Plauto

Mark Cartwright
di , tradotto da Aurora Alario
pubblicato il
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Plautus (by Unknown Artist, Public Domain)
Plauto Unknown Artist (Public Domain)

Tito Maccio Plauto, meglio conosciuto semplicemente come Plauto (in realtà un soprannome che significa “piede piatto”), fu, tra il 205 e il 184 a.C. circa, un commediografo romano, in particolare autore delle fabulae palliatae, caratterizzate da trame di ispirazione greca. Le sue sono le prime opere complete giunte fino a noi del teatro latino e si distinguono per aver aggiunto un tocco di comicità ancora più eccentrico alle commedie tradizionali. Plauto è inoltre celebrato come pioniere della caratterizzazione dei personaggi e maestro dell’acrobazia verbale. Infine, le sue opere costituiscono una ricca e preziosa fonte di informazioni sulla società romana dell’epoca.

Dettagli biografici

I dettagli sulla vita di Plauto sono frammentari e inaffidabili; persino il nome potrebbe essere semplicemente un insieme di soprannomi attribuiti a un particolare drammaturgo. Si dice che Plauto sia nato a Sarsina, in Umbria. Fonti antiche, oggi in gran parte considerate pura invenzione, raccontano dei primi passi dell'autore nel mondo del teatro, quando lavorava come macchinista, della bancarotta causata da iniziative imprenditoriali fallimentari e del periodo in cui lavorò in un mulino per sbarcare il lunario.

Le opere complete di Plauto

Sono giunte fino a noi venti commedie complete di Plauto, insieme a circa 100 versi della Vidularia (La commedia del baule) e a frammenti di diverse altre opere. Questo corpus fu attribuito per la prima volta a Plauto dallo studioso romano Varrone, vissuto nel I secolo a.C., e i titoli sono:

Opere giovanili:

  • Cistellaria (La commedia della cesta)
  • Miles Gloriosus (Il soldato fanfarone)
  • Stichus (200 a.C.)
  • Pseudolo (191 a.C.)

Opere successive:

  • Bacchidi (Le Bacchidi)
  • Casina
  • Persa (Il persiano)
  • Trinummus (Le tre monete)
  • Truculentus (Lo stizzoso)

Data/periodo sconosciuti:

  • Anfitrione
  • Asinaria (La commedia degli asini)
  • Aulularia (La commedia della pentola)
  • Captivi (I prigionieri)
  • Curculio (Il Curculione)
  • Epidico
  • Menaechmi (Menecmi)
  • Mercator (Il mercante)
  • Mostellaria (La commedia degli spettri)
  • Poenulus (Il cartaginese)
  • Rudens (La gomena)

Influenze e stile

Queste opere sono adattamenti di commedie della Nuova Commedia greca (e forse anche della Commedia Media) del IV secolo a.C., con alcune aggiunte tipiche della commedia latina, quali il mimo e le battute licenziose. Le commedie greche presentavano già personaggi ricorrenti e Plauto ampliò liberamente i ruoli di figure classiche quali lo schiavo astuto, il cuoco e il parassita, attribuendo loro per di più nomi memorabili – ad esempio, Crisalo dalle Bacchidi.

Plauto ricorre spesso a giochi di parole, allitterazioni e calembour per mettere in scena una serie di acrobazie linguistiche devastanti.

Anche le trame delle opere di Plauto sono portate all’estremo fino a diventare inverosimili, al fine di esaltarne la comicità. Confusioni di identità e malintesi tra i personaggi sono spesso utilizzati a fini comici. Molte commedie sono ambientate in un mondo capovolto rispetto alla norma, come nella festa romana dei Saturnali, dove, per un breve periodo, gli schiavi diventavano padroni e viceversa. Pertanto, nelle commedie di Plauto, molto spesso, la figura del servo astuto viene in aiuto di un giovane innamorato ed entrambi hanno la meglio sul vecchio padrone. Inoltre, le commedie presentano spesso una morale ambigua, in cui gli innamorati formano coppie inadatte e personaggi come le prostitute non vengono descritti in modo negativo.

Plauto impiega una gamma completa di linguaggio, dalle espressioni colloquiali ai termini tecnici, e ricorre frequentemente a giochi di parole, allitterazioni e calembour per mettere in scena una serie di acrobazie linguistiche travolgenti. Le commedie presentano una grande varietà sia di metri che di musica, specialmente nei segmenti dei «cantica» – arie e duetti operistici. Plauto ricorda inoltre frequentemente al pubblico che sta assistendo a uno spettacolo teatrale (metateatro) per accrescere ulteriormente la comicità, ricorrendo a espedienti quali segnalare al pubblico esattamente come procede la commedia e ricordargli che la storia è ambientata nella lontana Grecia.

Theatre Mask Mosaic
Mosaico con maschere teatrali Mark Cartwright (CC BY-NC-SA)

L’eredità di Plauto

Le commedie di Plauto continuarono ad essere popolari anche dopo la sua morte e furono rappresentate a Roma per circa un altro secolo. Le sue opere furono inoltre lette, studiate e copiate per secoli a seguire. Il più antico manoscritto di una commedia di Plauto risale al VI secolo d.C. e la ricomparsa di manoscritti precedentemente perduti rese Plauto nuovamente popolare durante il Rinascimento. Le commedie tornarono ad essere rappresentate nei teatri e, insieme a Terenzio, a Plauto viene attribuito il merito di aver influenzato l’evoluzione del teatro comico europeo e di aver ispirato drammaturghi come Shakespeare e Molière con le sue ricche caratterizzazioni. Ad esempio, La commedia degli errori di Shakespeare condivide molti dettagli della trama e dei personaggi con i Menaechmi di Plauto.

Di seguito è riportata una selezione di brani tratti dalle opere teatrali di Plauto:

Peniculus: Che gli dei maledicano chi per primo ha inventato le assemblee pubbliche, quell’espediente per far perdere tempo a chi non ne ha da perdere. Ci vorrebbe una masnada di fannulloni arruolati apposta per quel genere di faccende. (Menecmi, versi 420-472)

Pseudolo: I piani meglio congegnati di cento uomini scaltri possono essere mandati all’aria da una sola dea, la Fortuna. È un dato di fatto; è solo saper sfruttare la dea Fortuna che rende un uomo di successo e gli conferisce la reputazione di essere un uomo d'ingegno. (Pseudolo, versi 641-693)

Euclio: La prima cosa che mi viene in mente, Megadoro, è che tu sei un uomo ricco, un uomo influente, mentre io sono un uomo povero, il più povero dei poveri. E la seconda cosa che mi viene in mente è che per me prenderti come genero sarebbe come mettere un bue e un asino alla stessa pariglia; tu saresti il bue e io l’asino. Incapace di trainare la mia parte di carico, io, l’asino, rimarrei disteso nel fango, e tu, il bue, non mi presteresti più attenzione di quanto ne avresti se non fossi mai nato. Non sarei alla tua altezza, e la mia classe mi rinnegherebbe; se si parlasse di divorzio o qualcosa del genere, la mia zampa in entrambe le stalle sarebbe... molto malferma. Gli asini mi attaccherebbero con i denti, e i tori con le corna. Per un asino, andare in cerca di guai significa proprio volersi traferire nella stalla dei buoi. (La commedia della pentola, righe 213-256)

I drammaturghi non usano più la penna

per migliorare le menti degli uomini perbene.

Se vi abbiamo compiaciuto, anziché annoiarvi,

se ritenete che la virtù meriti una ricompensa,

cari amici, sapete tutti cosa fare…

Dimostratelo – e applaudite.

(I prigionieri, epilogo)

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