La sera del 14 aprile 1865, il presidente degli Stati Uniti Abraham Lincoln fu colpito alla nuca da un proiettile sparato da John Wilkes Booth mentre assisteva a uno spettacolo teatrale al Ford’s Theatre di Washington, D.C. Il presidente morì la mattina seguente. L’assassinio sconvolse una nazione già provata, ancora scossa dagli orrori della guerra civile americana, e influenzò il modo in cui gli Stati Uniti cercarono di ricomporsi in vista della Ricostruzione.
Contesto: una vittoria, una sconfitta
La mattina del 10 aprile 1865, la città di Washington, D.C., si svegliò al suono dei colpi di cannone. Per quattro anni quel suono era stato ciò che gli abitanti di Washington avevano temuto di più, visto che l’ondata sanguinosa della guerra civile americana si era spesso avvicinata in modo preoccupante alla città. Ma ora non più, i 500 colpi di cannone che ora riecheggiavano nell'aria annunciavano la pace. Il giorno prima, infatti, il generale confederato Robert E. Lee si era arreso al generale dell’Unione Ulysses S. Grant in un luogo chiamato Appomattox. Nonostante il maltempo, gli esultanti abitanti di Washington si precipitarono fuori dalle loro case per festeggiare. «Le strade, terribilmente fangose, brulicavano di gente», scrisse il giornalista Noah Brooks, che stava facendo colazione con il presidente quando iniziarono i festeggiamenti. «[La gente] esultava e cantava, sventolando bandiere e salutando tutti» (citato in Meacham, 388). Nel corso di quella giornata uggiosa, le bande suonarono, la gente pianse e di notte il cielo scuro fu illuminato dai fuochi d’artificio.
La sera seguente, l’11 aprile, una folla si radunò nel giardino della Casa Bianca per assistere al primo discorso pubblico del presidente dopo la notizia della resa. La folla entusiasta di unionisti si aspettava che Abraham Lincoln condividesse lo stesso giubilo, ma non fu così. Il presidente, cupo e smunto, stremato dopo aver guidato per quattro anni una nazione divisa, stava in piedi alla finestra del portico nord della Casa Bianca mentre leggeva un manoscritto alla fioca luce di una candela retta da Brooks. Alla fine di ogni pagina lasciava cadere il foglio, raccolto poi dal figlio minore Tad accovacciato ai suoi piedi. Il presidente non parlò delle grandi vittorie del passato, ma delle lotte ancora da affrontare. Accennò alle difficoltà che avrebbero accompagnato la Ricostruzione, alla necessità di ricucire le ferite causate dalla ribellione e di ripristinare l’armonia tra tutti gli Stati dell’Unione, sottolineando la necessità di estendere il diritto di voto agli afroamericani, in particolare a coloro che avevano prestato servizio come soldati. In breve, il discorso di Lincoln riconosceva che, sebbene la guerra in sé potesse essere finita, c’era ancora molto lavoro da fare.
Al termine del discorso, la folla, in parte scoraggiata e delusa, si disperse mentre dal cielo cominciava a cadere una leggera pioggerellina. Tra di loro un uomo era furioso. Si trattava di John Wilkes Booth, un giovane e affascinante attore, famoso in lungo e in largo per aver interpretato ruoli nelle opere di Shakespeare al fianco del fratello maggiore, il più famoso Edwin. Mentre Edwin era un convinto unionista, John simpatizzava per il Sud , al punto tale da volersi arruolare nell’esercito confederato, tuttavia la madre, preoccupata per l'ncolumità del figlio, gli fece promettere di non partire. Man mano che la guerra si protraeva, Booth osservava da lontano, amareggiato e impotente nel vedere che le sorti del conflitto volgevano a sfavore del Sud. Nei mesi precedenti le elezioni presidenziali del 1864, Booth aveva ordito un complotto per aiutare la Confederazione a rapire Lincoln per poi chiedere un riscatto. Era arrivato al punto di coinvolgere diversi complici, ma non trovò mai l’occasione per mettere in atto il piano. Ora però, con la guerra praticamente finita, i pensieri di Booth si fecero cupi e brutali. Non appena Lincoln ebbe finito di parlare, Booth si voltò verso l'amico Lewis Powell e promise: «Questo», disse, «sarà il suo ultimo discorso» (citato in Alford, 257).
Ultimo giorno di Lincoln
Come di consueto, alle 7 del mattino del 14 aprile 1865, Venerdì Santo, Lincoln si trovava in ufficio. Nonostante il mal di testa lancinante della sera precedente il presidente era di buon umore, infatti, il figlio Robert Todd Lincoln, era arrivato dalla Virginia per trascorrere le vacanze di Pasqua con la famiglia. Dopo aver ricevuto la consueta fila di supplicanti, Lincoln raggiunse il figlio e la moglie, Mary, per la colazione verso le 11 del mattino. A tavola, Robert regalò al padre un ritratto di Robert E. Lee accompagnato da una battuta sul generale ribelle sconfitto. Il presidente si pulì le lenti degli occhiali con un tovagliolo prima di esaminare la foto. «È un bel volto», disse Lincoln a bassa voce. «Sono lieto che la guerra sia finita» (citato in Foote, 974).
Dopo colazione, Lincoln tornò al lavoro. Incontrò Schuyler Colfax, presidente della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, e il senatore John Cresswell. «Creswell, vecchio mio», esclamò Lincoln a mo’ di saluto, «stamattina tutto sembra roseo. La guerra è finita. È stato un periodo difficile, ma ce l’abbiamo fatta» (ibid.). Una volta conclusi gli impegni, i membri del Congresso se ne andarono e Lincoln approvò alcune nomine e firmò dei congedi militari. Tra un impegno presidenziale e l’altro, trovò il tempo di inviare un messaggero al Ford’s Theatre sulla 10ª Strada per prenotare il palco d’onore in vista dello spettacolo serale della commedia Our American Cousin. Informò la direzione del teatro di aspettarsi un’elevata affluenza, poiché come ospite avrebbe portato con sé l’uomo del momento, il generale Grant. Sicuramente tutta Washington avrebbe voluto ammirare il salvatore dell’Unione.
Nel primo pomeriggio, Lincoln si recò al Dipartimento della Guerra per incontrare Grant insieme ad alcuni membri del gabinetto e discutere della fine della guerra. Sebbene Lee si fosse arreso, il generale Joseph E. Johnston si trovava ancora sul campo con un esercito ribelle di oltre 20.000 uomini. Lincoln, all'apparenza imperturbabile, disse di essere fiducioso che presto avrebbero ricevuto buone notizie, poiché aveva fatto un sogno. Si trattava di un sogno insolito, disse, lo stesso che aveva fatto prima di ogni evento importante della guerra, ovvero prima di Fort Sumter, prima di Antietam e prima di Gettysburg. In quel sogno, Lincoln era solo, su una zattera che sembrava «galleggiare, allontanarsi su una distesa vasta e indistinta, verso una riva sconosciuta» (citato in Foote, 975). Il presidente faceva questo sogno sempre e solo prima di qualche grande evento ed era sicuro che in quel momento preannunciasse la resa di Johnston.
Al termine dell’incontro, Lincoln trattenne Grant, ansioso di discutere i programmi per la serata. Rimase però sconcertato nell’apprendere che il generale non si sarebbe unito a lui. Un po’ imbarazzato, Grant spiegò che non avrebbe potuto partecipare perché lui e la moglie, Julia, dovevano prendere un treno per andare a trovare i figli a Philadelphia. Entrambi sapevano però la verità; negli ultimi tempi Mary Todd Lincoln era gelosa dei Grant e Julia non voleva rischiare di dare spettacolo davanti al pubblico del Ford’s Theatre.
Lincoln, non volendo mettere Grant in imbarazzo, non insistette, ma si incupì una volta tornato in ufficio. La guardia del corpo, William H. Crook, notò che il presidente sembrava depresso, gli aveva addirittura confidato di non voler più andare a teatro. Alle 16:30, quando il turno di Crook terminò, Lincoln gli disse tristemente: «Addio, Crook», cosa che sembrò strana alla guardia del corpo. Il presidente, infatti, era solito dire «Buona notte, Crook», ma mai «addio».
A quanto pare l'umore di Lincoln migliorò una volta raggiunta la moglie Mary Todd in carrozza, pronta per recarsi a teatro. Le prese la mano e le disse che, una volta terminato il mandato, sarebbero andati insieme in Europa prima di tornare a Springfield, nell’Illinois, dove avrebbe ripreso l'attività di avvocato. Passarono a prendere il maggiore Henry Rathbone e la fidanzata, Clara Harris – gli ospiti dell’ultimo minuto scelti per sostituire i Grant – prima di arrivare davanti al Ford’s Theatre verso le 20:30. Arrivarono in ritardo quando già il primo atto era a metà, ma ciò non impedì all’orchestra di suonare «Hail to the Chief» non appena i Lincoln fecero il loro ingresso nel palco d’onore. I 1.700 volti che affollavano la platea alzarono lo sguardo e cominciarono ad acclamarlo con grande entusiasmo. Una volta placatisi gli applausi, il presidente e la moglie si sedettero per assistere allo spettacolo. Mary Todd, chiaramente commossa dall’affetto che le aveva dimostrato in carrozza, si aggrappò al braccio del marito, come una ragazzina alla prima cotta. «Cosa penserà la signorina Harris se mi stringo così a te?», sussurrò. Lincoln non distolse lo sguardo dal palcoscenico. «Ma figurati, non ci farà caso», rispose (citato in Foote, 979).
Uccidere un presidente
Più o meno nello stesso momento in cui Lincoln si consultava con Grant al Dipartimento della Guerra, John Wilkes Booth si recava al Teatro Ford. «Era vestito in modo impeccabile con un abito scuro e indossava un cappello a cilindro», ricordò un testimone, «aveva un paio di guanti di capretto di un colore tenue, un soprabito leggero appeso al braccio e portava un bastone» (citato in Meacham, 398). Il giovane attore salutò Harry Ford, uno dei proprietari del teatro, e gli chiese quale spettacolo fosse in programma quella sera. Ford annunciò allegramente che lo spettacolo sarebbe stato Our American Cousin. Ma non era tutto. «Il presidente sarà qui stasera con il generale Grant», disse Ford, e poi scherzò: «Hanno preso prigioniero il generale Lee. Lo metteremo nell’altro palco!» (citato in Alford, 359). A Booth la battuta non piacque. «Mai!» sbottò. «Lee non si lascerebbe mai usare come i Romani usavano i prigionieri, per essere messo in mostra» (ibid.).
Ford rimase un po’ spiazzato dalla reazione di Booth e ribadì che, sebbene stesse scherzando su Lee, Lincoln stava effettivamente arrivando. Booth si congedò e cominciò a camminare lungo la 10ª Strada, finendo per imbattersi in John F. Coyle, direttore del National Intelligencer. Si salutarono prima che Booth si lanciasse in una sorta di filippica, lamentando la resa e la caduta della Confederazione. Poi, la conversazione virò su argomenti più cupi: Booth chiese a Coyle cosa sarebbe successo se Lincoln e tutti i suoi immediati successori fossero stati uccisi contemporaneamente. «Anarchia», ipotizzò Coyle, «o qualunque cosa preveda la Costituzione. Ma che sciocchezza: al giorno d’oggi non si fanno più dei tirannicidi». (citato in Meacham, 399). Booth annuì e proseguì, con la mente che lavorava a pieno ritmo. Si recò alla Kirkwood House, dove alloggiava Andrew Johnson, per chiedere se il vicepresidente fosse presente. Poco dopo, passò accanto a un gruppo di 440 prigionieri di guerra confederati, alla cui vista Booth inorridì ma servì a rafforzarne la determinazione.
Alle 20:00, convocò i complici per una riunione a lume di candela alla Herndon House. Il momento di limitarsi a rapire il presidente era ormai passato, disse loro. L’assassinio era ormai l’unica opzione. «Sarebbe la cosa più grandiosa del mondo», esclamò. Ma Booth non si accontentava di uccidere solo Lincoln. Intendeva invece decapitare completamente il governo federale e vendicare la Confederazione sconfitta, facendo precipitare la nazione nel caos. Non perse tempo nell’assegnare gli obiettivi. L'amico, l’ex soldato confederato Lewis Powell, avrebbe ucciso il segretario di Stato William H. Seward. Era risaputo che Seward si era fratturato la mascella e rotto un braccio in un incidente in carrozza pochi giorni prima e che ora era costretto a letto. Attaccarlo nel suo letto non sarebbe stato certo un ostacolo. A George Atzerodt, un riparatore tedesco-americano, fu affidato il compito di recarsi a Kirkwood per uccidere il vicepresidente Johnson. Quando Atzerodt cercò di tirarsi indietro, sostenendo di aver accettato solo per rapire Lincoln ma non per commettere un omicidio, un Booth fuori di sé minacciò di sparargli; Atzerodt accettò a malincuore di uccidere Johnson. Booth avrebbe ucciso Lincoln di persona, mentre un quarto cospiratore, David Herold, sarebbe rimasto a disposizione per aiutarli nella fuga. Ogni omicidio sarebbe dovuto avvenire in contemporanea, intorno alle 22:00.
I potenziali assassini si diressero quindi nella notte, per prepararsi al macabro compito che li attendeva. Booth tornò al Ford’s Theatre armato di una pistola Deringer calibro 41 e di un grosso coltello Bowie. Entrò nel teatro alle 22:10. Essendo un attore famoso, aveva libero accesso a tutte le parti del teatro, e così nessuno batté ciglio quando si diresse verso il palco d’onore. Fu riconosciuto da diversi amici, tra cui l’attrice Jeannie Gourlay, che in seguito avrebbe ricordato che sembrava «pallido come la morte» (citato in Alford, 263). Alle 22:14, Booth entrò senza far rumore nel palco d’onore, chiudendosi la porta alle spalle e bloccandola con una tavola di legno. Poi attese, in piedi nell’ombra del corridoio, ascoltando gli attori sul palcoscenico sottostante in attesa di una battuta che, ne era certo, avrebbe suscitato una risata fragorosa tra il pubblico. Poco dopo, la udì:
Non conosci le buone maniere dell'alta società, eh? Beh, credo di saperne abbastanza per farti a brandelli, vecchio seduttore da quattro soldi!
(citato in Foote, 980).
Come previsto, il pubblico scoppiò in una fragorosa risata. Era giunto il momento. «Non mi importa cosa ne sarà di me», avrebbe scritto in seguito Booth nel suo diario. «Ho colpito con coraggio, per il mio Paese e solo per quello» (citato in Alford, 265). Fece un passo avanti, estrasse la pistola e sparò.
Assassinio e conseguenze
Ci fu un lampo, il sordo boato di uno sparo. Il proiettile colpì Lincoln proprio dietro l’orecchio sinistro, facendolo accasciare in avanti sulla sedia con la testa reclinata sul petto. Il maggiore Rathbone – l’ospite dell’ultimo minuto dei Lincoln – si alzò in piedi e si lanciò istintivamente contro l’assassino, avvinghiandolo con entrambe le braccia. Come una volpe rabbiosa in trappola, Booth si dimenò per liberarsi, ringhiando: «Lasciami andare, o ti ucciderò!» (ibid.). Rathbone non gli diede ascolto. Era appena riuscito ad afferrare Booth per la gola quando l’assassino liberò di scatto il braccio destro, estrasse il coltello dalla tasca e lo conficcò profondamente nel braccio del maggiore. Rathbone gridò di dolore e lasciò andare Booth, che balzò giù dal palco e cadde da un’altezza di dodici piedi sul palcoscenico sottostante. Atterrò con uno scricchiolio raccapricciante, fratturandosi il perone della gamba sinistra nella caduta.
Sul momento l’assassino trionfante, con il corpo pervaso di adrenalina, non sentiva il dolore. Si alzò in piedi e sollevò il coltello insanguinato sopra la testa, in un gesto melodrammatico tipico di un attore, e gridò o«sic semper tyrannis» («così sempre ai tiranni», il motto dello Stato della Virginia) o «il Sud è vendicato», o entrambe le cose. Poi si voltò e cominciò ad allontanarsi dal palcoscenico. Il pubblico rimase seduto, sbalordito, incerto su ciò a cui aveva appena assistito. Furono strappati dal loro torpore da un lamento straziante della signora Lincoln e dalle grida frenetiche del maggiore Rathbone che gridava «Fermate quell’uomo!». Coloro che si trovavano nelle immediate vicinanze di Booth ricordarono che «le sue labbra erano serrate contro i denti e ansimava» e che continuava a mormorare tra sé e sé: «L’ho… l’ho fatto» (ibid.). L’assassino uscì da una porta di servizio e si addentrò in un vicolo, dove il giovane che portava i manifesti del teatro, Joseph «Peanuts» Borroughs, lo attendeva tenendo a freno il cavallo. Con grande sforzo, Booth, ferito, si issò in sella e se ne andò al galoppo. Quando i soldati e gli spettatori uscirono dal teatro per cercarlo, era già sparito.
Nel frattempo, un chirurgo ventitreenne di nome Charles Leale si precipitò nel palco d’onore. Leale in seguito ricordò l’aspetto di Lincoln, disteso sulla poltrona come in un sonno profondo. Non gli ci volle molto per rendersi conto che la ferita era mortale. Tuttavia, lui e gli altri due medici che lo avevano raggiunto decisero che sarebbe stato meglio trasportare il presidente dall’altra parte della strada, in una pensione di proprietà di William Petersen. Lì, Lincoln fu portato in una angusta camera da letto di tre metri per cinque e adagiato su un letto troppo piccolo per il suo corpo. Leale e gli altri chirurghi si occuparono del presidente mentre i membri del gabinetto e altri funzionari affollavano l’edificio.
Era presente anche il vicepresidente Johnson; Atzerodt non era riuscito a trovare il coraggio di attaccarlo, proprio come Powell non era riuscito a uccidere Seward; solo Booth riuscì a portare a termine la missione. Il senatore Charles Sumner, grande paladino dell’Unione, scoppiò in lacrime alla vista del presidente, mentre il segretario della Marina, Gideon Welles, avrebbe ricordato così l’aspetto di Lincoln: «I lineamenti erano sereni e impressionanti. Non l’avevo mai visto in condizioni migliori che, forse, durante la prima ora in cui mi trovavo lì. In seguito, il suo occhio destro cominciò a gonfiarsi e a scolorirsi» (citato in Meacham, 404).
La signora Lincoln era inconsolabile e dovette essere accompagnata nella stanza accanto mentre piangeva senza sosta. I chirurghi fecero tutto il possibile, ma ben presto fu chiaro a tutti che non c’era più nulla da fare se non pregare. Alle 7:22 del 15 aprile 1865, circa 9 ore dopo essere stato colpito, il presidente Abraham Lincoln esalò l’ultimo respiro e morì. Gli astanti e i chirurghi stavano in piedi attorno al corpo, con gli occhi velati di lacrime, mentre il segretario alla Guerra Edwin Stanton pronunciava quelle parole immortali: «Ora appartiene ai secoli».
La salma di Lincoln fu trasportata nella Rotonda del Campidoglio, dove rimase esposta al pubblico dal 19 al 20 aprile, prima di essere caricata su un treno funebre per il viaggio di due settimane di ritorno a Springfield, nell’Illinois; milioni di americani uscirono per rendere omaggio al presidente al passare del treno. Da parte sua, Booth si diede alla fuga e fu oggetto di una caccia all’uomo durata 12 giorni, finché non fu finalmente rintracciato e ucciso dalle truppe federali. L’assassinio di Abraham Lincoln rappresentò una svolta per la nazione mentre si avviava verso la Ricostruzione; proprio come aveva previsto il presidente martirizzato, alcuni dei giorni più bui e tumultuosi della storia della nazione dovevano ancora arrivare.

