Civiltà della Valle dell'Indo

Joshua J. Mark
da , tradotto da Maurizio Pelle
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Mohenjo-daro (by Andrzej Nowojewski, CC BY-SA)
Mohenjo-daro Andrzej Nowojewski (CC BY-SA)

La civiltà della valle dell'Indo fu un'entità culturale e politica che fiorì nella regione settentrionale del subcontinente indiano tra il 7000 e il 600 a.C. circa. Il suo nome moderno deriva dalla sua collocazione nella valle del fiume Indo, ma è anche comunemente indicata come civiltà dell'Indo-Sarasvati e civiltà di Harappa.

Queste ultime denominazioni derivano dal fiume Sarasvati menzionato nelle fonti vediche, che scorreva adiacente al fiume Indo, e dall'antica città regionale di Harappa, la prima scoperta in epoca moderna. Nessuno di questi nomi deriva da testi antichi, poiché, nonostante gli studiosi credano generalmente che gli abitanti di questa civiltà abbiano sviluppato un sistema di scrittura (noto come scrittura dell'Indo o scrittura di Harappa), questo non è ancora stato decifrato.

Tutte e tre le denominazioni sono costrutti moderni, e non si sa nulla con certezza sull'origine, lo sviluppo, il declino e la caduta della civiltà. Ciononostante, l'archeologia moderna ha stabilito una cronologia e una periodizzazione probabili:

  • Pre-Harappa – circa 7000 - circa 5500 a.C.
  • Prima età di Harappa – circa 5500 - 2800 a.C.
  • Età matura di Harappa – circa 2800 - circa 1900 a.C.
  • Tardo periodo di Harappa – circa 1900 - circa 1500 a.C.
  • Post-Harappa – circa 1500 - circa 600 a.C.

La civiltà della valle dell'Indo viene spesso paragonata alle culture ben più note di Egitto e Mesopotamia, ma si tratta di uno sviluppo piuttosto recente. La scoperta di Harappa nell'anno 1829 fu la prima indicazione dell'esistenza di una civiltà del genere in India, e a quel tempo i geroglifici egiziani erano stati decifrati, siti egiziani e mesopotamici erano stati portati alla luce, mentre la scrittura cuneiforme sarebbe stata presto tradotta dallo studioso George Smith (1840-1876). Gli scavi archeologici della civiltà della valle dell'Indo, quindi, ebbero inizio piuttosto tardi, e ora si ritiene che molte delle scoperte attribuite all'Egitto e alla Mesopotamia possano in realtà appartenere alle popolazioni della civiltà della valle dell'Indo.

SI PENSA CHE LA POPOLAZIONE COMPLESSIVA DELLA CIVILTA' SUPERASSE I 5 MILIONO E CHE IL SUO TERRITORIO SI ESTENDESSE PER OLTRE 900 MIGLIA (1.500 KM) LUNGO IL FIUME INDO.

Le due città più note di questa cultura, portate alla luce dagli scavi, sono Harappa e Mohenjo-daro (situate nell'attuale Pakistan), entrambe con una popolazione stimata tra i 40.000 e i 50.000 abitanti, il che è sorprendente se si considera che la maggior parte delle città antiche contava in media 10.000 abitanti. Si ritiene che la popolazione totale della civiltà superasse i 5 milioni e che il suo territorio si estendesse per oltre 1.500 km lungo le rive del fiume Indo e successivamente in tutte le direzioni. Siti della civiltà della valle dell'Indo sono stati rinvenuti vicino al confine con il Nepal, in Afghanistan, sulle coste dell'India e nei dintorni di Delhi, per citare solo alcune località.

Tra il 1900 e il 1500 a.C. circa, per ragioni sconosciute ebbe inizio il declino della civiltà. All'inizio del XX secolo si pensava che ciò fosse stato causato da un'invasione di popolazioni dalla pelle chiara provenienti dal nord, note come Ariani, che sottomisero un popolo dalla pelle scura definito dagli studiosi occidentali come Dravidi. Questa affermazione, nota come Teoria dell'Invasione Ariana, è stata screditata. Si ritiene ora che gli Ariani – la cui etnia è associata ai Persiani dell'Iran – siano migrati pacificamente nella regione e abbiano unito la loro cultura a quella delle popolazioni indigene, mentre il termine "dravidico" è ora inteso come riferito a chiunque, di qualsiasi etnia, parli una delle lingue dravidiche.

Non è chiaro perché la civiltà della valle dell'Indo sia decaduta e crollata, ma gli studiosi ritengono che ciò possa essere collegato al cambiamento climatico, al prosciugamento del fiume Sarasvati, a un'alterazione del percorso del monsone che irrigava i raccolti, alla sovrappopolazione delle città, al declino degli scambi commerciali con l'Egitto e la Mesopotamia, o a una combinazione di questi fattori. Oggi gli scavi continuano in molti dei siti finora portati alla luce, e qualche scoperta futura potrebbe fornire maggiori informazioni sulla storia e sul declino della cultura.

Scoperta e Primi scavi

I simboli e le iscrizioni sui manufatti della civiltà della valle dell'Indo, interpretati da alcuni studiosi come un sistema di scrittura, rimangono indecifrati; pertanto, gli archeologi generalmente evitano di stabilire l'origine di questa cultura, risolvendosi qualsiasi tentativo in pura speculazione. Ad oggi tutto ciò che si può conoscere della civiltà deriva dalle prove fisiche rinvenute in vari siti. La storia della civiltà della valle dell'Indo, quindi, è meglio descritta con la scoperta delle sue rovine nel XIX secolo.

James Lewis (meglio noto come Charles Masson, 1800-1853 ) fu un soldato britannico che prestava servizio nell'artiglieria della Compagnia delle Indie Orientali, quando, nel 1827, disertò con un altro soldato. Per evitare di essere scoperto dalle autorità, cambiò il suo nome in Charles Masson e intraprese una serie di viaggi attraverso l'India. Masson era un appassionato numismatico (collezionista di monete) particolarmente interessato alle monete antiche, e, seguendo varie piste, finì con lo scavare in proprio siti antichi. Uno di questi siti fu Harappa, che scoprì nel 1829. Sembra che abbia abbandonato il sito piuttosto in fretta, dopo averne fatto menzione nei suoi appunti, ma, non sapendo chi potesse aver edificato la città, la attribuì erroneamente ad Alessandro Magno all'epoca delle sue campagne in India intorno al 326 a.C.

Map of the Indus Valley Civilization, c. 3300-1300 BCE
Mappa della civiltà della valle dell'Indo, c. 3300-1300 a.C. Simeon Netchev (CC BY-NC-ND)

Quando Masson tornò in Gran Bretagna dopo le sue avventure (e dopo essere stato in qualche modo perdonato per la sua diserzione), pubblicò nel 1842 il suo libro Racconto di vari viaggi in Belucistan, Afghanistan e Punjab , che attirò l'attenzione delle autorità britanniche in India e, in particolare, di Alexander Cunningham. Sir Alexander Cunningham (1814-1893), un ingegnere britannico con la passione per la storia antica, fondò nel 1861 l'Archaeological Survey of India (ASI) , un'organizzazione dedicata al mantenimento di standard professionali negli scavi e nella conservazione dei siti storici. Cunningham iniziò gli scavi del sito e pubblicò la sua interpretazione nel 1875 (in cui identificò e denominò la scrittura dell'Indo), ma questa era incompleta e indefinita, poiché Harappa era isolata e non aveva alcun collegamento con alcuna civiltà passata nota in grado di edificarla.

Nel 1904 fu nominato un nuovo direttore dell'ASI, John Marshall (1876-1958), che in seguito visitò Harappa e concluse che il sito rappresentava un'antica civiltà fino ad allora sconosciuta. Ordinò che il sito fosse completamente scavato e, più o meno nello stesso periodo, sentì parlare di un altro sito a qualche miglio di distanza, che la popolazione locale chiamava Mohenjo-daro ("il tumulo dei morti") a causa delle ossa, sia animali che umane, rinvenute lì insieme a vari manufatti. Gli scavi a Mohenjo-daro iniziarono nella stagione 1924-1925 e furono identificate le somiglianze tra i due siti : la civiltà della valle dell'Indo era stata scoperta.

Harappa e Mohenjo-daro

I testi indù noti come Veda, così come altre grandi opere della tradizione indiana come il Mahabharata e il Ramayana, erano già ben noti agli studiosi occidentali, che però ignoravano quale cultura li avesse creati. Il razzismo sistemico dell'epoca impedì loro di attribuire le opere al popolo indiano e, inizialmente, portò gli archeologi a concludere che Harappa fosse una colonia dei Sumeri della Mesopotamia o forse un avamposto egizio.

Harappa
Harappa Muhammad Bin Naveed (CC BY-SA)

Harappa, tuttavia, non era conforme né all'architettura egizia né a quella mesopotamica, poiché non vi erano tracce di templi, palazzi o strutture monumentali, né nomi di re o regine, né stele o statue reali. La città si estendeva su 150 ettari di piccole case in mattoni con tetti piani in argilla. C'erano una cittadella e mura, le strade erano disposte a griglia, a dimostrazione di un'elevata abilità nella pianificazione urbana, e, confrontando i due siti, agli archeologi fu chiaro di avere a che fare con una cultura altamente avanzata.

Le case di entrambe le città erano dotate di servizi igienici con sciacquone, un sistema fognario, e gli impianti su entrambi i lati delle strade facevano parte di un elaborato sistema di drenaggio, persino più avanzato di quello dei primi Romani. Dispositivi noti in Persia come "collettori del vento" erano fissati ai tetti di alcuni edifici per fornire aria condizionata alle abitazioni o agli uffici amministrativi, e a Mohenjo-daro c'era un grande bagno pubblico, circondato da un cortile, con una scalinata che conduceva al suo interno.

In seguito al dissotterramento di altri siti venne alla luce lo stesso livello di elaborazione e abilità, nonché la consapevolezza che tutte queste città erano state pianificate in anticipo. A differenza di quelle di altre culture, che di solito si sviluppavano da comunità rurali più piccole, le città della civiltà della valle dell'Indo erano state concepite dopo la scelta del sito ed edificate appositamente prima di essere abitate. Inoltre, tutte si mostravano coerenti con un'unica visione che suggeriva l'esistenza di un governo centrale forte, con una burocrazia efficiente in grado di pianificare, finanziare e costruire tali città. Lo studioso John Keay commenta:

Ciò che stupì tutti questi pionieri, e che rimane la caratteristica distintiva delle diverse centinaia di siti harappani oggi noti, è la loro evidente somiglianza: "La nostra impressione predominante è di uniformità culturale, sia nei diversi secoli in cui fiorì la civiltà harappana, sia nella vasta area da essa occupata". Gli onnipresenti mattoni, ad esempio, hanno tutti dimensioni standardizzate, proprio come i cubi di pietra usati dagli harappani per determinare i pesi sono anch'essi standard e basati sul sistema modulare. Le larghezze delle strade seguono uno schema simile; quindi, le strade sono in genere larghe il doppio delle corsie laterali, mentre le arterie principali sono larghe il doppio o una volta e mezza le strade. La maggior parte delle strade finora rinvenute sono rettilinee e corrono da nord a sud o da est a ovest. Le planimetrie delle città seguono quindi uno schema a griglia regolare e sembrano aver mantenuto questa disposizione attraverso diverse fasi di costruzione. (9)

Gli scavi in entrambi i siti proseguirono tra il 1944 e il 1948 sotto la direzione dell'archeologo britannico Sir Mortimer Wheeler (1890-1976), la cui ideologia razzista gli rese difficile accettare che le città fossero state costruite da persone di pelle scura. Ciononostante, riuscì a stabilire la stratigrafia di Harappa e a gettare le basi per la successiva periodizzazione della civiltà della valle dell'Indo.

Great Bath, Mohenjo-daro
Grande Bagno, Mohenjo-daro Benny Lin (CC BY-NC)

Cronologia

Il lavoro di Wheeler ha fornito agli archeologi gli strumenti per stabilire date approssimative dagli inizi della civiltà fino al suo declino e alla sua caduta. La cronologia si basa principalmente, come evidenziato, su prove fisiche provenienti dai siti di Harappa, ma anche sulla conoscenza dei loro contatti commerciali con l'Egitto e la Mesopotamia. Il lapislazzuli, per citare solo un prodotto, era immensamente popolare in entrambe le culture e, sebbene gli studiosi sapessero che proveniva dall'India, non ne conobbero l'origine esatta fino alla scoperta della civiltà della valle dell'Indo. Sebbene questa pietra semipreziosa continuasse a essere importata dopo la caduta della civiltà della valle dell'Indo, è chiaro che, inizialmente, parte delle esportazioni provenisse da questa regione.

  • Pre-Harappa – c. 7000 - c. 5500 a.C.: Il periodo neolitico meglio esemplificato da siti come Mehrgarh, che mostrano tracce di sviluppo agricolo, domesticazione di piante e animali e produzione di utensili e ceramiche.
  • Primo Harappa – c. 5500-2800 a.C.: Commercio consolidato con Egitto, Mesopotamia e forse Cina. Porti, banchine e magazzini vengono costruiti vicino ai corsi d'acqua da comunità che vivono in piccoli villaggi.
  • Età matura di Harappa – c. 2800 - c. 1900 a.C.: Costruzione di grandi città e urbanizzazione diffusa. Harappa e Mohenjo-daro prosperano entrambe intorno al 2600 a.C. Altre città, come Ganeriwala, Lothal e Dholavira, vengono costruite secondo gli stessi modelli, e questo sviluppo del territorio continua con la costruzione di centinaia di altre città, fino a quando non se ne contano più di 1.000 sparse in ogni direzione.
  • Tardo periodo di Harappa – c. 1900 - c. 1500 a.C.: Declino della civiltà in concomitanza con un'ondata migratoria del popolo ariano dal nord, molto probabilmente dall'altopiano iraniano. Prove fisiche suggeriscono un cambiamento climatico che causò inondazioni, siccità e carestie. Anche la cessazione delle relazioni commerciali con l'Egitto e la Mesopotamia è stata considerata una concausa.
  • Post-Harappa – c. 1500 - c. 600 a.C.: Le città vengono abbandonate e la popolazione si sposta a sud. La civiltà è già in declino quando Ciro II (il Grande, regno c. 550-530 a.C.) invade l'India nel 530 a.C.
Harappan Civilization (Artist's Impression)
Civiltà di Harappa (rappresentazione artistica) Amplitude Studios (Copyright)

Aspetti della Cultura

Sembra che la popolazione fosse composta principalmente da artigiani, agricoltori e mercanti. Non ci sono prove di un esercito permanente, né di palazzi o templi. Si ritiene che il Grande Bagno di Mohenjo-daro fosse utilizzato per riti di purificazione rituale legati alla fede religiosa, ma si tratta di congetture; avrebbe potuto essere anche una piscina pubblica per scopi ricreativi. Ogni città sembra aver avuto il proprio governatore, ma si ipotizza che dovesse esistere una qualche forma di governo centralizzato per garantire una certa uniformità di amministrazione. John Keay commenta:

Gli strumenti, gli utensili e i materiali di Harappa confermano questa impressione di uniformità. Non avendo familiarità con il ferro – che nel terzo millennio a.C. era sconosciuto – gli Harappa tagliavano, raschiavano, smussavano e foravano con "competenza e senza sforzo", utilizzando un kit standardizzato di utensili realizzati in selce, un tipo di quarzo, o in rame e bronzo. Questi ultimi, insieme all'oro e all'argento, erano gli unici metalli disponibili. Venivano utilizzati anche per fondere vasi e statuette e per foggiare una varietà di coltelli, ami da pesca, punte di freccia, seghe, scalpelli, falcetti, spilli e braccialetti. (10)

Tra le migliaia di reperti rinvenuti nei vari siti si trovano piccoli sigilli in pietra ollare di poco più di 3 cm di diametro, che gli archeologi interpretano come utilizzati per l'identificazione personale negli scambi commerciali. Come i sigilli cilindrici della Mesopotamia, si ritiene che questi sigilli venissero utilizzati per firmare contratti, autorizzare vendite di terreni e autenticare il punto di origine, la spedizione e la ricezione di merci negli scambi commerciali a lunga distanza.

Unicorn Seal - Indus Script
Sigillo con unicorno - Scrittura dell'Indo Mukul Banerjee (Copyright)

Gli abitanti avevano sviluppato la ruota, i carri trainati da bovini, le barche a fondo piatto, sufficientemente larghe per trasportare merci, e potrebbero avere sviluppato anche la vela. In agricoltura conoscevano e utilizzavano tecniche di irrigazione e canali, vari attrezzi agricoli, e stabilivano aree diverse per il pascolo del bestiame e le colture. È possibile che venissero osservati rituali di fertilità per un raccolto completo, così come per le gravidanze delle donne, come testimoniano numerose figurine, amuleti e statuette di forma femminile. Si pensa che gli abitanti adorassero una Dea Madre e, forse, un consorte maschile raffigurato come una figura provvista di corna accompagnata di animali selvatici. Le credenze religiose della cultura, tuttavia, sono sconosciute e qualsiasi ipotesi deve essere considerata pura speculazione.

Il loro livello di abilità artistica è evidente attraverso numerosi ritrovamenti di statue, sigilli in pietra ollare, ceramiche e gioielli. L'opera d'arte più famosa è la statuetta in bronzo, alta 10 cm, nota come "Ragazza Danzante", rinvenuta a Mohenjo-daro nel 1926. L'opera raffigura una ragazza adolescente, con la mano destra sul fianco e la sinistra sul ginocchio, il mento sollevato come se stesse valutando le pretese di un pretendente. Un pezzo altrettanto impressionante è una figura in pietra ollare, alta 17 cm, nota come il Re-Sacerdote, raffigurante un uomo barbuto con un copricapo e un bracciale ornamentale.

Dancing Girl of Mohenjo-daro
La ragazza danzante di Mohenjo-daro Joe Ravi (CC BY-SA)

Un aspetto particolarmente interessante dell'arte è la presenza di quello che sembra essere un unicorno su oltre il 60% dei sigilli personali. Ci sono molte immagini diverse su questi sigilli, ma, come osserva Keay, l'unicorno appare su "1156 sigilli e guarnizioni su un totale di 1755 rinvenuti nei siti dell'età matura di Harappa" (17). Egli osserva, inoltre, che i sigilli, indipendentemente dall'immagine che vi appare, presentano anche segni che sono stati interpretati come scrittura dell'Indo, suggerendo che la "scrittura" trasmetta un significato diverso dall'immagine. L'"unicorno" potrebbe aver rappresentato la famiglia, il clan, la città o l'affiliazione politica di un individuo, e la "scrittura" le sue informazioni personali.

Declino e teoria dell'invasione ariana

Così come non esiste una risposta definitiva alla domanda su cosa fossero i sigilli, che cosa rappresentasse l'"unicorno" o come le persone venerassero i loro dei, non esiste una risposta definitiva sul perché la cultura sia decaduta. Tra il 1900 e il 1500 a.C. circa, le città furono progressivamente abbandonate e la popolazione si spostò verso sud. Come accennato, esistono diverse teorie al riguardo, ma nessuna è del tutto soddisfacente. Secondo una di queste, il fiume Gaggar-Hakra, identificato con il fiume Sarasvati dei testi vedici e che scorreva nelle adiacenze del fiume Indo, si prosciugò intorno al 1900 a.C., determinando un significativa migrazione delle persone che facevano affidamento su di esso. Rilevanti insabbiamenti in siti come Mohenjo-daro suggeriscono una grave inondazione, che viene indicata come un'altra causa.

Priest-king from Mohenjo-daro
Re-sacerdote di Mohenjo-daro Mamoon Mengal (CC BY-SA)

Un'altra possibilità è un calo dei beni commerciali di prima necessità. Sia la Mesopotamia che l'Egitto attraversarono difficoltà nello stesso periodo, il che avrebbe potuto causare una significativa interruzione degli scambi commerciali. Il tardo periodo di Harappa corrisponde approssimativamente alla media età del bronzo in Mesopotamia (2119-1700 a.C.), durante la quale i Sumeri – i principali partner commerciali delle popolazioni della valle dell'Indo – erano impegnati a scacciare gli invasori Gutei, mentre, tra il 1792 e il 1750 a.C. circa, il re babilonese Hammurabi stava conquistando le loro città-stato, consolidando il suo impero. In Egitto, il periodo corrisponde all'ultima parte del Medio Regno (2040-1782 a.C.), quando la debole XIII dinastia regnava poco prima dell'avvento degli Hyksos e della perdita di potere e autorità del governo centrale.

Tuttavia, la tesi caldeggiata dagli studiosi dell'inizio del XX secolo non fu alcuna di queste, bensì quella secondo la quale la popolazione della valle dell'Indo era stata conquistata e spinta a sud dall'invasione di una razza superiore di ariani dalla pelle chiara.

Teoria dell'invasione ariana

Gli studiosi occidentali traducevano e interpretavano la letteratura vedica indiana da oltre 200 anni, quando Wheeler iniziò gli scavi, e in quel periodo svilupparono la teoria secondo la quale il subcontinente indiano fosse stato a un certo punto conquistato da una razza dalla pelle chiara nota come Ariani, i quali avevano diffuso una cultura raffinata in tutto il territorio. Questa teoria si sviluppò lentamente e, inizialmente, in modo innocente, attraverso la pubblicazione nel 1786 di un'opera del filologo anglo-gallese Sir William Jones (1746-1794) . Jones, un avido lettore di sanscrito, notò le notevoli somiglianze tra questo e le lingue europee e affermò che doveva esserci una fonte comune per tutte; chiamò questa fonte proto-indoeuropeo.

Successivamente, studiosi occidentali, nel tentativo di identificare la "fonte comune" di Jones, conclusero che una razza dalla pelle chiara proveniente dal nord – da qualche parte intorno all'Europa – avesse conquistato le terre del sud, in particolare l'India, delineandone la cultura e diffondendo la propria lingua e i propri costumi, sebbene nulla supportasse questa tesi in modo oggettivo. Uno scrittore elitario francese di nome Joseph Arthur de Gobineau (1816-1882) rese popolare questa tesi nella sua opera del 1855 Saggio sulla disuguaglianza delle razze umane d.C., e affermò che le razze superiori, dalla pelle chiara, avevano "sangue ariano" ed erano naturalmente inclini a governare sulle razze inferiori.

I primi iraniani si identificavano come ariani, termine che significa "nobile", "libero" o "civilizzato", finché i razzisti europei non lo adattarono ai loro interessi.

Il libro di Gobineau fu ammirato dal compositore tedesco Richard Wagner (1813-1883), il cui genero di origine britannica, Houston Stewart Chamberlain (1855-1927), rese ulteriormente popolari queste idee nelle sue opere, che avrebbero poi influenzato Adolf Hitler e l'architetto dell'ideologia nazista, Alfred Rosenberg (1893-1946). Queste idee razziste furono ulteriormente convalidate da un filologo e studioso tedesco che non le condivideva, Max Muller (1823-1900), il cosiddetto "autore" della teoria dell'invasione ariana, il quale insisteva, in tutte le sue opere, sul fatto che il termine 'Ariano' avesse a che fare con una differenza linguistica e non con l'etnia.

Tuttavia, ciò che Muller diceva non aveva importanza, perché, quando Wheeler iniziò a scavare nei siti negli anni '40 , la gente era impregnata di queste teorie da ben oltre 50 anni. Ci sarebbero voluti decenni prima che la maggior parte degli studiosi, scrittori e accademici iniziasse a riconoscere che la parola 'Ariano' originariamente si riferiva a una classe di persone – che non aveva nulla a che fare con la razza –, e, a detta dell'archeologo J. P. Mallory, "come designazione etnica, la parola [Ariano] è più propriamente limitata agli indo-iraniani" (Farrokh, 17). I primi iraniani si identificavano come ariani, il cui significato era "nobile", "libero" o "civilizzato", e il termine continuò a essere utilizzato per oltre 2000 anni, finché non fu corrotto dai razzisti europei per servire i propri interessi.

L'interpretazione dei siti da parte di Wheeler fu influenzata e poi corroborata dalla teoria dell'invasione ariana. Gli Ariani erano già riconosciuti come gli autori dei Veda e di altre opere, ma la loro collocazione temporale nella regione era troppo recente per sostenere la tesi che avessero eretto le imponenti città; forse, però, le avevano distrutte. Wheeler, naturalmente, era a conoscenza della teoria dell'invasione ariana quanto qualsiasi altro archeologo dell'epoca e, attraverso questa lente, interpretò ciò che trovò come prove a sostegno della stessa; così facendo, convalidò la teoria, che in seguito ottenne maggiore popolarità e consenso.

Conclusioni

La teoria dell'invasione ariana, sebbene ancora citata e sostenuta da coloro che propagandavano tesi razziste, perse credibilità negli anni '60, principalmente grazie al lavoro dell'archeologo americano George F. Dales, che esaminò le interpretazioni di Wheeler, visitò i siti e non trovò alcuna prova a sostegno delle stesse. Gli scheletri, che Wheeler aveva interpretato come di persone decedute di morte violenta in battaglia, non mostravano indizi in tal senso, né le città presentavano danni riconducubili alla guerra.

Inoltre, non vi erano prove di alcun tipo di una mobilitazione di un grande esercito del nord, né di alcuna conquista in India intorno al 1900 a.C. I persiani – l'unica etnia che si identificava come ariana – erano essi stessi una minoranza sull'altopiano iraniano tra il 1900 e il 1500 a.C. circa e non erano in grado di organizzare un'invasione di alcun tipo. Si è quindi ipotizzato che l'"invasione ariana" fosse in realtà molto probabilmente una migrazione di indo-iranici che si unirono pacificamente alle popolazioni indigene dell'India, contrassero matrimoni con elementi delle stesse e furono assimilati alla loro cultura.

Con il proseguire degli scavi nei siti della civiltà della valle dell'Indo, ulteriori informazioni contribuiranno senza dubbio a una migliore comprensione della sua storia e del suo sviluppo. Si sta affermando sempre più il riconoscimento delle vaste conquiste e dell'alto livello di tecnologia e raffinatezza di questa cultura. Lo studioso Jeffrey D. Long esprime il sentimento generale, scrivendo: "Questa civiltà suscita grande interesse per il suo elevato livello di progresso tecnologico" (198). La civiltà della valle dell'Indo è già considerata una delle tre più grandi dell'antichità, insieme a Egitto e Mesopotamia, e futuri scavi ne accresceranno di certo il prestigio.

Domande e Risposte

La civiltà della valle dell'Indo è la più antica del mondo?

La civiltà della valle dell'Indo è una delle più antiche del mondo insieme con la Mesopotamia e l'Egitto.

Per cosa è famosa la civiltà della valle dell'Indo?

La civiltà della valle dell'Indo è famosa per le sue grandi città come Harappa, centri urbani tecnologicamente avanzati e contraddistinti da una notevole cultura.

Quando fiorì la civiltà della valle dell'Indo?

La civiltà della valle dell'Indo fiorì tra il 7000 e il 600 a.C. circa.

Perché finì la civiltà della valle dell'Indo?

La civiltà della valle dell'Indo iniziò il suo declino tra il 1900 e il 1500 a.C. circa, molto probabilmente a causa del cambiamento climatico, sebbene le ragioni di tale declino siano ancora dibattute.

Info traduttore

Maurizio Pelle
Laureato in giurisprudenza e abilitato all'esercizio della professione forense, attualmente ricopre il ruolo di funzionario statale. In quanto appassionato di storia, in particolare antica, letteratura e lingue classiche, crede nell'importanza della diffusione a tutti i livelli della conoscenza delle vicende storiche.

Info autore

Joshua J. Mark
Joshua J. Mark è cofondatore e direttore dei contenuti della World History Encyclopedia. In precedenza è stato professore al Marist College (New York), dove ha insegnato storia, filosofia, letteratura e scrittura. Ha viaggiato molto ed ha vissuto in Grecia e Germania.

Cita questo lavoro

Stile APA

Mark, J. J. (2025, agosto 19). Civiltà della Valle dell'Indo. (M. Pelle, Traduttore). World History Encyclopedia. https://www.worldhistory.org/trans/it/1-10070/civilta-della-valle-dellindo/

Stile CHICAGO

Mark, Joshua J.. "Civiltà della Valle dell'Indo." Tradotto da Maurizio Pelle. World History Encyclopedia, agosto 19, 2025. https://www.worldhistory.org/trans/it/1-10070/civilta-della-valle-dellindo/.

Stile MLA

Mark, Joshua J.. "Civiltà della Valle dell'Indo." Tradotto da Maurizio Pelle. World History Encyclopedia, 19 ago 2025, https://www.worldhistory.org/trans/it/1-10070/civilta-della-valle-dellindo/.

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