Il Mito di Etana narra la storia del sovrano sumerico antediluviano di Kish che ascende al cielo, in groppa ad un'aquila, per chiedere agli dèi la Pianta della Nascita, affinché possa avere un figlio ed erede al trono. Etana è indicato come il primo sovrano di Kish nella Lista dei re sumerici, secondo la quale regnò attorno all'inizio del III millennio a.C. Il testo venne identificato per la prima volta nel 1894 in frammenti recuperati tra le rovine della Biblioteca di Assurbanipal a Ninive.
Secondo quanto elencato nella suddetta Lista dei re sumerici, Etana era noto come "colui che stabilizzò le terre" dopo che gli dèi avevano creato l'ordine dal caos, e stabilito i concetti di regalità e governo tra gli esseri umani. Etana era, quindi, una personalità celebre e molto rispettata, e sarebbe stato scelto come personaggio centrale proprio per questo esatto motivo.
L'insegnamento principale del mito è che si dovrebbe riporre fiducia negli dèi ed Etana, un grande sovrano, sarebbe stato scelto dallo sconosciuto autore dell'opera in analisi come il miglior esempio per trasmettere ciò.
Insegnamento principale
Che il mito sia infatti molto antico è attestato dai sigilli cilindrici raffiguranti Etana sul dorso dell'aquila, questi ultimi risalenti al regno del sovrano Sargon di Akkad (2334 - 2279 a.C., circa). Il British Museum conserva tra le proprie collezioni un frammento del Mito di Etana proveniente dalla Biblioteca di Assurbanipal a Ninive, risalente al VII secolo, circa; tuttavia, come sottolinea l'accademico G. S. Kirk:
La versione neo-assira proveniente dalla Biblioteca di Assurbanipal è quella di cui si conserva il testo più completo, ma in molti passaggi coincide con una versione paleo-babilonese di ben mille anni prima, corrispondendo in modo molto fedele, a volte parola per parola. Un breve frammento in dialetto medio-assiro mantiene la stessa accuratezza lessicale e morfosintattica. (25)
La storia contiene molti motivi ricorrenti nei miti di ogni cultura: una grande città creata dagli dèi, la ricerca di un degno sovrano, animali parlanti, giuramenti infranti, l'intervento divino e una missione che conduce l'eroe nella terra degli dèi. Il mito potrebbe essere stato concepito per trasmettere un messaggio politico inerente la regalità ed il rapporto tra divinità e sovrano, come osservato dall'accademico A. Leo Oppenheim:
Gli dèi dotano il sovrano di forza, intelligenza superiore, buona salute e successo; così il sovrano assegna rendite e offerte ai santuari, i pascoli alle città e il potere esecutivo agli amministratori del suo stesso regno, e così il privato cittadino dispone dei propri beni a favore dei propri figli ed eredi. (202)
Il dovere del re, tuttavia, non era solo nei confronti del proprio popolo, ma anche delle divinità che gli avevano dato la vita e lo avevano posto nella sua posizione. Secondo la credenza sumerica (e quella mesopotamica antica in generale), gli dèi avevano creato l'umanità, quest'ultima intesa come loro collaboratrice per mantenere l'ordine e tenere a bada le forze del caos. Il sovrano era responsabile, sia nei confronti delle divinità sia dei sudditi, di assicurare che la volontà degli dèi fosse compresa e messa effettivamente in pratica.
Il sovrano non avrebbe potuto svolgere questo compito se egli stesso non avesse avuto fede negli dèi; pertanto il mito, oltre ad altri numerose tematiche, avrebbe voluto sottolineare la fede riposta da Etana negli dèi anche quando sembrava che le sue preghiere non fossero nemmeno ascoltate.
Riassunto
La storia ha inizio con la fondazione e la costruzione della grande città di Kish, che gli dèi circondano con alte mura per poi avviare un'attenta ricerca di un sovrano degno di governarla. Etana viene infine scelto dalla dea Ištar/Inanna per regnare e costruisce un santuario dedicato al dio Adad. Vicino a quest'ultimo cresce un pioppo, tra i cui rami un'aquila ha nidificato e tra le cui radici un serpente ha trovato rifugio.
L'aquila e il serpente prestano giuramento di fedeltà al cospetto di Utu-Šamaš, dio del Sole e della giustizia divina come loro testimone, promettendo di essere amici e di prendersi cura dei rispettivi figli vicendevolmente. L'aquila veglierà sui figli del serpente quando questi uscirà in cerca di cibo ed egualmente il serpente per quelli dell'aquila. Questo accordo funziona fino a quando un giorno i figli dell'aquila sono ormai cresciuti e l'aquila decide di divorare i figli del serpente, senza prestare ascolto alle grida di avvertimento dei propri figli che la supplicano di non farlo.
Quando il serpente torna a casa con il cibo della giornata, scopre che i suoi figli sono scomparsi, il suo nido è stato distrutto e che sul terreno attorno a ciò che rimane della sua stessa dimora sono visibili le impronte degli artigli dell'aquila. Chiede aiuto al dio Šamaš affinché punisca l'aquila: dalla divinità gli viene detto di nascondersi all'interno della carcassa di un bue selvatico e, quando l'aquila arriverà per nutrirsi della carne, di afferrarla, tagliarle le ali e le penne della coda, spennarla e gettarla in una fossa.
Il serpente fa come gli viene ordinato e l'aquila, indifesa nella fossa, invoca il dio Šamaš in persona, chiedendo aiuto. Šamaš dice all'aquila che ciò che ha fatto ai figli del serpente è un atto orribile, ma che egli stesso invierà Etana in suo soccorso.
Etana, nel frattempo, sta anch'egli implorando il dio Šamaš di aiutarlo, poiché sua moglie è sterile e lui è disperato nel non poter avere un figlio ed erede al trono. Šamaš indirizza Etana verso la fossa dove l'aquila sta soffrendo ed Etana cura l'uccello, guarendolo. L'aquila ed Etana diventano amici fidati e l'aquila arriva persino ad interpretare i sogni di Etana per lui.
In uno di questi sogni, Etana sale al cielo in groppa all'aquila e riceve la Pianta della Nascita dalla dea Ištar. L'aquila ritiene che questo sogno sia un messaggio da parte degli dèi, esortando ad intraprendere quest'impresa, e dice ad Etana di aggrapparsi alle sue ali, unendo il proprio petto a quello dell'uccello.
Aggrappato al ventre della grande aquila, Etana viene trasportato verso i cieli. Si trova così in alto che, quando guarda giù, non riesce a scorgere la terra e si spaventa assai.
Egli grida all'aquila: "Ho guardato giù, ma non sono riuscito a vedere la terra! Né i miei occhi sono stati sufficienti per scrutare il vasto mare! Amico mio, non salirò in cielo. Mettimi giù, lasciami tornare alla mia città", e poi si stacca dall'aquila e si lancia verso terra. L'aquila piomba giù all'inseguimento di Etana e lo salva.
I due fanno ritorno alla città di Kish, dove sia Etana sia sua moglie hanno dei sogni; l'aquila interpreta il sogno di Etana come un ordine degli dèi di tentare nuovamente di raggiungere i cieli. Il secondo tentativo ha finalmente successo: raggiungono le vette del cielo e arrivano alla dimora degli dèi per inchinarsi insieme; tuttavia, il resto della storia è purtroppo ad oggi andato perduto.
Poiché Etana ebbe effettivamente un figlio, Balikh, che gli succedette come sovrano (e si dice che questi abbia regnato per ben 1500 anni), si deduce che il sogno in cui la dea Ištar gli donava la Pianta della Nascita si sia avverato.
Il testo
La traduzione che segue è opera dell'assiriologo Benjamin R. Foster, tratta dal suo libro From Distant Days: Myths, Tales and Poetry from Ancient Mesopotamia, utilizzata con licenza Creative Commons dal sito web Gateways to Babylon ed integrata dalla traduzione dell'accademica Stephanie Dalley, parafrasata con parole proprie dall'autore del presente articolo nella parte conclusiva.
TAVOLETTA I
Diedero origine ad una città [...],
gli dèi ne posero le fondamenta.
Diedero origine alla città [di Kish?],
gli [dèi] Igigi-gos ne fondarono le mura in mattoni [...].
"Che [...] sia il loro (del popolo) pastore,
che Etana sia il loro architetto ...".
I Grandi dèi Anunnaki, dispensatori dei destini,
sedevano a deliberare riguardo alla terra,
i creatori delle quattro parti del mondo, artefici di ogni forma fisica;
per ordine di tutti loro, gli dèi Igigi
indissero una festa per il popolo.
Non istituirono alcun re a governare i popoli brulicanti,
a quel tempo non era stato ancora realizzato alcun copricapo, tantomeno una corona,
né era stato ancora intarsiato lo scettro con il lapis lazuli.
Non era stato costruito alcun palco o trono,
chiusero le porte al mondo abitato ...
Gli dèi Igigi circondarono la città con bastioni, Ištar discese dal cielo per cercare un pastore,
e cercò ovunque un degno sovrano.
Inninna discese dal cielo per cercare un pastore,
e cercò ovunque un degno sovrano.
Enlil esaminò il palco di Etana,
l'uomo che Ištar con costanza … Ha cercato incessantemente …
"Che la regalità sia stabilita nella terra,
che il cuore di Kish sia gioioso".
La regalità, la corona radiosa, il trono [...].
Egli (?) portò e [...].
Gli dèi delle terre …
(lacuna testuale)TAVOLETTA II
[...] che egli chiamò [...].
L'Acqua Alta,
[...] aveva costruito una torre (?) [...],
[...] un santuario dedicato ad Adad, il dio [...].
All'ombra di quel santuario cresceva un pioppo [...],
nella sua chioma si era posata un'aquila
e alle sue radici s'era annidato un serpente.
Ogni giorno osservavano le bestie del vento.
L'aquila si preparò a parlare, dicendo al serpente:
"Vieni, stringiamo amicizia,
diventiamo compagni, tu ed io".
Il serpente si preparò a parlare, dicendo all'aquila:
"Se davvero ... di amicizia e [...], allora stipuliamo un potente giuramento di Šamaš".
Un abominio, questo, agli occhi degli dèi [...].
"Vieni dunque, mettiamoci in cammino e saliamo sull'alta montagna a cacciare.
Stipuliamo un giuramento per il mondo degli inferi".
Davanti a Šamaš, il guerriero, prestarono il giuramento:
"Chiunque trasgredisca i limiti di Šamaš,
possa Šamaš consegnarlo come trasgressore nelle mani del boia.
Chiunque trasgredisca i limiti di Šamaš,
possano le montagne allontanare da lui le loro lodi,
possa l'arma in arrivo puntare dritta verso di lui,
possano la trappola e la maledizione di Šamaš rovesciarlo e dargli la caccia!"
Dopo aver prestato giuramento dinnanzi al mondo degli inferi,
si misero in cammino, salendo sulle alte montagne,
ogni giorno, a turno, tenendo d'occhio le bestie selvagge,
l'aquila dava la caccia a buoi selvatici e gazzelle, il serpente mangiava, si allontanava, poi i suoi piccoli mangiavano.
L'aquila cacciava pecore selvatiche ed uri,
il serpente mangiava, si allontanava, poi i suoi piccoli mangiavano.
Il serpente cacciava le bestie dei campi, le creature della terra,
l'aquila mangiava, si allontanava, poi i suoi piccoli mangiavano il cibo;
i piccoli dell'aquila crescevano e prosperavano.
Dopo che i figli dell'aquila furono cresciuti e prosperarono,
il cuore dell'aquila tramò davvero il male,
il male, il suo cuore, tramò davvero!
Decise di divorare i piccoli del suo amico!
L'aquila si preparò a parlare, dicendo ai suoi figli: "Divorerò i figli del serpente, il serpente [...],
salirò e dimorerò in cielo,
se scenderò dalla chioma dell'albero, … il re".
Il più piccolo degli uccellini, estremamente saggio, rivolse queste parole all'aquila, suo padre:
"Non mangiare, padre mio!
La rete di Šamaš ti darà la caccia,
le maglie e il giuramento di Šamaš ti rovesceranno e ti daranno la caccia.
Chiunque trasgredisca i limiti di Šamaš, Šamaš lo consegnerà come trasgressore nelle mani del boia!".
Egli non ne tenne conto, né ascoltò le parole dei suoi stessi figli,
scese e divorò i piccoli del serpente.
Alla sera dello stesso giorno,
il serpente giunse, portando il suo fardello,
all'ingresso del suo nido gettò a terra la carne,
si guardò attorno, il suo nido era sparito;
guardò in basso, i suoi piccoli non c'erano [...]!
L'aquila aveva scavato il terreno con gli artigli,
la nuvola di polvere dal cielo oscurò lo stesso cielo.
Il serpente … piangeva davanti a Šamaš,
davanti a Šamaš, il guerriero, le sue lacrime scorrevano, "Ho riposto la mia fiducia in te, o guerriero Šamaš,
sono stato io a dare da mangiare all'aquila,
ora il mio nido [...]!
Il mio nido è sparito, mentre il suo è al sicuro,
i miei piccoli sono stati sterminati, mentre i suoi sono al sicuro,
è sceso e ha divorato i miei figli!
Tu sai, o Šamaš, il male che mi ha fatto!
In verità, o Šamaš, la tua rete è la vasta terra,
la tua trappola è il cielo lontano,
l'aquila non deve sfuggire alla tua rete,
quel malvagio Anzû che nutriva malizia contro i suoi amici!"
Quando ebbe udito il lamento del serpente, Šamaš si preparò a parlare e gli disse:
"Va' per la tua strada e attraversa la montagna,
ho catturato per te un bue selvatico.
Apri le sue viscere, squartagli il ventre,
tendi un agguato nel suo ventre,
ogni sorta di uccello del cielo scenderà a mangiare la carne.
L'aquila scenderà con loro a mangiare la carne,
poiché non conoscerà il male che l'attende,
cercherà la carne più succulenta [...], si aggirerà all'esterno,
si farà strada attraverso il rivestimento degli intestini.
Quando entrerà, afferralo per le ali,
tagliagli le ali, le penne delle ali e quelle della coda,
spennalo e gettalo in un abisso senza fondo,
lascialo morire lì, di fame e di sete".
Come aveva ordinato Šamaš, il guerriero,
il serpente andò e attraversò la montagna.
Allora il serpente raggiunse il bue selvatico,
ne aprì le viscere, ne squarciò il ventre.
Tese un agguato nel suo ventre. Ogni sorta di uccello del cielo scese per mangiare la carne.
L'aquila sapeva forse del male che l'attendeva?
Non volle mangiare la carne insieme agli altri uccelli!
L'aquila si preparò a parlare, dicendo ai suoi piccoli:
"Venite, scendiamo e mangiamo anche noi la carne del bue selvatico".
Il piccolo pulcino, estremamente saggio, rivolse queste parole all'aquila, suo padre:
"Non scendere, padre, senza dubbio il serpente è in agguato all'interno del bue selvatico".
L'aquila disse tra sé e sé:
"Gli uccelli hanno paura? Come mai mangiano la carne in tutta tranquillità?"
Non diede loro ascolto, non prestò attenzione alle parole dei suoi stessi figli,
scese e s'appollaiò sul bue selvatico.
L'aquila osservò la carne, scrutandola davanti e dietro.
Per la seconda volta osservò la carne, scrutandola davanti e dietro,
girò intorno all'esterno, si fece strada attraverso la membrana degli intestini,
quando entrò, il serpente lo afferrò per le ali,
"Ti sei intromesso … ti sei intromesso!".
L'aquila si preparò a parlare, dicendo al serpente:
"Abbi pietà di me! Ti farò un dono pari al riscatto di un re!".
Il serpente si preparò a parlare, dicendo all'aquila:
"Se ti liberassi, come potrei rispondere a Šamaš nell'alto dei cieli?
La tua punizione ricadrebbe su di me,
su di me, colui che deve infliggerti la punizione!".
Gli tagliò le ali, le penne delle ali e quelle della coda,
lo spennò e lo gettò in una fossa,
affinché lì morisse di fame e di sete.
Quanto a lui, l'aquila [...],
continuò a supplicare Šamaš giorno dopo giorno:
"Devo morire in una fossa?
Chi saprebbe mai come mi è stata inflitta la tua punizione?
Salva la mia vita, l'aquila!
Lascia che io faccia risuonare il tuo nome per sempre". Šamaš si preparò a parlare e disse all'aquila:
"Sei malvagia e hai compiuto un'azione ripugnante.
Hai commesso un abominio agli occhi degli dèi, un atto proibito.
Non avevi forse prestato giuramento? Non mi avvicinerò a te.
Su, su! Ti manderò un uomo che ti aiuterà".
Etana continuò a supplicare Šamaš giorno dopo giorno:
"O Šamaš, hai banchettato con le mie pecore più grasse!
O Mondo Sotterraneo, hai bevuto il sangue dei miei agnelli sacrificati!
Ho onorato gli dèi e venerato gli spiriti,
gli interpreti dei sogni hanno consumato il mio incenso,
gli dèi hanno consumato i miei agnelli nel sacrificio.
O Signore, dai l'ordine!
Concedimi la Pianta della Nascita!
Rivelami la Pianta della Nascita!
Liberami dal mio fardello, concedimi un erede!". Šamaš si preparò a parlare e disse ad Etana:
"Trova una fossa, guarda al suo interno,
un'aquila vi è stata gettata dentro.
Lei ti rivelerà la Pianta della Nascita".
Etana si mise in cammino.
Trovò la fossa, guardò al suo interno:
l'aquila vi era stata gettata dentro,
ed eccola lì, pronta per essere tirata fuori!TAVOLETTA III
L'aquila lo guardò ...
E disse [...] ad Etana:
"Tu sei Etana, re delle bestie selvagge,
tu sei Etana, [...] tra (?) gli uccelli.
Tirami fuori da questa fossa,
dammi [...] la tua mano, [...],
canterò le tue lodi per sempre".
Etana disse all'aquila queste parole:
"Se ti salverò la vita [...],
se ti tirerò fuori dalla fossa,
da quel momento dovremo essere ...
"[...] per me [...].
Dall'alba fino a [...],
ti concederò la Pianta della Vita".
Quando Etana udì ciò,
riempì la parte anteriore della fossa con [...],
poi vi gettò dentro [...],
continuò a gettare [...] davanti a sé,
l'aquila ... dalla fossa.
Quanto a lui, sbatté le ali,
una prima volta ed una seconda volta ... L'aquila nella fossa.
Quanto a lui, sbatté le ali ...
una terza volta ed una quarta volta ... [L'aquila] ... nella? fossa.
Quanto a lui, sbatté le ali ...
una quinta ed una sesta volta ...
(versi frammentari, poi lacuna testuale)
- da un'altra versione -
Lo prese per mano nel suo settimo mese nella fossa,
nell'ottavo mese lo portò oltre il bordo della sua fossa,
l'aquila mangiò come un leone famelico,
ritrovò le forze.
L'aquila si preparò a parlare e disse ad Etana:
"Amico mio! Diventiamo amici, tu ed io!
Chiedimi tutto ciò che desideri e io te lo darò".
Etana si preparò a parlare e disse all'aquila:
"I miei occhi ... svela ciò che è nascosto".
(lacuna testuale) Etana e l'aquila diventano amici. Etana ha dei sogni, che racconta all'aquila:
"[...] lassù,
[...] ai miei piedi".
L'aquila spiegò il significato del sogno ad Etana,
[...] seduta davanti a lui:
"[...], il tuo sogno è di buon auspicio, [...] il fardello è portato,
ti daranno [...],
hai fatto [...] al popolo,
afferrerai ... con la tua mano,
il legame sacro [...] lassù,
[...] ai tuoi piedi".
Etana disse a lui, all'aquila:
"Amico mio, ho avuto un secondo sogno,
[...] canne [...] nella casa,
in tutto [...], l'intera terra,
li ammucchiavano in cataste,
[...] nemici, erano serpenti malvagi, venivano davanti a me,
[...] si inginocchiavano davanti a me".
L'aquila fece comprendere il sogno ad Etana,
[...] seduto lo portò:
"[...], il tuo sogno è di buon auspicio".
(lacuna testuale)TAVOLETTA IV
L'aquila si preparò a parlare, dicendo ad Etana:
"Amico mio … quel dio …
Abbiamo varcato le porte di Anu, Enlil ed Ea,
abbiamo varcato le porte di Sîn, Šamaš, Adad ed Ištar,
abbiamo reso omaggio insieme, tu ed io,
ho visto una casa con delle finestre, non aveva alcun sigillo,
io … e sono entrato.
Lì era seduta una giovane donna straordinaria,
era imponente ... dai lineamenti bellissimi.
C'era un trono, il terreno era battuto,
al di sotto del trono [...] v'erano dei leoni accucciati;
non appena entrai, i leoni mi balzarono addosso.
Mi svegliai di soprassalto e rabbrividii [...]".
L'aquila disse a lui, ad Etana:
"Amico mio, i [...] sono evidenti,
vieni, lascia che ti porti in cielo,
appoggia il tuo petto contro il mio,
appoggia le tue mani contro le piume delle mie ali,
appoggia le tue braccia contro i miei fianchi".
E così egli appoggiò il petto contro il suo petto,
appoggiò le mani contro le piume delle sue ali,
appoggiò le braccia contro i suoi fianchi,
grande era davvero il peso che gravava su di lui.
Quando lo portò in alto di una lega,
l'aquila gli disse, disse ad Etana:
"Guarda, amico mio, com'è ora la terra.
Osserva il mare, cerca i suoi confini:
la terra è tutta colline …
il mare è diventato un ruscello".
Quando lo ebbe portato in alto di una seconda lega,
l'aquila gli disse, disse ad Etana:
"Guarda, amico mio, com'è ora la terra!
La terra è una collina". Quando lo ebbe portato in alto per una terza lega,
l'aquila gli disse, disse ad Etana:
"Guarda, amico mio, com'è ora la terra!
Il mare è diventato il fossato di un giardiniere".
Dopo che furono saliti al cielo di Anu,
attraversarono le porte di Anu, Enlil ed Ea,
l'aquila ed Etana si prostrarono insieme,
alla porta di Sîn,
l'aquila ed Etana si prostrarono insieme,
(lacuna testuale, versi frammentari)
- un'altra versione di questo episodio -
"Grazie al potere di Ištar [...],
appoggia le braccia ai miei fianchi,
appoggia le mani alle piume delle mie ali".
Egli appoggiò le braccia ai suoi fianchi,
appoggiò le mani alle piume delle sue ali.
Quando lo ebbe portato in alto di una lega,
"Guarda, amico mio, com'è ora la terra!
La circonferenza della terra è diventata un quinto delle sue dimensioni, il vasto mare è diventato come un recinto".
Quando lo ebbe portato in alto per una seconda lega,
"Guarda, amico mio, com'è ora la terra!
La terra è diventata un orto [...],
e il vasto mare è diventato un abbeveratoio".
Quando lo ebbe portato in alto per una terza lega,
"Guarda, amico mio, com'è ora la terra!
Ho guardato, ma non sono riuscito a vedere la terra!
Né i miei occhi bastavano a scorgere il vasto mare!
Amico mio, non voglio salire in cielo,
rimettimi a terra, lasciami tornare nella mia città".
Lo fece scendere di una lega (?),
poi l'aquila si tuffò e lo afferrò tra le sue ali.
Lo lasciò cadere di una seconda lega (?),
poi l'aquila si tuffò e lo afferrò tra le ali.
Lo lasciò cadere di una terza lega (?),
poi l'aquila si tuffò e lo afferrò tra le ali.
A tre cubiti dalla terra [lo lasciò cadere],
l'aquila si tuffò e lo afferrò tra le ali.
L'aquila [...] e ... mentre lui, Etana [...].
Conclusioni
A questo punto, secondo quanto riportato nella traduzione elaborata da Stephanie Dalley, v'è una "lacuna testuale di durata incerta"; la stessa poi prosegue con il racconto del ritorno di Etana e dell'aquila nella città di Kish. A Kish, Etana ha una serie di sogni che "lo incoraggiano a tentare per la seconda volta di raggiungere il cielo".
Il resto del brano narra dei sogni di Etana, dell'interpretazione data da parte dell'aquila, del sogno della moglie di Etana (in cui lei sembra intravedere un lungo regno per Etana) e del secondo volo di Etana e dell'aquila verso il cielo, dove "attraversarono la porta di Sîn, Šamaš, Adad ed Ištar" e a loro si prostrarono insieme. Poiché l'ultima riga del testo recita "Egli la spinse per aprirla [ed entrò]", Stephanie Dalley conclude che questo secondo tentativo di raggiungere i cieli abbia avuto successo ed Etana riceva la Pianta della Vita dalla dea Ištar.
Tra i suoi numerosi messaggi rivolti a persone di un pubblico antico, il mito di Etana avrebbe rassicurato il popolo sul fatto che gli dèi fossero consapevoli dei loro bisogni, ed ascoltassero e rispondessero alle loro preghiere - anche se all'inizio potesse non sembrare affatto così -. Il mito si inserisce perfettamente nel genere noto come letteratura narû mesopotamica - racconti che descrivono una personalità ben nota (usualmente un sovrano) in una storia di fantasia che sviluppa ed intende promuovere qualche importante valore culturale.
Etana, pur essendo un re, è descritto come una persona con problemi come chiunque altro essere umano e, proprio come coloro che avrebbero costituito il pubblico originario della storia, riceve dagli dèi la rassicurazione che tutto andrà bene, purché egli continui a riporre fiducia in loro. Sebbene il suo primo tentativo di scalare le vette del cielo fallisca, egli crede nella verità del proprio sogno e nella bontà degli dèi, ci riprova e viene ricompensato per la sua fede dimostrata.
