttore). World History Encyclopedia. https://www.worldhistory.org/trans/it/2-2101/fantasmi-nellantica-mesopotamia/

Stile CHICAGO

Mark, Joshua J.. "Fantasmi nell'antica Mesopotamia: Solo un altro aspetto, in realtà, della Vita stessa." Tradotto da Elisa Mion. World History Encyclopedia, settembre 21, 2026. https://www.worldhistory.org/trans/it/2-2101/fantasmi-nellantica-mesopotamia/.

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Mark, Joshua J.. "Fantasmi nell'antica Mesopotamia: Solo un altro aspetto, in realtà, della Vita stessa." Tradotto da Elisa Mion. World History Encyclopedia, 21 set 2026, https://www.worldhistory.org/trans/it/2-2101/fantasmi-nellantica-mesopotamia/.

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