La vita quotidiana nell'Antico Egitto

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Articolo

Joshua J. Mark
da , tradotto da Michele D'Adamo
pubblicato il
Disponibile in altre lingue: Inglese, Arabo, Francese, Greco, Spagnolo
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La visione popolare della vita nell'antico Egitto è spesso quella di una cultura ossessionata dalla morte, in cui i potenti faraoni costringevano il popolo a lavorare alla costruzione di piramidi e templi, schiavizzando gli ebrei a tale scopo.

In realtà, gli antichi egizi amavano la vita, indipendentemente dalla loro classe sociale, e il governo egiziano utilizzava il lavoro degli schiavi come ogni altra cultura antica, a prescindere dall'etnia. Gli antichi egizi avevano un noto disprezzo per i non egiziani, ma questo soltanto perché credevano di vivere la migliore vita possibile nel migliore dei mondi possibili.

La vita nell'antico Egitto era considerata talmente perfetta che l'aldilà egiziano era concepito come un'eterna continuazione della vita sulla terra. Gli schiavi in Egitto erano criminali, persone che non potevano pagare i loro debiti o prigionieri di campagne militari straniere. Si riteneva che queste persone avessero perso la propria libertà per scelta individuale o per conquista militare, e fossero quindi costrette a sopportare una qualità di vita molto inferiore a quella degli egiziani liberi.

Plowing Egyptian Farmer
Aratura contadino egizio
Zenodot Verlagsgesellschaft mbH (GNU FDL)

Gli individui che costruirono le piramidi e gli altri famosi monumenti dell'Egitto erano egiziani che venivano ricompensati per il loro lavoro e, in molti casi, erano maestri della loro arte. Questi monumenti non furono eretti in onore della morte, ma della vita e della convinzione che una vita individuale fosse talmente importante da essere ricordata per l'eternità. Inoltre, la convinzione egiziana che la vita fosse un viaggio eterno e che la morte fosse solo una fase di transizione ispirò il popolo a cercare di rendere la propria vita degna di essere vissuta in eterno. Lontana dall'essere una cultura ossessionata dalla morte e cupa, la vita quotidiana egiziana si concentrava sul godersi il più possibile il tempo che si aveva a disposizione e sul cercare di rendere altrettanto memorabile la vita degli altri.

ATTRAVERSO L'OSSERVANZA DELL'EQUILIBRIO E DELL'ARMONIA, LE PERSONE ERANO INCORAGGIATE A VIVERE IN PACE CON GLI ALTRI E A CONTRIBUIRE ALLA FELICITÀ DELLA COMUNITÀ.

Gli sport, i giochi, la lettura, le feste e il tempo trascorso con gli amici e la famiglia facevano parte della vita egizia tanto quanto la fatica di coltivare la terra o di erigere monumenti e templi. Il mondo degli egiziani era intriso di magia. La magia (Heka) esisteva già prima degli dèi e, di fatto, era la forza di fondo che permetteva agli stessi dèi di svolgere i loro compiti.

La magia era incarnata dal dio Heka (anche dio della medicina), che aveva partecipato alla creazione e l'aveva in seguito sostenuta. Il concetto di Maat (armonia ed equilibrio) era centrale per la comprensione della vita e del funzionamento dell'universo da parte degli Egizi, ed era Heka che rendeva possibile il Maat. Attraverso l'osservanza dell'equilibrio e dell'armonia, le persone erano incoraggiate a vivere in pace con gli altri e a contribuire alla felicità della comunità. Un verso del testo sapienziale di Ptahhotep (il visir del re Djedkare Isesi, 2414-2375 a.C.) avverte il lettore:

Lascia che il tuo viso brilli durante il tempo in cui vivi.

È la gentilezza di un uomo che viene ricordata durante gli anni che seguono.

Far "brillare" il proprio volto significava essere felici, avere uno spirito buono, nella convinzione che questo avrebbe reso il proprio cuore leggero e alleggerito quello degli altri. Sebbene la società egiziana fosse altamente stratificata fin da tempi remoti (già dal periodo predinastico in Egitto, circa 6000-3150 a.C. circa), ciò non significa che i reali e le ceti superiori si godessero la vita a spese della classe contadina.

Il re e la corte sono sempre gli individui con le migliori documentazioni perché, allora come oggi, la gente prestava più attenzione alle celebrità rispetto alla gente comune, e gli scribi che registravano la storia dell'epoca documentavano ciò che era di maggiore interesse. Eppure, i resoconti degli scrittori greci e romani successivi, così come le testimonianze archeologiche e le lettere di diversi periodi, dimostrano che gli egiziani di tutti i ceti sociali apprezzavano la vita e si divertivano il più spesso possibile, proprio come la gente dei giorni nostri.

Egyptian Grinding Grain
Grano da macina egizio
Osama Shukir Muhammed Amin (Copyright)

Popolazione e ceti sociali

La popolazione egiziana era rigorosamente divisa in ceti sociali: il re al vertice, il suo visir, i membri della corte, i governatori regionali (chiamati "nomarchi"), i generali dell'esercito (dopo il periodo del Nuovo Regno), i supervisori governativi dei siti di lavoro e i contadini. La mobilità sociale non fu mai incoraggiata né osservata per la maggior parte della storia dell'Egitto, poiché si pensava che gli dèi avessero decretato l'ordine sociale più perfetto che rispecchiava quello delle stesse divinità.

Gli dèi avevano dato tutto al popolo e avevano stabilito che il re fosse il più adatto a comprendere e attuare la loro volontà. Il re era l'intermediario tra gli dèi e il popolo dal periodo predinastico fino all'Antico Regno (2613-2181 a.C. circa), quando i sacerdoti del dio sole Ra cominciarono ad acquisire maggiore potere. Anche dopo ciò, tuttavia, il re veniva ancora considerato l'emissario scelto da Dio. Anche nell'ultima parte del Nuovo Regno (1570-1069 a.C.), quando i sacerdoti di Amon a Tebe avevano più potere del re, il monarca era ancora rispettato poiché ordinato da Dio.

Ceti superiori

Il re d'Egitto (non conosciuto come "faraone" fino al periodo del Nuovo Regno), in quanto uomo prescelto dagli dèi, "godeva di grandi ricchezze, status e di lussi inimmaginabili per la maggior parte della popolazione" (Wilkinson, 91). Il re aveva la responsabilità di governare nel rispetto del Maat, e poiché si trattava di un incarico impegnativo, si pensava che meritasse quei lussi consoni al suo status e al peso dei suoi doveri. Lo storico Don Nardo scrive:

I re godevano di un'esistenza in gran parte priva di mancanze. Avevano potere e prestigio, servi per svolgere i lavori più umili, molto tempo libero a disposizione da dedicarsi, abiti eleganti e numerose lussurie nelle loro case. (10)

Il re è molte volte raffigurato a caccia e le iscrizioni vantano spesso il numero di animali grandi e pericolosi che un determinato monarca ha ucciso durante il suo regno. Animali come leoni ed elefanti, tuttavia, venivano catturati dai guardiacaccia reali e portati in riserve dove il re "cacciava" le bestie circondato da guardie che lo proteggevano. Il re cacciava all'aperto solo quando l'area era stata ripulita dagli animali pericolosi.

I membri della corte vivevano in condizioni simili, anche se la maggior parte di loro aveva poche responsabilità. Anche i nomarchi potevano vivere bene, ma ciò dipendeva dalla ricchezza della loro regione e dall'importanza per il re. Il nomarca di una regione che comprendeva un sito come Abydos, ad esempio, poteva vivere abbastanza bene grazie alla grande necropoli dedicata al dio Osiride, che portava in città molti pellegrini, tra cui il re e i cortigiani. Un nomarca di una regione priva di tali attrattive viveva invece in modo più modesto. La ricchezza della regione e il successo personale di un nomarca determinavano la possibilità di vivere in un piccolo palazzo o in una casa modesta. Questo stesso modello si applicava in generale anche agli scribi.

Scribi e medici

Gli scribi erano molto apprezzati nell'antico Egitto, in quanto considerati prescelti dal dio Thoth, che guidava e presiedeva il loro mestiere. L'egittologo Toby Wilkinson nota come "il potere della parola scritta di rendere permanente uno stato di cose desiderato era al centro delle credenze e delle pratiche egizie" (204). Era responsabilità degli scribi registrare gli eventi in modo che diventassero permanenti. Le parole degli scribi incidevano gli eventi quotidiani nel registro dell'eternità, poiché si pensava che Thoth e la sua consorte Seshat conservassero queste parole nelle biblioteche eterne degli dèi.

Il lavoro di uno scriba lo rendeva immortale non solo perché le generazioni successive avrebbero letto ciò che aveva scritto, ma perché gli stessi dèi ne erano a conoscenza. Seshat, dea protettrice delle biblioteche e dei bibliotecari, riponeva con cura le opere sui suoi scaffali, proprio come facevano i bibliotecari al suo servizio sulla Terra. La maggior parte degli scribi era di sesso maschile, ma c'erano anche scribi donne che vivevano agiatamente proprio come i loro colleghi maschi. Un'opera letteraria popolare dell'Antico Regno, nota come Istruzioni di Ducauf, sostiene l'amore per i libri e incoraggia i giovani a perseguire l'istruzione superiore e a diventare scribi per vivere al meglio.

Egyptian Scribe's Palette
Tavolozza dello scriba egizio
Mark Cartwright (CC BY-NC-SA)

Tutti i sacerdoti erano scribi, ma non tutti gli scribi diventavano sacerdoti. I sacerdoti dovevano saper leggere e scrivere per svolgere i loro compiti, soprattutto per quanto riguarda i riti mortuari. Poiché i medici dovevano essere alfabetizzati per leggere i testi medici, cominciavano la loro formazione come scribi. Si pensava che la maggior parte delle malattie fosse inferta dagli dèi come punizione per il peccato o per dare una lezione, e quindi i medici dovevano essere consapevoli di quale dio (o spirito maligno, o fantasma, o altro agente soprannaturale) potesse essere responsabile.

Per svolgere le loro mansioni, dovevano essere in grado di leggere la letteratura religiosa dell'epoca, composta da opere di odontoiatria, chirurgia, cura delle ossa rotte e delle varie malattie. Poiché non esisteva una separazione tra la vita religiosa e quella quotidiana, i medici erano di solito sacerdoti, fino a quando, più tardi nella storia dell'Egitto, si verificò una secolarizzazione della professione.

Tutti i sacerdoti della dea Selkis erano medici, e questa pratica continuò anche dopo la comparsa di medici più laici. Come nel caso degli scribi, le donne potevano praticare la medicina e le dottoresse erano numerose. Nel IV secolo a.C., è noto che Agnodice di Atene si recò in Egitto per studiare medicina, poiché lì le donne erano tenute in maggiore considerazione e avevano più opportunità rispetto alla Grecia.

Esercito

L'esercito prima del Medio Regno era costituito da milizie regionali arruolate dai nomarchi per un determinato scopo, di solito la difesa, e poi inviate al re. All'inizio della XII dinastia del Medio Regno, Amenemhat I (ca. 1991-c.1962 a.C.) riformò l'esercito per creare il primo reggimento permanente, diminuendo così il potere e il prestigio dei nomarchi e ponendo l'esercito direttamente sotto il suo controllo.

Successivamente, l'esercito era composto da leader di ceto superiore e da membri di rango inferiore. C'era la possibilità di avanzare di grado, senza essere influenzati dal ceto sociale di appartenenza. Prima del Nuovo Regno, l'esercito egiziano si occupava principalmente della difesa, ma faraoni come Tuthmose III (1458-1425 a.C.) e Ramesse II (1279-1213 a.C.) condussero campagne oltre i confini dell'Egitto per espandere l'impero. Gli egizi generalmente evitavano di recarsi in altre terre perché temevano che, se fossero morti lì, avrebbero avuto maggiori difficoltà a raggiungere l'aldilà. Questa credenza era una precisa preoccupazione dei soldati in campagna all'estero; venivano di fatto prese disposizioni per riportare i corpi dei morti in Egitto per la sepoltura.

Non ci sono prove che le donne abbiano prestato servizio nell'esercito o che, secondo alcune testimonianze, avrebbero voluto farlo. Il Papiro Lansing, per fare un esempio, descrive la vita nell'esercito egiziano come una miseria senza fine che porta a una morte precoce. Va notato, tuttavia, che gli scribi (in particolare l'autore del Papiro Lansing) hanno sempre descritto il loro lavoro come il migliore e il più importante, e sono stati proprio gli scribi a fornire la maggior parte dei resoconti sulla vita militare.

Agricoltori e operai

Il ceto sociale più basso era costituito dai contadini che non possedevano la terra che lavoravano o le case in cui vivevano. La terra era di proprietà del re, dei membri della corte, dei nomarchi o dei sacerdoti. Una frase comune dei contadini all'inizio della giornata era: "Lavoriamo per i nobili!" I contadini erano quasi tutti agricoltori, indipendentemente dall'altro mestiere che svolgevano (traghettatore, per esempio). Piantavano e raccoglievano i loro raccolti, ne davano la maggior parte al proprietario della terra e ne tenevano una piccola parte per sé. La maggior parte aveva giardini privati, che le donne curavano mentre gli uomini andavano nei campi.

Fino all'invasione persiana del 525 a.C., l'economia egiziana si basava sul sistema del baratto e sull'agricoltura. L'unità monetaria dell'antico Egitto era il deben, che, secondo lo storico James C. Thompson, "funzionava più o meno come il dollaro nel Nord America di oggi per far conoscere ai clienti il prezzo delle cose, tranne per il fatto che non esisteva il deben moneta" (Egyptian Economy, 1). Un deben era "circa 90 grammi di rame; gli oggetti molto costosi potevano essere valutati anche in deben d'argento o d'oro con variazioni di valore proporzionali" (ibid). Continua Thompson:

Poiché un sacco di grano costava un deben e un paio di sandali costavano anch'essi un deben, per gli egiziani aveva perfettamente senso che un paio di sandali si potesse acquistare con un sacco di grano con la stessa facilità con cui si acquistava un pezzo di rame. Anche se il fabbricante di sandali aveva grano a sufficienza, lo accettava volentieri come pagamento perché poteva essere facilmente scambiato con qualcos'altro. Gli articoli più comuni utilizzati per fare acquisti erano il grano, l'orzo e l'olio per cucinare o per le lampade, ma in teoria andava bene quasi tutto. (1)

Il ceto più basso della società produceva i beni utilizzati nel commercio, fornendo così i mezzi per la prosperità dell'intera cultura. Questi contadini costituivano anche la forza lavoro che costruì le piramidi e gli altri monumenti dell'Egitto. Quando il fiume Nilo esondava, l'agricoltura diventava impossibile, perciò gli uomini e le donne andavano a lavorare ai progetti del re. Questo lavoro è sempre stato compensato e l'affermazione che le grandi strutture dell'Egitto siano state costruite con il lavoro degli schiavi – in particolare l'affermazione del Libro biblico dell'Esodo secondo cui si trattava di schiavi ebrei oppressi dai tiranni egiziani – non è supportata da alcuna prova letteraria o fisica in nessun momento della storia dell'Egitto. L'affermazione di alcuni autori, come l'egittologo David Rohl, secondo cui le prove dell'esistenza di una schiavitù di massa degli ebrei si perdono se si guarda al periodo sbagliato, è insostenibile, poiché non esistono prove di questo tipo, indipendentemente dal periodo della storia egizia che si esamina.

Egyptian Wooden Statue of a Woman Grinding Cereals
Statua egizia di legno di donna che macina cereali
Mark Cartwright (CC BY-NC-SA)

Il lavoro su monumenti come le piramidi e i loro complessi mortuari, i templi e gli obelischi rappresentava l'unica opportunità di fare carriera per i contadini. Gli artisti e gli incisori particolarmente abili erano molto richiesti in Egitto e venivano pagati meglio dei lavoratori non specializzati che si limitavano a spostare le pietre per le costruzioni da un luogo all'altro. I contadini potevano anche migliorare il loro status praticando un'attività artigianale per produrre vasi, ciotole, piatti e altre ceramiche di cui la gente aveva bisogno. Gli abili falegnami potevano guadagnarsi da vivere creando tavoli, scrivanie, sedie, letti, cassapanche, mentre i pittori erano richiesti per la decorazione di case, palazzi, tombe e monumenti dell'alta società.

Anche i birrai erano molto rispettati e talvolta i birrifici erano gestiti da donne. All'inizio della storia egizia, infatti, sembra che fossero interamente gestiti da donne. La birra era la bevanda più popolare nell'antico Egitto e veniva spesso usata come compenso (il vino non è mai stato così popolare, tranne che tra i reali). Ai lavoratori dell'altopiano di Giza veniva data una razione di birra tre volte al giorno. Si pensava che la bevanda fosse stata donata al popolo dal dio Osiride e che i birrifici fossero presieduti dalla dea Tenenet. Per gli Egizi la birra era una cosa seria, come apprese la faraona greca Cleopatra VII (69-30 a.C.) quando impose una tassa sulla birra; la sua popolarità crollò più per questa tassa che per le sue guerre con Roma.

Ancient Egyptian Brewery and Bakery
Birreria e panetteria dell'Antico Egitto
Keith Schengili-Roberts (CC BY-SA)

Anche il ceto inferiore poteva trovare opportunità attraverso la lavorazione dei metalli, delle gemme e della scultura. I raffinati gioielli dell'antico Egitto, con gemme montate delicatamente in contesti ornamentali, erano creati da membri della classe contadina. Queste persone, la maggioranza della popolazione egiziana, riempivano anche i ranghi dell'esercito e, in rari casi, potevano diventare scribi. Il lavoro e la posizione nella società, comunque sia, venivano di solito tramandati di padre in figlio.

Case e arredi

Questi artisti erano responsabili della creazione degli arredi dei sontuosi palazzi, delle case dei ceti elevati e dei templi dell'Egitto, nonché delle tombe, considerate la dimora eterna di una persona. Il re, la sua regina e la sua famiglia vivevano in un palazzo sfarzosamente decorato e i servitori si occupavano di ogni loro necessità. Gli scribi vivevano all'interno o vicino ai complessi mortuari o templari, in appartamenti speciali, e lavoravano da scriptorium, mentre, come già detto, i nomarchi vivevano in alloggi più o meno grandi a seconda del livello di prestigio. I contadini che fornivano cibo ai ceti più alti aiutavano anche a costruire le loro case e a rifornirle di cassapanche, cassetti, sedie, tavoli e letti, mentre loro stessi non potevano permettersi nulla di tutto ciò. Nardo scrive:

Dopo una dura giornata di lavoro, i contadini tornavano alle loro case, che si trovavano vicino ai campi o in piccoli villaggi rurali situati nelle vicinanze. La casa di un contadino agricolo medio era composta da muri di mattoni di fango. Il soffitto era realizzato con fasci di steli di piante, mentre il pavimento era costituito da terra battuta ricoperta da uno strato di paglia o da stuoie di canne. C'erano una o due stanze (raramente anche tre) in cui vivevano il contadino, la moglie e gli eventuali figli. In molti casi, nelle stesse stanze si trovavano alcuni o tutti gli animali della fattoria. Poiché queste case modeste erano prive di bagni, i residenti erano costretti a usare una latrina esterna (una buca nel terreno). Inutile dire che l'acqua doveva essere trasportata in secchi dal fiume o dal pozzo scavato a mano più vicino. (13)

Il palazzo del faraone Amenofi III (1386-1353 a.C.), noto come Amenofi "il Magnifico", si estendeva invece su una superficie di oltre 30.000 metri quadrati (30 ettari) e comprendeva ampi appartamenti, sale per conferenze, sale per le udienze, una sala del trono e una sala per i ricevimenti, una sala per le feste, biblioteche, giardini, magazzini, cucine, un harem e un tempio del dio Amon. Le pareti esterne del palazzo erano dipinte di un bianco brillante, mentre i colori interni erano blu, giallo e verde.

L'intera struttura, ovviamente, doveva essere arredata; a fornire gli arredi erano gli operai del ceto inferiore. All'epoca il palazzo era conosciuto come "la casa del giubilo" e con altri nomi simili. Oggi è conosciuta come Malkata, dall'arabo "luogo dove si raccolgono le cose", a causa dell'enorme campo di detriti del palazzo in rovina.

Gli appartamenti e le case degli scribi, come quelli dei nomarchi, erano sfarzosi o modesti a seconda del loro livello di prestigio e della regione in cui vivevano. L'autore del Papiro Lansing, Nebmare Nakht, sosteneva di vivere in grande stile e di possedere terre e schiavi alla pari di un grande re. Anche questa affermazione è senza dubbio vera, poiché è assodato che i sacerdoti erano in grado di raggiungere lo stesso livello di ricchezza e potere di alcuni governanti in Egitto, e gli scribi avevano la stessa opportunità.

Crimini e pene

Nell'antico Egitto, come in ogni epoca della storia umana, la ricchezza di una persona era spesso ambita da un'altra che poteva tentare di rubarla, e in questi casi la legge egiziana era rapida. Dopo il Nuovo Regno venne creata una forza di polizia, ma anche prima di allora le persone venivano portate davanti al funzionario locale e accusate di crimini che spaziavano in tutto lo spettro delle attività criminali dei giorni nostri. Lo Stato non si intrometteva negli affari locali a meno che il criminale non avesse derubato o vandalizzato una proprietà statale, come ad esempio il furto o la deturpazione di una tomba. L'egittologo Steven Snape scrive:

Le opportunità di attività criminale offerte dalla concentrazione di beni e proprietà nelle città furono colte con entusiasmo da alcuni antichi egizi, così come in tutte le società. Allo stesso modo, i centri importanti per popolazione e amministrazione costituivano luoghi in cui si poteva fare giustizia e infliggere pene. L'immagine che ci arriva dall'antico Egitto, tuttavia, è che l'amministrazione della giustizia era spinta il più possibile a livello locale. Gli abitanti dei villaggi erano tenuti a risolvere i propri affari. (111)

Il giudizio e la giustizia erano in ultima analisi responsabilità del visir, braccio destro del re, che delegava tale responsabilità ai funzionari sotto di lui, i quali delegavano ulteriormente ad altri. Anche prima del Nuovo Regno, in ogni città esisteva un edificio amministrativo chiamato Sala del Giudizio, dove venivano ascoltate le cause e pronunciati i verdetti. Nelle piccole città e nei villaggi, questi tribunali potevano tenersi nella piazza del mercato. Il tribunale locale era conosciuto con il nome di kenbet, composto da leader della comunità con un buon senso morale, che esaminava i casi e decideva in merito alla colpevolezza o all'innocenza.

Nel Nuovo Regno, la sala del giudizio e il kenbet furono gradualmente sostituiti da giudizi oracolari in cui il dio Amon veniva consultato direttamente sul verdetto. Ciò avveniva tramite un sacerdote di Amon che poneva una domanda alla statua del dio e poi interpretava la sua risposta con vari mezzi. A volte la statua annuiva con la testa, altre volte venivano dati segnali diversi. Se l'imputato veniva dichiarato colpevole, la pena sarebbe stata rapida.

La maggior parte delle pene era costituita da sanzioni per reati minori, ma lo stupro, la rapina, l'aggressione, l'omicidio o il furto di tombe potevano comportare mutilazioni (taglio del naso, delle orecchie o delle mani), l'incarcerazione, i lavori forzati (essenzialmente la schiavitù a vita in molti casi) o la morte. La Grande Prigione di Tebe ospitava i condannati che venivano utilizzati per il lavoro manuale nel Tempio di Amon a Karnak e in altri progetti.

Nelle carceri egiziane non esisteva un braccio della morte, poiché chi veniva giudicato colpevole di un reato grave che meritava la pena capitale veniva giustiziato immediatamente. Non c'erano avvocati che discutevano il caso e non c'erano appelli dopo il verdetto. I sacerdoti, incaricati dal popolo, dovevano assicurare un'udienza equa e giusta a qualsiasi reclamo e giudicare secondo i precetti degli dèi, sapendo di dover affrontare un destino ben peggiore nell'aldilà se avessero mancato a questi doveri.

Famiglia e tempo libero

I sacerdoti potevano essere maschi o femmine. Il sacerdote capo di ogni culto religioso era solitamente dello stesso sesso della divinità che serviva; il capo del culto di Iside era una donna, quello del culto di Amon un uomo. I sacerdoti potevano formare una famiglia e i loro eventuali figli di solito diventavano sacerdoti a loro volta.

LA MOBILITÀ SOCIALE NON FU MAI INCORAGGIATA NÉ OSSERVATA PER LA MAGGIOR PARTE DELLA STORIA DELL'EGITTO, POICHÉ SI PENSAVA CHE GLI DèI AVESSERO DECRETATO L'ORDINE SOCIALE PIÙ PERFETTO CHE RISPECCHIAVA QUELLO DELLE STESSE DIVINTà.

Questo era il paradigma per tutto l'Egitto per quanto riguarda la successione: i figli continuavano l'occupazione dei genitori, di solito del padre. Le donne avevano quasi uguali diritti nell'antico Egitto. Potevano possedere la propria attività, la propria terra e la propria casa, potevano divorziare, stipulare contratti con uomini, abortire e disporre dei propri beni come meglio credevano; si trattava di un livello di uguaglianza sessuale a cui nessun'altra civiltà antica si è avvicinata e che l'era moderna ha avviato – sotto costrizione – solo a metà del XX secolo.

Almeno quattro donne hanno governato l'Egitto, le due più note sono Hatshepsut (1479-1458 a.C.) e Cleopatra VII. Tuttavia, questa non era la norma, poiché la maggior parte dei governanti era di sesso maschile. Le donne reali, per la maggior parte, avevano schiavi e servitori che si occupavano dei bambini e non si occupavano della pulizia o della cura della casa. Assistevano i loro mariti nel ricevere i dignitari stranieri e nel promuovere determinate politiche. Le donne dei ceti più elevati conducevano uno stile di vita simile, ma potevano dedicare più tempo alla cura dei figli, mentre nei ceti inferiori la cura della casa e dei bambini era interamente a carico della donna.

I matrimoni nell'antico Egitto erano più un affare laico che religioso. La maggior parte dei matrimoni, in qualsiasi classe, erano organizzati dai genitori. Le ragazze di solito si sposavano intorno ai 12 anni e i ragazzi intorno ai 15 anni. I figli reali venivano spesso promessi in sposa a quelli dei re stranieri per suggellare i trattati quando erano poco più che neonati, anche se era vietato alle donne lasciare l'Egitto come spose per i sovrani stranieri, poiché si pensava che non sarebbero state felici al di fuori della loro terra.

Poiché l'Egitto era il migliore di tutti i luoghi, era considerato irrispettoso nei confronti di una giovane donna mandarla in un posto inferiore. Era comunque del tutto accettabile che le donne nate all'estero venissero in Egitto come spose. Una volta in Egitto, a queste donne veniva concesso lo stesso rispetto dei nativi. Le donne di tutti i ceti sociali erano considerate alla pari dei loro mariti, anche se l'uomo era considerato il capofamiglia. Nardo osserva che:

Mariti e mogli dei ceti superiori cenavano, davano feste e andavano a caccia insieme, mentre sia le donne benestanti che quelle più povere condividevano molti diritti legali con gli uomini. In effetti, le donne dell'antico Egitto sembrano aver goduto di una maggiore libertà nella vita privata rispetto alle donne della maggior parte delle altre società antiche, anche se gli uomini prendevano la maggior parte delle decisioni importanti. Gli uomini dell’antico Egitto traevano beneficio da relazioni positive e amorevoli tanto quanto le loro mogli. (23)

Sebbene le mogli dei contadini non andassero nei campi con i loro mariti (per la maggior parte), avevano comunque molto lavoro da fare per tenere pulita la casa, accudire gli animali non utilizzati per l'aratura, occuparsi delle necessità degli anziani della famiglia ed educare i bambini. Le donne e i bambini si occupavano anche dell'orto familiare, che era una risorsa importante per ogni famiglia. La pulizia era un valore importante per gli Egizi.

Le donne e gli uomini di tutti i ceti si lavavano frequentemente (i sacerdoti più di ogni altra professione) e si radevano la testa per prevenire i pidocchi e per semplificare la cura dei capelli. Quando un'occasione lo richiedeva, indossavano parrucche. Sia gli uomini che le donne si truccavano, soprattutto con il kajak sotto gli occhi, per contrastare il bagliore del sole e mantenere la pelle morbida. Anche le iscrizioni e le pitture delle tombe mostrano spesso uomini e donne che arano e raccolgono insieme nei campi o costruiscono insieme una casa.

La vita degli antichi egizi, tuttavia, non era tutta lavoro. Trovavano molto tempo per divertirsi attraverso lo sport, i giochi da tavolo e altre attività. Gli sport dell'Antico Egitto comprendevano l'hockey, la pallamano, il tiro con l'arco, il nuoto, il tiro alla fune, la ginnastica, il canottaggio e uno sport noto come "giostra d'acqua", una battaglia navale giocata su piccole imbarcazioni sul fiume Nilo, in cui un "giostratore" cercava di far cadere l'altro dalla sua barca mentre un secondo membro della squadra manovrava l'imbarcazione.

Ai bambini veniva insegnato a nuotare fin da piccoli e il nuoto era uno degli sport più popolari, che diede origine ad altri giochi acquatici. Il gioco da tavolo del Senet era estremamente popolare e rappresentava il viaggio della persona attraverso la vita fino all'eternità. Anche la musica, la danza, la ginnastica coreografica e la lotta erano popolari e, tra i ceti più elevati, la caccia alla selvaggina di piccola o grande taglia era uno dei passatempi preferiti.

Game of Senet
Gioco del Senet
Tjflex2 (CC BY-NC-ND)

Esisteva anche uno sport chiamato "tiro alle rapide", descritto dal drammaturgo romano Seneca il Giovane (I secolo d.C.) che visse in Egitto:

Due persone salivano su piccole imbarcazioni, e mentre uno remava l'altro buttava fuori l'acqua. Poi venivano sbalzati violentemente nelle rapide impetuose. Alla fine, raggiungevano i canali più stretti e, trascinati da tutta la forza del fiume, controllavano a mano l'imbarcazione e si tuffavano a testa in giù con grande terrore degli spettatori. Si credeva tristemente che ormai fossero annegati travolti da una grande massa d'acqua quando, lontano dal luogo in cui erano caduti, schizzavano fuori come da una catapulta, ancora in navigazione, con l'onda che si abbassava e non li sommergeva, ma li portava in acque tranquille. (citato in Nardo, 20)

Dopo o anche durante questi eventi, gli spettatori gustavano la loro bevanda preferita: la birra. La ricetta preferita e più spesso consumata era l'Heqet (detto anche Hecht), una birra al sapore di miele simile, ma più leggera, del successivo idromele europeo. Esistevano molti tipi di birra (generalmente nota come zytum), che venivano spesso prescritti come medicina perché alleggerivano il cuore e miglioravano lo spirito. La birra veniva prodotta sia a livello commerciale che domestico ed era particolarmente apprezzata in occasione delle numerose feste che gli egiziani celebravano.

Feste, cibo e abbigliamento

Tutte le divinità egizie avevano compleanni che dovevano essere celebrati; poi c'erano i compleanni individuali, gli anniversari di grandi imprese del re, le ricorrenze di atti degli dèi nella storia umana, e anche funerali, veglie funebri, eventi di inaugurazione di case e nascite. Tutte queste cose e altre ancora venivano celebrate con una festa o un festival.

Le feste dell'antico Egitto avevano un carattere unico a seconda della natura dell'evento, ma tutte avevano in comune il bere e il banchettare. La dieta egiziana era principalmente vegetariana e consisteva in cereali (grano) e verdure. La carne era molto costosa e di solito solo i reali potevano permettersela; inoltre, era difficile da conservare nel clima arido dell'Egitto, per cui gli animali macellati ritualmente dovevano essere consumati rapidamente.

I festival erano l'occasione perfetta per concedersi ogni tipo di eccesso, compreso il consumo di carne, anche se l'autoindulgenza non era appropriata per ogni incontro. Ogni celebrazione o commemorazione aveva caratteristiche uniche, come spiega la storica Margaret Bunson:

La Bella Festa della Valle, in onore del dio Amon, che si teneva a Tebe, veniva celebrata con una processione delle barche degli dèi, con musica e fiori. La festa di Hathor, celebrata a Dendera, era un momento di piacere e di ebbrezza, in linea con i miti del culto della dea. Anche la festa della dea Iside a Busiris e la celebrazione in onore di Bastet a Bubastis erano momenti di baldoria e di ebbrezza. (91)

Queste feste erano "normalmente di natura religiosa e si svolgevano in concomitanza con il calendario lunare nei templi", ma potevano anche "commemorare alcuni eventi specifici della vita quotidiana del popolo" (Bunson, 90). Ai funerali, come ci si aspetterebbe, ci si vestiva in un rispettoso nero (anche se i sacerdoti di solito indossavano il bianco), mentre ai compleanni o ad altre celebrazioni ci si vestiva come si voleva. Al Festival di Bastet, le donne non indossavano altro che un corto kilt che spesso sollevavano in onore della dea.

Nell'antico Egitto l'abbigliamento era costituito da lino tessuto con cotone. Nel periodo predinastico e nel primo periodo dinastico, sia le donne che gli uomini indossavano semplici kilt di lino. I bambini giravano nudi dalla nascita fino all'età di dieci anni circa. Bunson afferma che "All'epoca le donne indossavano una gonna lunga che pendeva appena sotto i seni scoperti. Gli uomini si limitavano ai semplici kilt. Questi potevano avere colori o disegni esotici, anche se il bianco era probabilmente il colore usato nei rituali religiosi o negli eventi di corte"(67). Ai tempi del Nuovo Regno le donne indossavano abiti di lino che coprivano il seno e arrivavano alle caviglie, mentre gli uomini indossavano un kilt corto e talvolta una camicia larga.

Le donne dei ceti inferiori, le schiave e le serve sono spesso raffigurate con indosso solo il kilt durante il periodo del Nuovo Regno. In questo stesso periodo, le donne reali o nobili sono raffigurate con abiti aderenti dalle spalle alle caviglie e gli uomini con camicette e gonne trasparenti. Nel periodo più freddo della stagione delle piogge si usavano mantelli e scialli.

La maggior parte delle persone, di ogni ceto sociale, camminava a piedi nudi per emulare gli dèi che non avevano bisogno di calzature. Si indossavano i sandali nelle occasioni speciali, quando si affrontava un lungo viaggio, quando ci si recava in un luogo in cui ci si poteva ferire i piedi o durante le stagioni più fredde. I sandali più economici erano fatti di giunchi intrecciati, mentre quelli più costosi erano di cuoio o di legno dipinto. I sandali non sembravano avere una grande importanza per gli Egizi fino al Medio e Nuovo Regno, quando vennero considerati status symbol. Una persona che poteva permettersi dei buoni sandali ovviamente stava bene dal punto di vista economico, mentre i più poveri andavano in giro a piedi nudi. Questi sandali erano spesso dipinti o decorati con immagini che potevano essere piuttosto elaborate.

Nei periodi di festa – e ce n'erano molti durante l'anno egiziano – l'abbigliamento dei sacerdoti era bianco, ma la gente poteva indossare quello che voleva o anche praticamente nulla. Gli Egizi volevano vivere la vita al massimo, sperimentare tutto ciò che il tempo trascorso sulla terra aveva da offrire e sperare che continuasse dopo la morte.

Male Egyptian Mummy with Amulets
Mummia egizia maschile con amuleti
Osama Shukir Muhammed Amin (Copyright)

La vita terrena era solo una parte di un viaggio eterno e la morte era vista come una transizione da una fase all'altra. Una sepoltura adeguata era di estrema importanza per gli antichi egizi di ogni ceto sociale. Il corpo del defunto veniva lavato, rivestito (mummificato) e sepolto con gli oggetti che avrebbe desiderato o di cui avrebbe avuto bisogno nell'aldilà. Più soldi si avevano, ovviamente, più elaborate erano le tombe e i corredi funerari, ma anche le persone più povere provvedevano a dare una tomba adeguata ai propri cari.

Senza una sepoltura adeguata non si poteva sperare di passare alla Sala della Verità e sottoporsi al giudizio di Osiride. Inoltre, se una famiglia non avesse onorato adeguatamente il defunto al momento della morte, ciò avrebbe garantito il ritorno dello spirito di quella persona, che l'avrebbe perseguitata e avrebbe causato ogni sorta di problemi. Onorare i morti non significava soltanto rendere omaggio a quell'individuo, ma anche ai suoi contributi e ai risultati ottenuti in vita, tutti resi possibili dalla bontà degli dèi.

Vivendo con la consapevolezza della gentilezza, dell'armonia, dell'equilibrio e della gratitudine verso gli dèi, speravano di trovare i loro cuori più leggeri della piuma della verità quando si sarebbero presentati al giudizio di Osiride dopo la morte. Una volta giudicati, sarebbero passati all'eternità della stessa vita quotidiana che avevano lasciato dopo la morte. Tutto ciò che nella loro vita sembrava perduto con la morte veniva restituito nell'aldilà. La loro priorità, in ogni aspetto della loro vita, era quella di creare una vita degna di essere vissuta per l'eternità. Senza dubbio molti individui spesso fallirono in questo intento, ma l'ideale era degno di essere perseguito e permeava la vita quotidiana degli antichi egizi di un significato e di uno scopo che infondeva e ispirava la loro imponente cultura.

Info traduttore

Michele D'Adamo
Neolaureato in 'Traduzione' presso l'Università degli Studi di Torino, dove ho studiato inglese e tedesco. Grande appassionato di sport, letteratura, storia e scienza.

Info autore

Joshua J. Mark
Scrittore freelance ed ex Professore part-time di Filosofia presso il Marist College (New York), Joshua J. Mark ha vissuto in Grecia ed in Germania, ed ha viaggiato in Egitto. Ha insegnato storia, scrittura, letteratura e filosofia all'Università.

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Mark, J. J. (2016, settembre 21). La vita quotidiana nell'Antico Egitto [Daily Life in Ancient Egypt]. (M. D'Adamo, Traduttore). World History Encyclopedia. Estratto da https://www.worldhistory.org/trans/it/2-933/la-vita-quotidiana-nellantico-egitto/

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Mark, Joshua J.. "La vita quotidiana nell'Antico Egitto." Tradotto da Michele D'Adamo. World History Encyclopedia. Modificato il settembre 21, 2016. https://www.worldhistory.org/trans/it/2-933/la-vita-quotidiana-nellantico-egitto/.

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Mark, Joshua J.. "La vita quotidiana nell'Antico Egitto." Tradotto da Michele D'Adamo. World History Encyclopedia. World History Encyclopedia, 21 set 2016. Web. 20 lug 2024.