Elfi e nani nella mitologia nordica

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Irina-Maria Manea
da , tradotto da Federica Lomoro
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Disponibile in altre lingue: Inglese, Persiano

Elfi e nani sono figure divine minori della mitologia norrena. Gli elfi (álfar) e i nani (dvergar) hanno in comune il talento nella creazione di oggetti preziosi, l’abilità, la destrezza e l’ambiguità morale. I nani compaiono in molte storie importanti, come quella che narra della forgiatura del martello di Thor, o quella sul tesoro del drago Fafnir. Gli elfi, invece, accompagnano gli dei nelle opere poetiche, ma non hanno delle vere storie a loro dedicate, con l'eccezione di Völund il fabbro.

Wayland the Smith
Wayland il fabbro
The Trustees of the British Museum (CC BY-NC-SA)

Influenzati dal folklore e dalla cultura popolare più recenti, tendiamo a immaginare elfi, nani ed altre creature soprannaturali come dotati di caratteristiche ben precise, che li rendono facilmente riconoscibili. Tuttavia, per i norreni pagani la differenza tra le varie creature doveva essere molto meno netta. Dovremmo poi ricordare che, accanto ad elfi e nani, lo spazio immaginario era popolato anche dai landsvættir, spiriti della terra che potevano aiutare o maledire i viaggiatori; le valchirie, che aiutavano Odino a scegliere i guerrieri più valorosi per la sua sala, il Valhalla; i disir, una sorta di spiriti guardiani; i troll, termine usato per descrivere spiriti malvagi o magici abitatori delle montagne; e persino creature non-morte chiamate draugar.

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L’origine dei nani

Nella tradizione popolare, i nani sono generalmente associati all’artigianato, all’attività mineraria, alle montagne e alla terra, ed il loro aspetto fisico non è molto attraente. Si deduce che fossero bassi grazie all’uso della frase “dvergr of voxt”, “basso come un nano”. I dvergar possono mutare forma e diventare molto aggressivi. Ci sono pochi riferimenti nelle fonti norrene su altre caratteristiche fisiche; ciò che li ha resi celebri è la loro abilità nella forgiatura. Troviamo alcuni dettagli sulla loro origine nel poema della creazione Völuspá, il primo dell’Edda poetica, raccolta di poemi norreni risalente al XIII secolo. Nella nona strofa, gli dei si riuniscono per decidere chi avrebbe guidato i nani “fuori dal sangue di Brimir e dalle gambe di Blain” (Hildebrand, 16), due nomi probabilmente sinonimi di Ymir o della sua carne.

Snorri fa una distinzione tra elfi chiari, che vivono in un regno splendido chiamato Alfheim, ed elfi scuri, svartálfar, che vivono sottoterra.

Nella decima stanza troviamo i nomi di due nani apparentemente potenti, Motsognir e Durin, ma viene spiegato ben poco su di loro, così come sugli altri nani elencati nella lista che segue fino alla sedicesima stanza, il Dvergatal in norreno antico. J.R.R. Tolkien usò questa lista come ispirazione, in particolare il nome Gandalfr (“elfo magico”, quindi non nano) e Eikinskjaldi. Inoltre, anch’egli descrive i nani come il popolo di Durin. Tra i vari nomi, troviamo anche Norþri, Suþri, Austri e Vestri - nord, sud, est e ovest, coloro che reggevano il cielo. La razza dei nani, arrivando fino ad un personaggio di nome Lofar, lascia le montagne verso una nuova dimora, ma questa storia non viene approfondita. Un altro nome nella lista, Dvalin, è citato in un altro poema dell’Edda poetica, lo Hávamál, dove si narra che egli abbia donato delle rune magiche al suo popolo, spiegando probabilmente così le loro abilità (strofa 144).

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L’autore islandese medievale Snorri Sturluson, che scrisse l’Edda in prosa, sostiene che essi uscirono dalla carne del gigante primordiale Ymir come vermi, e che poi gli dei li dotarono di intelletto. Possono vivere sottoterra o fra le rocce. Anche la prosa breve dal titolo Sörla þáttr, in cui la dea Freyja dorme con alcuni nani in cambio di una magnifica collana, spiega che essi vivono tra le rocce, o più probabilmente nelle caverne. Per complicare ancora di più le cose, Snorri fa una distinzione tra gli elfi chiari, che vivono in un regno splendido chiamato Alfheim, e gli elfi scuri (svartálfar) che vivono sottoterra, e che quindi potrebbero essere gli stessi nani oppure essere con loro imparentati.

Nel poema Fáfnismál dell’Edda poetica, il drago ucciso dall’eroe leggendario Sigurd sostiene che alcune delle Norne, le divinità che possiedono il dono della profezia e decidono il fato di tutte le creature, siano della famiglia di Dvalin. Generalmente, comunque, la maggior parte dei dvergar sono maschi. Alcuni si trasformano in animali, ad esempio il già citato Fafnir nella leggenda del clan dei Volsunghi (correlata al ciclo continentale dei Nibelunghi), Andvari che vive come un pesce, e Otr, che significa letteralmente lontra, presente nella stessa storia.

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Doni dei nani

Il racconto della forgiatura di Mjölnir, il martello di Thor, e di altri oggetti fondamentali è stata trasmessa fino a noi solo dall’Edda di Snorri, una fonte secondaria, ma essendo spesso citati in metafore poetiche, probabilmente hanno origine da fonti più antiche. Nello Skáldskaparmál (“Il linguaggio della poesia”), Snorri ci racconta questa storia per spiegare come mai i capelli di Sif siano definiti d’oro. A Sif, moglie di Thor, vengono tagliati tutti i capelli da Loki per scherzo. Infuriato, Thor costringe Loki a recarsi dagli elfi scuri/nani per farsi forgiare dei capelli d’oro per sua moglie. Loki si reca dai figli di Ivaldi, che crearono anche Gungnir, la lancia di Odino, e Skidbladnir, la nave di Freyr. Loki scommette la propria testa con un altro nano, Brokk, che lui e suo fratello Eitri non saranno in grado di creare tre oggetti altrettanto preziosi.

The Sons of Ivaldi Forging Thor's Hammer
I figli di Ivaldi forgiano il martello di Thor
Elmer Boyd Smith (Public Domain)

Quando i nani iniziano il lavoro nella propria fucina, Loki, trasformatosi in mosca, inizia ad infastidire Brokk, che continua comunque a forgiare. Ad un certo punto, però, il nano si ferma per scacciare la mosca che gli tormentava la palpebra: per questo motivo il martello di Thor ha un difetto, ovvero un manico piuttosto corto. Lo portano comunque dagli dei, assieme all’anello Draupnir, che genera altri nove anelli ogni nove notti, e Gullinborsti, un cinghiale magico più veloce di qualunque cavallo. Del martello Mjölnir, essi dichiarano che non mancherà mai un colpo. Dopo aver deciso che esso è effettivamente il regalo migliore, Brokk chiede a Thor di catturare Loki per lui, ma l’ingannevole Loki sostiene di aver scommesso solo la testa, e non il collo: il fratello del nano, Alr, a questo punto sigilla le labbra di Loki con ago e filo.

Personaggi principali

Due nani malvagi chiamati Fjalar e Galar compaiono nella storia sull’idromele della poesia. Sono loro ad uccidere Kvasir, la creatura dalla conoscenza straordinaria, nata dall’unione dello sputo di Asi e Vani, le due famiglie degli dei, al termine della loro guerra ai tempi della creazione del mondo. Dopo averlo ucciso, essi ne prosciugano il sangue, lo mescolano con del miele, creando così l’idromele della poesia, il magico liquido che trasforma chiunque in un talentuoso scaldo. Poi i nani invitano un gigante di nome Gilling e sua moglie. Un giorno, uscendo in mare, la barca si capovolge e Gilling annega. Stanchi di sentire il pianto della moglie del gigante, essi lanciano una macina sulla sua testa. Infuriato per queste azioni malvagie, Suttung, il figlio della coppia, cattura Fjalar e Galar, ricevendo però come risarcimento l’idromele magico. Per questo motivo, la poesia è a volte chiamata la bevanda dei nani.

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Un altro personaggio notevole è Alviss, letteralmente “colui che tutto conosce”, presente nel poema Alvíssmál dell’Edda poetica. Thor lo costringe a rispondere alle sue domande per provare la sua abilità, dopo che il nano aveva reclamato come promessa sposa sua figlia Throdr, e lo aveva definito un vagabondo a causa della sua mancanza di raffinatezza. Thor gli chiede il nome della terra, delle nuvole, del vento, del mare, del fuoco e così via. È interessante il fatto che gli elfi compaiano in undici di queste risposte sui nomi degli elementi, poiché il poema sembra proprio tracciare una linea netta fra queste razze. Alla fine, Thor ammette la grande saggezza a cui ha appena assistito, ma la conversazione si rivela un inganno, per poter attendere l’alba così che la luce solare trasformasse il nano in pietra.

Sia Regin che Fafnir soccombono alla propria avidità, lasciando che lo splendore dell’oro offuschi le loro menti.

Abbiamo poi i personaggi della storia di Sigurd. La Saga dei Volsunghi fu scritta nel XIII secolo, e cita una grande quantità di elementi soprannaturali. Prima delle avventure di Sigurd, la saga racconta delle lotte per il potere degli antenati di Sigurd. Suo padre Sigmund viene ucciso durante una battaglia con un pretendente della madre Hjordis. Ella viene catturata da Alf, principe di Danimarca, e suo figlio Sigurd si rivela un uomo di enorme forza e carattere. Regin, figlio di Hreidmar, assume il ruolo di suo padre adottivo, ma lo incita ad intraprendere l'impresa che scatenerà la catastrofe che lo attende. Gli racconta la storia della sua famiglia e dei suoi due fratelli, Fafnir e Otr, e di come un giorno Odino, Loki e Hoenir uccisero Otr nella sua forma di lontra.

Naturalmente il re esigeva un risarcimento, nella forma dell’oro rubato al nano Andvari, che maledì un oggetto, l’anello Andvararnaut. Fafnir uccise il padre, si trasformò in drago e nascose tutto il tesoro, mentre Regin divenne un fabbro. Dunque Sigurd, dopo aver prima vendicato il padre, accetta la sfida e pugnala Fafnir al cuore, scavando una fossa sotto al punto in cui il drago giaceva, secondo consiglio di Odino. Regin beve il sangue di Fafnir e chiede a Sigurd di arrostirne il cuore, per poterlo mangiare. Dopo averlo assaggiato, Sigurd inizia a comprendere il linguaggio degli uccelli, che parlano del piano di Regin per ucciderlo. Egli, dunque, decide di uccidere il padre adottivo, mangiare una parte del cuore e prendere la maggior parte del tesoro.

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Regin è inoltre elencato fra i dvergar nella Völuspá. Il Reginsmál cita soltanto la sua bassa statura, ma continua dicendo che era violento, abile nella magia e saggio, una descrizione plausibile. Tuttavia, è anche chiamato jotunn, gigante, ad un certo punto. Comunque, sia Regin che Fafnir soccombono alla propria avidità, lasciando che lo splendore dell’oro offuschi le loro menti. Essendo abili fabbri, il loro potere creativo può ritorcersi contro di loro.

La leggenda di Wayland il fabbro

Degli elfi nella mitologia nordica si conosce molto poco. Forse il dio Freyr, connesso alla prosperità e al buon raccolto, aveva qualcosa in comune con loro: il poema Grímnismál suggerisce che il reame degli elfi chiari, Alfheim, fu a lui donato. Nelle saghe leggendarie, i re di sangue elfico sembrano avere un prestigio maggiore. Il sacrificio elfico che il poeta Sigvat commenta brevemente nella sua opera Austrfararvísur potrebbe essere riferito ad un festeggiamento per il buon raccolto e per onorare gli antenati.

L’elfo più famoso era Wayland il fabbro (Völund in norreno antico, Wēland in anglosassone, Wieland in tedesco), la cui storia circolò in molte versioni in tutta l'area di cultura germanica. Questo personaggio è presente nell’inglese antico sin dall’VIII secolo d.C., e probabilmente si diffuse in Scandinavia un secolo più tardi. Völund è ampiamente celebrato nel primo poema eroico dell’Edda poetica del XIII secolo, il Völundarkviða ("Carme di Völund", antico norreno Vǫlundarkviða), che narra di come il famoso artigiano fu azzoppato dal re Nithuth e quindi mise in atto una terribile vendetta.

Codex Regius of the Poetic Edda
Codex Regius dell'Edda poetica
Unknown (Public Domain)

Nell’introduzione, Völund è presentato come uno dei figli del re Finni, probabile riferimento agli abitanti della Lapponia, associati con la magia nelle saghe nordiche. Questo abile personaggio, come i suoi fratelli, prende in moglie una fanciulla-cigno (valchiria): esse, però, dopo qualche tempo volano via. Mentre i suoi fratelli vanno alla loro ricerca, Völund resta a casa a forgiare anelli con gemme preziose, aspettando il ritorno di sua moglie. Intanto Nithuth viene a sapere dove si trova, e invia i suoi uomini alla sala di Völund quando lui è via. Essi vedono 700 anelli su una corda, ma ne prendono solo uno. Quando torna a casa, il “maestro degli elfi” (strofa 13) si accorge dell’anello mancante, pensando che sua moglie Hervor sia ritornata. Dopo essersi addormentato, viene catturato da Nithuth e accusato di averne rubato il tesoro, ma l’elfo sostiene che l’oro non proveniva dalle colline del Reno. Questa informazione sta ad indicare che la storia norrena traeva ispirazione da fonti meridionali.

Il re prende la spada di Völund, sua figlia riceve l’anello d'oro destinato alla moglie di Völund, e la regina parla del suo brutto aspetto e dell’infelice destino che incombe su questa creatura di Myrkwood (altro luogo magico ripreso da Tolkien). Ella dice che “i suoi occhi brillano come serpenti scintillanti”, ed egli “digrigna i denti” quando vede la spada e l’anello, così essi gli tagliano i tendini del ginocchio e lo spediscono su un’isola (Hildebrand, 359). Qui egli si dedica a forgiare ogni tipo di oggetto prezioso per il re, senza sosta. Un giorno i figli di Nithuth arrivano sull’isola per vedere il grande tesoro dell’elfo. La seconda volta che si recano lì, Völund li uccide e nasconde i loro corpi sotto il suo mantice.

In preda ad una crudele vendetta, Völund forgia coppe d’argento dai loro teschi per il re, crea gemme dai loro occhi per la loro madre, e una spilla dai loro denti per la loro sorella Bothvild. La storia continua dopo alcune righe mancanti, con Bothvild che si duole perché il suo anello si è rotto. Völund le promette di aggiustarlo, poi bevono assieme e lei si addormenta sulla sedia di lui. Egli fa della principessa la sua amante, che poi si dispera quando il suo compagno riesce a fuggire dall’isola. Dopo un altro pezzo mancante del poema, ed alcune righe poco chiare, il re convoca Völund, l’”abile elfo” per chiedere spiegazione su ciò che è accaduto ai suoi figli (Hildebrand, 367). Prima di confessare, l’elfo gli fa giurare che non verrà fatto alcun male alla sua sposa, Bothvild, e al figlio che ella porta in grembo. Per quanto Nithuth voglia avere la sua vendetta, non può raggiungere l’elfo: “non esiste uomo abbastanza alto per tirarti giù dal tuo cavallo, né arciere tanto bravo da colpirti lì dove tu vaghi tra le nuvole” (Hildebrand, 369).

The Franks Casket
Cofanetto Franks
The Trustees of the British Museum (CC BY-NC-SA)

La storia si conclude con Bothvild che conferma quanto detto da Völund, e con la fuga dell’elfo. Il Carme di Völund non spiega come egli riesca a fuggire volando, ma possiamo scoprirlo affidandoci ad un’altra fonte. Nella Thidrekssaga, un’opera letteraria medievale basata sulle leggende su Teodorico il Grande, scopriamo che Egil, il fratello di Völund, è quello che lo aiuta ad uccidere uccelli e costruire un costume di piume. Egil è anche quello che Nithuth costringe a tirare d’arco per colpire Völund, non prima però di avergli fatto nascondere sotto il braccio una vescica colma di sangue, così da far credere al re che il suo nemico fosse morto. Inoltre, questi dettagli sono suggeriti da scene presenti sul cofanetto d'avorio Franks, un baule anglosassone dell’VIII secolo ricco di simbologia mitologica.

Völund è un personaggio complesso, che unisce aspetti degli elfi chiari e scuri menzionati da Snorri; all’inizio pacifico e malinconico, poi, dopo la prigionia, aggressivo e spietato. Il suo tratto più caratteristico rimane la sua abilità di artigiano: il suo talento gli porta sia fama che problemi, ma alla fine gli permette di guadagnare di nuovo la libertà. La sua somiglianza con un serpente suggerisce una relazione con la terra, e la Thidrekssaga aggiunge che egli ha imparato l’arte della forgiatura dai nani. La leggenda di Völund/Wayland si trova, sintetizzata, nel Lamento di Deor, un poema in inglese antico del X secolo contenuto nell’Exeter Book, dove il poeta sofferente elenca una serie di eroi che hanno anch'essi patito molto dolore, fra cui appunto il fabbro elfico. Altri riferimenti li troviamo nei poemi Beowulf e Waldere, su una pietra runica svedese a Ardre, e in varie tradizioni popolari medievali.

Conclusioni

Considerando la loro abilità nel produrre oggetti meravigliosi, e la loro natura saggia, a volte magica, possiamo supporre che elfi e nani occupassero un posto intermedio tra dei e uomini. Sono sopravvissuti nel folklore moderno come membri dello hludufólk, il popolo nascosto. I testi medici, probabilmente sotto l’influenza cristiana, li vedono negativamente, come demoni. Come sottolinea Turville-Petre,

È una credenza antica e diffusa che gli elfi causino malattie, e la terminologia dell’inglese antico è ricca di espressioni che lo dimostrano. Ælfsiden si ritiene significhi incubo, e ælfogoða singhiozzo. Ylfagescot ("colpito da elfo") si applica ad alcune malattie di uomini e animali. (232)

Il poema anglosassone Contro un nano è un incantesimo che si credeva curasse una malattia correlata alla mancanza di sonno, un incubo, “sogno di elfo” (Alptraum in tedesco).

A proposito delle differenze tra tutte queste creature soprannaturali, lo studioso Ármann Jakobsson aggiunge:

Tracce di continuità delle tradizioni popolari nordiche […] sono ravvivate ad ogni generazione, con sottili differenze, senza essere mai cadute realmente in disuso. Anche se si può, in alcuni casi, confutare questa continuità, può essere rischioso fare considerazioni generali a partire da esempi limitati o troppo specifici. Ogni caso va invece valutato nel suo ambito. Un altro errore sarebbe quello di essere convinti di sapere sempre ciò che la terminologia e i concetti medievali significhino, perché sappiamo in realtà ciò che alcuni termini significano nel diciannovesimo e ventesimo secolo, senza mai esaminare realmente il senso che avevano nelle fonti medievali. (28)

Elfi e nani erano probabilmente visti come intercambiabili, parti di una famiglia più estesa di spiriti che popolavano un mondo molto più ricco di quello che l’occhio umano poteva cogliere, perché gli uomini del Nord non condividevano la nostra passione per le categorie ben definite. È anche opportuno tenere a mente che essi, forse, immaginavano queste creature in maniera molto diversa rispetto alle rappresentazioni nelle storie popolari moderne. Potrebbe essere interessante, con questo nuovo punto di vista, guardare il film Il Signore degli Anelli immaginando Legolas molto più simile a Gimli.

Bibliografia

Info traduttore

Federica Lomoro
Linguista e traduttrice, Federica è laureata in cinese e giapponese. Dalla Città Eterna all'Estremo Oriente, è sempre pronta a scoprire qualcosa di nuovo sulle antiche civiltà e sul modo in cui hanno plasmato il mondo in cui oggi viviamo.

Info autore

Irina-Maria Manea
Una mente curiosa e aperta, affascinata dal passato. Storica con un profondo interesse per la mitologia norrena e l'epoca vichinga, insegnante di storia e di lingue. Originaria di Bucarest, Romania, ora risiede in Sassonia, Germania.

Cita questo lavoro

Stile APA

Manea, I. (2021, marzo 08). Elfi e nani nella mitologia nordica [Elves & Dwarves in Norse Mythology]. (F. Lomoro, Traduttore). World History Encyclopedia. Estratto da https://www.worldhistory.org/trans/it/2-1695/elfi-e-nani-nella-mitologia-nordica/

Stile CHICAGO

Manea, Irina-Maria. "Elfi e nani nella mitologia nordica." Tradotto da Federica Lomoro. World History Encyclopedia. Modificato il marzo 08, 2021. https://www.worldhistory.org/trans/it/2-1695/elfi-e-nani-nella-mitologia-nordica/.

Stile MLA

Manea, Irina-Maria. "Elfi e nani nella mitologia nordica." Tradotto da Federica Lomoro. World History Encyclopedia. World History Encyclopedia, 08 mar 2021. Web. 06 lug 2022.