Donne nell'antica Mesopotamia

Celebrazione del principio femminile nel Vicino Oriente antico

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La vita delle donne nell'antica Mesopotamia non può essere affatto descritta con la stessa facilità rispetto alle altre civiltà, a causa delle differenze culturali sviluppatesi nel corso del tempo. In linea generale, tuttavia, le donne mesopotamiche godevano di diritti significativi: potevano gestire attività commerciali, acquistare e vendere terreni, vivere in modo indipendente, chiedere il divorzio e, sebbene ufficialmente considerate subordinate agli uomini, trovavano comunque il modo di affermare la propria autonomia.

Statue of a Sumerian Woman
Statua raffigurante una donna sumerica Osama Shukir Muhammed Amin (Copyright)

Studiosi, accademici e ricercatori concordano generalmente sul fatto che le donne godessero di maggiori libertà durante le prime fasi dello sviluppo culturale mesopotamico, dal periodo di Uruk (4000 - 3100 a.C., circa) fino al periodo Protodinastico (2900 - 2350/2334 a.C., circa), prima dell'ascesa al potere del sovrano Sargon di Akkad "il Grande" (2334 - 2279 a.C., circa). È stato tuttavia osservato che Sargon scelse una divinità femminile (Inanna/Ištar) come sua protettrice, nominò sua figlia Enḫeduanna (2300 a.C., circa) somma sacerdotessa della città di Ur e le fonti scritte indicano che le donne godevano ancora di molti degli stessi diritti già definiti in antecedenza.

La stessa affermazione viene avanzata in merito al sovrano Hammurabi di Babilonia (regnante dal 1795 al 1750 a.C., circa), ma, sebbene sia vero che il culto delle divinità femminili e i diritti delle donne subirono un declino nel corso del suo regno, vi sono comunque prove dell'autonomia femminile, e questo paradigma si protrae poi per tutto il periodo imperiale assiro (1900 - 612 a.C., circa), e ancora dall'impero achemenide (550 - 330 a.C., circa) fino alla caduta dell'impero sassanide, nel 651. Sebbene il patriarcato abbia cercato di controllare i diritti delle donne e le loro scelte personali in tutte queste epoche, le donne sono comunque attestate come proprietarie terriere, imprenditrici, amministratrici, funzionarie, medici, scribi, membri del clero e, in rari casi, persino monarche in carica.

Dopo il 651 si registra un chiaro declino dei diritti delle donne nella regione in analisi.

La società mesopotamica, come qualsiasi altra, era altamente gerarchica e suddivisa in cinque classi - nobiltà, clero, classe alta, classe bassa e schiavi - che talvolta vengono semplificate in tre principali categorie: liberi, dipendenti (semiliberi) e schiavi.

I ruoli delle donne erano plasmati da questa gerarchia, con le donne dell'élite al vertice e le schiave alla base della stessa. Nel mezzo si collocava una classe di donne semilibere, che gli studiosi moderni faticano a definire con chiarezza, poiché non erano né completamente libere né schiave; pertanto, "dipendenti" sembra essere il termine che meglio si addice alla loro condizione. Queste donne (e questi uomini) erano solitamente legate e legati in qualche modo ad un tempio ben preciso.

Le donne continuarono ad essere catalogate, più o meno, da questa gerarchia e mantennero i propri diritti fino alla caduta dell'impero sassanide per mano degli arabi musulmani, nel 651. In seguito, i diritti delle donne subirono un declino ben più drastico rispetto a qualsiasi altro verificatosi, ad esempio, con il regno di Sargon oppure con il regno di Hammurabi. Alcuni studiosi hanno correlato il declino dello status sociale delle donne all'ascesa delle divinità maschili e ad una maggior enfasi posta sui sistemi religiosi marcatamente patriarcali, sebbene questa tesi sia stata fortemente contestata. Ciononostante, dopo il 651 si registra un chiaro declino dei diritti delle donne nella regione in analisi.

Classificazione delle Donne

Le donne venivano classificate in base al loro status sociale (così come gli uomini) secondo la suddetta gerarchia, e tra i termini figuravano i seguenti:

  • donne libere della nobiltà/classe alta (awilātum, in accadico);
  • donne libere del clero (alcune note come nadītu[m], in accadico - babilonese);
  • amministratrici (šakintu[m], nel periodo neo-assiro);
  • donne libere della classe bassa (note con vari termini);
  • prostitute e/o donne single (harīmtu[m], in accadico);
  • persone a carico che non appartenevano a nessuna famiglia maschile (širku[m], in accadico - babilonese);
  • schiave (amtu[m], in accadico - babilonese).

I nomi di questa classificazione cambiavano con il trascorrere del tempo e a seconda delle diverse culture dominanti, ma la gerarchia di fondo rimaneva la stessa. Le donne erano subordinate prima ai propri padri e poi ai propri mariti (con alcune eccezioni, come il clero oppure alcuni membri dell'alta nobiltà) e, in seguito, anche ai propri figli. Sebbene alcune donne riuscissero a seguire la propria strada, si trattava di rari casi, e la maggior parte viveva secondo le tradizioni, le regole e le aspettative previste dal patriarcato.

Status sociale delle donne e matrimonio

Nel corso della storia mesopotamica, usualmente ci si aspettava che una donna si sposasse e mettesse al mondo dei figli, che avrebbe poi allevato, occupandosi, nel contempo, della casa. Fanno eccezione le donne nadītu[m] della città di Sippar, nel periodo compreso tra il 1880 ed il 1550 a.C., circa, in quanto sacerdotesse dedite ad una divinità maschile. Anche da queste donne ci si aspettava che si sposassero, sebbene non dovessero assolutamente avere figli, in quanto, a riguardo, i loro mariti potevano prendere altre e numerose mogli secondarie. Le nadītu[m] appartenevano alla comunità del tempio, svolgevano compiti legati alla cura del dio e "si dedicavano ad attività commerciali" ad esso correlate (Leick, 189).

Female Worshipper Statue, Mesopotamia
Statua raffigurante una donna in adorazione, Mesopotamia Osama Shukir Muhammed Amin (Copyright)

L'unico termine associato ad una donna non sposata in età da marito è harīmtu[m] che, a quanto pare, potrebbe riferirsi sia ad una prostituta sia ad una donna single. La definizione precisa di questo lemma è ancora oggetto d'intenso dibattito in ambito accademico ma, se applicato ad una donna single, quest'ultima era abbastanza ricca da vivere secondo le proprie regole, oppure era un membro della classe dipendente - né libera né schiava - legata ad un tempio. Secondo l'accademica Kristin Kleber, queste donne (o uomini) erano conosciute e conosciuti nelle comunità neo-babilonesi del VI secolo a.C., circa, come širku[m]:

I širku[m] vengono spesso descritte e descritti come schiavi del tempio, e si ritiene generalmente che il loro destino fosse migliore rispetto a quello di altre categorie di schiavi, poiché gli dèi del tempio, in qualità di proprietari, non ne esercitavano alcun diritto. Personalmente ritengo, invece, che i širku[m] non fossero, in realtà, schiavi, ma che sia più corretto considerarli come persone istituzionalmente dipendenti, la cui libertà limitata, rispetto a quella dei cittadini liberi di una città babilonese, derivasse dalla loro subordinazione sociale ad una comunità istituzionale legata al tempio.

(Culbertson, 101)

Tralasciando nadītu[m] e širku[m], una vedova benestante poteva scegliere di non risposarsi, e v'erano certamente altre eccezioni alla regola, ma, nel complesso, una volta che una giovane donna raggiungeva l'età da marito, suo padre organizzava un matrimonio con un partner adeguato, ritenuto vantaggioso per entrambe le parti. Il contratto matrimoniale era un accordo legale e commerciale che non aveva nulla a che vedere con i reali sentimenti, desideri od interessi dei fidanzati, dei diretti interessati. L'accademico Jean Bottero illustra così il processo in oggetto:

Per un uomo, il matrimonio significava "prendere possesso della propria moglie" - dal medesimo verbo ahāzu[m], comunemente inteso come cattura di persone oppure conquista di territori e/o beni -. Era la famiglia del futuro marito a dare il via alle trattative e, una volta scelta la ragazza, dopo aver raggiunto un accordo, a versare alla sua famiglia una somma a titolo di compenso - in breve, una transazione che richiama inevitabilmente alla mente una forma di acquisto -. In seguito, la ragazza così "acquisita" veniva sottratta alla propria famiglia mediante la cerimonia nuziale ed introdotta nella famiglia del marito, dove, salvo imprevisti, sarebbe rimasta fino alla morte.

(114-115)

Man & Woman Plaque, Ur
Placca raffigurante un uomo ed una donna, proveniente dal sito di Ur Osama Shukir Muhammed Amin (Copyright)

Il processo matrimoniale prevedeva ben cinque fasi, che dovevano essere tutte scrupolosamente osservate secondo la tradizione affinché l'unione fosse riconosciuta come legale e vincolante:

  • fidanzamento/contratto matrimoniale;
  • pagamento del prezzo della sposa al padre della sposa e della dote al padre dello sposo;
  • cerimonia e banchetto nuziale;
  • trasferimento della sposa nella casa del suocero;
  • rapporto sessuale durante la notte delle nozze, con l'aspettativa che la sposa rimanesse incinta.

La moglie era considerata proprietà del marito, nel senso che ci si aspettava che gli obbedisse ciecamente e che ella potesse essere ripudiata ed "allontanata" se il marito lo avesse deciso e avesse dei motivi legali validi (mentre per una donna era molto più difficile chiedere il divorzio); tuttavia, come in ogni aspetto della vita delle donne nell'antica Mesopotamia, questa è da intendersi come una mera generalità. Bottero, infatti, sottolinea come molte donne fossero in grado di affermarsi e mantenere comunque la propria autonomia:

In Mesopotamia, come altrove, ogni donna aveva due assi nella manica su cui poter contare per tenere testa a qualsiasi rappresentante del cosiddetto "sesso forte", e persino per dominarlo, nonostante tutti i vincoli consuetudinari o giuridici ricorrenti: in primo luogo, la sua femminilità; poi, la sua personalità, il suo spirito ed il suo carattere. E spettava a lei farne buon uso per nuotare controcorrente rispetto alla mentalità dell'epoca.

(118-119)

Questo sembra valere per ogni epoca della storia mesopotamica, ma allo stesso tempo alcuni periodi mostrano, nel complesso, una maggiore parità tra i sessi rispetto ad altri.

Periodo di Uruk e periodo Protodinastico

I Sumeri nel periodo di Uruk e nel periodo Protodinastico (e, successivamente, nell'età di Ur III, dal 2112 al 2004 a.C., circa), forniscono le prove più evidenti sull'uguaglianza delle donne. Nel periodo di Uruk fu sviluppato il sigillo cilindrico, e molti esemplari di questo periodo appartenevano proprio a donne, il che suggerisce che a quell'epoca fosse loro legalmente consentito firmare contratti e stipulare accordi commerciali. Il periodo di Uruk vede anche il floruit dell'urbanizzazione e lo sviluppo della scrittura, entrambi elementi che evidenziano come le divinità femminili - quali Gula, Inanna, Ninḫursaĝ, Nisaba e Ninkasi, tra le altre - fossero venerate più ampiamente rispetto a quelle maschili.

Durante il periodo Protodinastico I (2900 - 2750/2700 a.C., circa), le famiglie erano associate alla divinità protettrice della città, che spesso era una dea. Le donne delle classi agiate godevano di diritti quasi eguali a quelli degli uomini, mentre quelle delle classi più umili ne avevano ben pochi se non nessuno (lo stesso valeva per gli uomini); tuttavia, durante il periodo Protodinastico II (2750 - 2600 a.C., circa), l'aumento della produzione alimentare portò ad una diversificazione della divisione e della specializzazione del lavoro, offrendo maggiori opportunità alle donne al fine di svolgere la propria attività professionale come artigiane, mugnaie, fornaie, birraie e tessitrici. I tessuti vennero associati in modo particolare alle donne in questo periodo e avrebbero continuato ad esserlo pure in seguito.

È noto che due donne abbiano regnato a pieno titolo durante il periodo Protodinastico III: la regina Puabi della città di Ur e la regina Kubaba della città di Kish.

Durante il periodo Protodinastico III (2600 - 2350 a.C., circa), la condizione delle donne rimase invariata oppure migliorò notevolmente, a seconda del contesto. Si sa che due donne governarono a pieno titolo in quest'epoca: la regina Puabi della città di Ur (anche nota grazie alla sua tomba nel Cimitero Reale di Ur) e la regina Kubaba della città di Kish, l'unico nome femminile che compare come sovrana nella Lista Reale Sumerica.

Sulla base del sigillo cilindrico di proprietà di Puabi e del nome di Kubaba nella Lista dei Re, entrambe le donne governarono autonomamente senza un consorte maschile. La regina Barag-ir-nun della città di Umma governò insieme al marito, il sovrano Giša-kidu, durante lo stesso periodo, ed era tenuta in così alta considerazione da vedere il proprio nome incluso nell'iscrizione dedicatoria apposta nel Tempio del dio Šara presso la città di Umma.

La mobilità sociale era rara ma possibile, come dimostra il caso di Kubaba, indicata come ex gestrice di una taverna. Esistono poche testimonianze di donne (o di chiunque altro) che abbiano scalato e migliorato la propria posizione sociale, ma è chiaro che molte ricoprivano ruoli al di fuori della sfera domestica - oltre alle note monache, scribi, sacerdotesse e medici - lavorando anche come artiste, artigiane, fornaie, cestaie, birraie, coppiere, ballerine, amministratrici di tenute, contadine, orafe, creatrici di gioielli, mercanti, musiciste, profumiere, vasaie, prostitute, proprietarie di taverne e tessitrici, tra le altre differenti occupazioni.

Età di Akkad ed età di Ur III

Studiosi e ricercatori hanno osservato che questo modello subì un netto cambiamento con l'impero accadico del sovrano Sargon di Akkad "il Grande" e che ciò è molto probabilmente dovuto alla sua maggior attenzione alla forza militare ed alla conquista, unita alla percezione delle donne come "sesso debole" in un'epoca in cui la potenza militare era sempre più apprezzata e ricercata. Sargon ed i suoi successori conducevano regolarmente campagne militari contro insorti e regioni separatiste, mantenendo un esercito permanente che fungeva anche da forza di polizia municipale. L'accademico Paul Kriwaczek commenta:

Doveva trattarsi di una società fortemente militarizzata, in cui era frequente vedere guerrieri armati pattugliare le strade, soprattutto nelle città di provincia, sulla cui fedeltà il potere centrale non sempre poteva contare. Sargon scrisse che ogni giorno 5.400 uomini, forse il nucleo di un esercito permanente, consumavano il pasto al suo cospetto ad Akkad.

(125)

Esistono poche testimonianze di donne che ricoprivano cariche importanti, ma in generale le medesime testimonianze sono ad ogni modo poche, e gli studiosi moderni non hanno ancora idea di dove si trovasse Akkad. Non sembra che Sargon nutrisse alcun interesse a reprimere i diritti delle donne, poiché attribuisce a sua madre il merito di averlo salvato e di averlo guidato verso il suo destino, invoca Inanna/Ištar come sua divina protettrice personale e nominò sua figlia, Enḫeduanna, somma sacerdotessa della città di Ur. Secondo Kriwaczek, ad Ur si continuarono a recare offerte in onore delle sacerdotesse defunte per molto tempo dopo la loro morte (120).

Map of the Akkadian Empire at Its Height
Mappa dell'Impero di Akkad nella sua fase di apogeo Simeon Netchev (CC BY-NC-ND)

Bottero ed altri studiosi indicano la natura semitica dell'impero accadico come motivo del declino dello status sociale delle donne, poiché gli uomini (e le divinità maschili) erano considerati superiori alle donne sotto ogni aspetto. Questo paradigma, tuttavia, è riscontrabile anche nell'antichità della Cina, del Giappone, dell'India, della Grecia, di Roma e altrove, senza esservi presente alcun riferimento semitico.

Nella celebre iscrizione di Sargon rinvenuta presso la città di Nippur, egli cita per prima la dea Inanna e poi gli dèi Anu ed Enlil, ed Inanna continuò ad essere venerata durante tutto il periodo accadico. È quindi più probabile che l'eventuale perdita di prestigio delle donne fosse legata al maggior valore attribuito all'arte della guerra, tradizionalmente maschile, e alle divinità - solitamente maschili - associate alla conquista militare, dato che persino Inanna veniva invocata regolarmente non come dea dell'amore e della sessualità, bensì della guerra.

Babilonesi ed Assiri

Nel caso dei Babilonesi, tuttavia, l'ascesa delle divinità maschili - in particolar modo, di Marduk - segnò il declino del prestigio delle divinità femminili e dello status sociale delle donne. Durante il regno di Hammurabi (anch'egli monarca semitico), le divinità femminili furono messe in secondo piano rispetto a quelle maschili (la dea Nisaba, per citare un esempio, fu sostituita dal dio Nabû come protettore della scrittura), e il Codice di Hammurabi regola rigorosamente il comportamento delle donne e sottolinea il loro ruolo di mogli e madri. Lo studioso Stephen Bertman commenta:

La convinzione che il matrimonio rivesta un ruolo centrale è chiaramente espressa nell'opera babilonese del Codice di Hammurabi. Dei suoi 282 statuti, quasi un quarto è dedicato al diritto di famiglia.

(275)

Tra le leggi vi erano quelle relative all'infedeltà o all'abbandono del marito da parte della moglie per un altro uomo. In tali casi, e soprattutto se i due amanti venivano sorpresi insieme, venivano entrambi legati l'uno all'altro e gettati nel fiume. Quando annegavano, ciò veniva interpretato come il giusto giudizio degli dèi su due persone che avevano violato il valore fondamentale del matrimonio e della famiglia. Un marito poteva tuttavia prendere tutte le mogli secondarie che poteva permettersi, o persino divorziare dalla moglie per un'altra donna senza incorrere nella stessa tipologia di rischio.

Il concetto di donna come moglie e madre non era una novità, ma durante il regno di Hammurabi divenne ancor più marcato, mentre le divinità femminili perdevano sempre più importanza. Ciò ha portato alcuni studiosi a concludere che esiste una correlazione diretta tra lo status sociale delle donne ed il genere attribuito alle divinità da una comunità o da una cultura. Ciononostante, dal Codice di Hammurabi emerge chiaramente che le donne svolgevano ancora attività lavorative fuori casa e continuavano a trovare opportunità all'interno dei confini del sistema patriarcale.

Code of Hammurabi
Il Codice di Hammurabi Larry Koester (CC BY)

Lo stesso modello si riscontra in età assira, quando il dio Aššur raggiunse una tale importanza tanto da eclissare tutte le altre divinità, e il suo culto rasentò il monoteismo. Tuttavia, la città di Aššur - sede del tempio principale del dio Aššur a partire dal 1900 a.C., circa - intratteneva regolari rapporti commerciali con il karum della città portuale di Kaneš, e le donne erano le principali amministratrici e mediatrici di questo commercio. Le amministratrici (šakintu[m]) supervisionavano la produzione e la spedizione dei tessuti tra Aššur ed il karum di Kaneš, ed intrattenevano una corrispondenza regolare sia con gli uomini che trasportavano le merci tra le due città sia con i mercanti che gestivano le vendite.

Anche la grande regina assira Šammu-Rāmat (regnante dall'811 all'806 a.C., circa) visse in questo periodo, e si ritiene che il suo regno sia stato così imponente tanto da ispirare la successiva figura leggendaria della regina Semiramide. La regina madre Zakūtu (728 - 668 a.C., circa) è un'altra celebre donna del periodo neo-assiro che passò dalla posizione di moglie secondaria del sovrano Sennacherib (705/4 - 681 a.C., circa) a quella di regina madre del suo successore, il sovrano Esarhaddon (681 - 669 a.C., circa) e nonna del sovrano Assurbanipal (668 - 627 a.C., circa), nota per il trattato che garantì la successione al trono senza intoppi da parte di suo nipote.

Donne persiane

Le donne persiane erano abituate a ricevere un trattamento paritario agli uomini, almeno fin dal periodo achemenide e molto probabilmente anche prima. Nell'antica Persia le donne ricevevano una retribuzione pari a quella degli uomini per il loro lavoro (cosa che non avveniva altrove, nemmeno a Sumer), potevano viaggiare da sole, possedere terreni e gestire attività commerciali, dedicarsi al commercio ed avviare procedure di divorzio senza incorrere in alcuna complicazione giuridica. Le donne nell'impero persiano achemenide non solo lavoravano a fianco degli uomini, ma ricoprivano spesso ruoli dirigenziali per i quali venivano retribuite più degli uomini, in quanto in grado di gestire maggiori responsabilità ed incombenze. Le donne incinte ricevevano salari più alti, così come le neomamme per il primo mese dopo la nascita del figlio.

Statue of a Sitting Woman from Hatra
Statua raffigurante una donna seduta, proveniente dal sito di Hatra Osama Shukir Muhammed Amin (Copyright)

Nell'impero achemenide, in territorio partico e nell'impero sassanide alle donne era consentito prestare servizio militare, svolgere attività commerciali su un piano di parità con gli uomini e persino guidare gli uomini in campo di battaglia. Nel periodo sassanide, ballerine, musiciste e narratrici raggiunsero lo status sociale equiparabile a quello delle moderne celebrità, e si ritiene che la regina sassanide Azadokht Shahbanu, moglie del sovrano Shapur I "il Grande" (anche noto come Sapore I, regnante dal 240 al 270 d.C., circa), fosse la forza trainante dietro la fondazione di Gundeshapur, il grande centro culturale, ospedale universitario e biblioteca dell'impero stesso.

Conclusioni

L'impero sassanide cadde nelle mani degli arabi musulmani nel 651 e la condizione delle donne nell'antica Mesopotamia subì un drastico peggioramento. Ciò fu in parte dovuto semplicemente ai tentativi dei conquistatori di annullare i valori culturali degli stessi conquistati, come accade in ogni situazione del genere. Nel caso della conquista della Mesopotamia, tuttavia, questa soppressione dei valori della regione era direttamente correlata alla religione sia dei conquistatori sia dei conquistati, per quanto riguardava la condizione delle donne.

La dea persiana Anāhita, sebbene non fosse più considerata una divinità a sé stante ma piuttosto come una sorta di avatar di Ahura Mazdā, la divinità suprema della religione zoroastriana, era ancora ampiamente venerata al tempo della conquista e aveva continuato per secoli a fornire alle donne una forte immagine di riferimento del divino.

La conquista araba musulmana spodestò Anāhita ed altre personalità divine femminili come Cibele - la dea madre anatolica che si ritiene sia stata ispirata dalla regina Kubaba o dalla semidivina Semiramide - che furono poi sostituite dalla divinità maschile suprema dell'Islam, Allah. Questo stesso schema è evidente anche altrove, secondo gli studiosi in linea con Kramer e Spencer: quando i sistemi di credenze monoteistici e patriarcali dominano le precedenti credenze politeistiche che celebrano il principio femminile, lo status sociale delle donne ne risente inevitabilmente e l'uguaglianza viene meno.

Domande e Risposte

Quali diritti avevano le donne nell'antica Mesopotamia?

Nell'antica Mesopotamia, le donne potevano possedere attività in proprio, comprare e vendere terreni e schiavi, a volte vivere da sole, diventare sacerdotesse, amministrare tenute e svolgere lavori fuori casa.

Qual era il ruolo principale delle donne nell'antica Mesopotamia?

Nell’antica Mesopotamia ci si aspettava che le donne diventassero mogli, obbedissero ai mariti, avessero figli e si occupassero della casa.

Chi erano alcune celebri donne dell'antica Mesopotamia?

La donna più celebre dell'antica Mesopotamia è Enḫeduanna, la prima autrice al mondo di cui si conosca il nome. Tra le altre figurano la regina Puabi, la regina Kubaba e la regina Šammu-Rāmat (che pare aver ispirato il personaggio della regina Semiramide).

Che cosa ha determinato il declino dei diritti delle donne nell'antica Mesopotamia?

Secondo alcuni studiosi, il declino dei diritti delle donne nell'antica Mesopotamia - o in qualsiasi civiltà - è una conseguenza naturale dell'affermazione di un sistema di credenze religiose di tipo patriarcale. Nell'antica Mesopotamia, i diritti delle donne subirono un drastico declino dopo la conquista dei territori da parte degli arabi musulmani, nel 651.

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Mark, J. J. (2026, agosto 26). Donne nell'antica Mesopotamia: Celebrazione del principio femminile nel Vicino Oriente antico. (E. Mion, Traduttore). World History Encyclopedia. https://www.worldhistory.org/trans/it/2-2081/donne-nellantica-mesopotamia/

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Mark, Joshua J.. "Donne nell'antica Mesopotamia: Celebrazione del principio femminile nel Vicino Oriente antico." Tradotto da Elisa Mion. World History Encyclopedia, agosto 26, 2026. https://www.worldhistory.org/trans/it/2-2081/donne-nellantica-mesopotamia/.

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Mark, Joshua J.. "Donne nell'antica Mesopotamia: Celebrazione del principio femminile nel Vicino Oriente antico." Tradotto da Elisa Mion. World History Encyclopedia, 26 ago 2026, https://www.worldhistory.org/trans/it/2-2081/donne-nellantica-mesopotamia/.

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