La regina Didone (anche nota come Elissa, da Elisha, o Alashiya, il suo vero nome fenicio) era una leggendaria regina di Tiro, nei territori della Fenicia (parte dell'odierno Libano), costretta a fuggire dalla città con un gruppo di fedeli seguaci. Navigando verso Ovest ed attraversando il Mar Mediterraneo, fondò la città di Cartagine attorno all’813 a.C. e in seguito s'innamorò dell'eroe troiano e fondatore del popolo romano, Enea. La storia di Didone è narrata in modo particolarmente celebre nell’Eneide di Virgilio, ma la regina compare anche nelle opere di molti altri autori antichi, cronologicamente sia precedenti sia successivi rispetto all'opera virgiliana.
Didone e Pigmalione
La prima menzione giunta ad oggi del mito della fondazione della città di Cartagine compare nell’opera di Timeo di Taormina, storico greco (350 - 260 a.C., circa), i cui testi originali non sono pervenuti, ma ai quali fanno riferimento molti autori a lui successivi. Timeo fu il primo ad indicare che la fondazione di Cartagine avvenne nell’814 o nell’813 a.C., circa. Un'ulteriore fonte sulla figura storica di Elissa è Flavio Giuseppe, storico del I secolo d.C., che cita l’elenco dei sovrani di Tiro tra X-IX secolo a.C., redatto da Menandro di Efeso, nel quale si menziona una certa Elissa, sorella di Pigmalione (Pumayyaton), che fondò la città di Cartagine nel settimo anno del regno di quello stesso re.
La versione più celebre della storia di Didone, tuttavia, è narrata nell’Eneide di Virgilio. Lo scrittore romano del I secolo a.C., infatti, descrive Didone come figlia di Belus, sovrano di Tiro, in Fenicia. Ci viene rivelato che il suo nome fenicio era Elissa, ma i libici le diedero il nuovo nome Didone, che significa "vagabonda". Virgilio racconta che il fratello di Didone, Pigmalione, derubò la sorella della sua eredità e poi, per mantenere il trono di Tiro, uccise persino il marito di Didone, Sicheo. In un'altra versione, Didone sposò Acherbas (Zakarbaal), ovvero, suo zio e sacerdote di Melqart (verosimilmente Baal), che fu a sua volta giustiziato da Pigmalione per appropriarsi delle sue ricchezze. Didone fuggì quindi dalla città con un seguito fedele (tra cui i comandanti militari Bitias e Barcas) ed un tesoro in oro del sovrano per salpare verso Ovest ed iniziare una nuova vita.
Fondazione di Cartagine
La prima tappa di Didone fu Kition, a Cipro, dove prese a bordo un sacerdote di Astarte dopo avergli promesso che lui e i suoi discendenti avrebbero potuto ricoprire la carica di sommo sacerdote nella loro nuova colonia. Venne portato con loro anche un gruppo di 80 giovani donne, costrette a prostituirsi in quel luogo in nome di Astarte, e l’intero gruppo salpò alla volta del Nord Africa, dove fondarono la loro nuova città. Inizialmente, i coloni furono aiutati dalla vicina colonia fenicia di Utica, e la popolazione libica locale (guidata dal sovrano Hiarbas) si mostrò disposta a commerciare con loro e si offrì anche di affittare un appezzamento di terreno adatto. La condizione era che potessero disporre solo dell’area di terreno coperta da una pelle di bue. L’intraprendente Didone fece tagliare la pelle in strisce molto sottili e con queste circondò una collina che, col tempo, divenne la cittadella della città e che fu poi chiamata Collina di Byrsa, dal termine greco che significa "pelle di bue".
Il nome di questo nuovo insediamento era Qart-hadasht (Città Nuova o Capitale), e la sua ubicazione era in una posizione strategicamente vantaggiosa, su un'ampia penisola della costa nordafricana, scelta per offrire un utile punto di sosta ai mercanti fenici che navigavano da un capo all’altro del Mar Mediterraneo.
I reperti archeologici, in particolar modo, i frammenti di ceramica di manifattura greca ed i resti di abitazioni risalenti alla metà dell’VIII secolo a.C. suggeriscono già la presenza di un grande insediamento e almeno confermano la possibilità della data di fondazione tradizionale. Le città fenicie avevano già fondato colonie in tutto il Mar Mediterraneo e, quindi, Cartagine non fu affatto la prima, ma in un tempo relativamente breve sarebbe diventata la più importante, avrebbe a sua volta fondato colonie proprie e avrebbe persino eclissato la Fenicia stessa come centro commerciale più potente dell’epoca. La prosperità di Cartagine si basava non solo sulla sua fortunata posizione lungo le rotte commerciali, ma anche su un eccellente porto e sul controllo di fertili terreni agricoli. In onore della propria fondatrice, Cartagine coniò monete a partire dal V secolo a.C., circa, e alcuni hanno identificato la testa femminile che indossa il berretto frigio raffigurata su molte di esse come rappresentativa della regina Didone in persona. Alcuni autori romani suggeriscono che Didone fosse stata addirittura divinizzata, ma non vi sono prove archeologiche provenienti dagli stessi Cartaginesi a conferma di ciò.
Didone ed Enea
Gli autori romani, forse a partire dal poeta Nevio, nel III secolo a.C., circa, nella sua opera Bellum Poenicum, descrivono l’incontro tra la regina Didone e l’eroe troiano Enea, il quale poi avrebbe fondato la sua grande città: Roma. Nel mito del padre fondatore di Roma, Enea giunse in territorio italico dopo la distruzione della città di Troia alla fine dell'omonima guerra. Ciò avvenne ben quattro secoli prima della fondazione di Cartagine; è quindi cronologicamente impossibile che i due si siano incontrati, ammesso che siano mai esistiti. Virgilio propone poi la sua interpretazione del mito narrato nell’Eneide, in quella che è diventata la versione classica della storia in analisi. Egli ci racconta che Enea, spinto fuori rotta da una tempesta, viene guidato dalla dea Venere ad approdare a Cartagine. Didone aveva respinto una lunga schiera di pretendenti sin da quando suo marito era stato assassinato a Cartagine, ma quando fu colpita dalla freccia di Cupido per ordine di Venere, si innamorò dell’eroe. Un giorno, separati dal loro seguito durante una tempesta, i due s'abbandonano alla passione amorosa all'interno di una grotta. Purtroppo, la loro storia d’amore è destinata ad avere vita breve, poiché il dio Mercurio, inviato dal dio Giove, spinge poi Enea ad abbandonare la sua amata e a proseguire con il proprio viaggio, che lo porterà a compiere il suo destino di fondatore di Roma. Quando il troiano resiste alle suppliche di Didone di restare e salpa, è allora che la regina si getta su una pira funeraria, ma non prima di aver lanciato una terribile maledizione sui Troiani, spiegando così l’inevitabilità delle brutali guerre puniche intercorse tra Cartagine e Roma qualche tempo più tardi:
Che non vi sia amore tra i nostri popoli e nemmeno trattati. Alzati dalle mie ossa morte, o mio vendicatore sconosciuto, e devasta la stirpe di Dardano con il fuoco e la spada ovunque si stabilisca, ora ed in futuro, ogni volta che la nostra forza ce lo consentirà. Prego affinché possiamo stare l'uno contro l'altro, costa contro costa, mare contro mare e spada contro spada. Che ci sia guerra tra i popoli e tra i loro figli per sempre. (Libro IV: 622-9)
Secondo un’altra tradizione, cronologicamente antecedente a quella di Virgilio, Didone fu costretta a sposare il sovrano libico Iarbas. Per sfuggire a questo matrimonio, Didone accese un grande falò come se volesse compiere un sacrificio, ma poi si gettò tra le fiamme. È inoltre interessante notare che, nella versione di Virgilio, Didone viene descritta in modo compassionevole, e ciò riflette forse lo spirito permeante l'età augustea, quando Cartagine, non più il nemico odiato dei secoli precedenti, veniva reintegrata nell’impero romano.
Eredità
La leggenda di Didone divenne popolare tra gli autori successivi, quali Ovidio (43 a.C. - 17 d.C., circa), Tertulliano (160 - 240 d.C., circa), gli autori del XIV secolo come Petrarca e Chaucer, e la figura di Didone compare come protagonista nelle opere di Purcell (Didone ed Enea) e Berlioz (Les Troyens), tra gli altri. Una leader femminile era eccezionalmente rara nella realtà e nella mitologia dell'antichità classica, e per questo Didone ha catturato l’immaginario collettivo per millenni. Come sintetizza lo storico D. Hoyos "La storia romantica e drammatica di Elissa si fonda molto probabilmente su una realtà storica di base, anche se si dovrebbero evitare i tentativi di considerarne tutti i dettagli come fatti oggettivi" (12). Questa posizione è anche sostenuta da M. E. Aubet: "ci sono troppe coincidenze tra le fonti orientali e quelle classiche per permetterci di pensare che la storia di Elissa non avesse alcun fondamento storico" (215).
