Il leader della Germania nazista Adolf Hitler (1889-1945), attraverso un'incessante propaganda, identificò gli ebrei come nemici dello Stato, indicandoli come responsabili del declino economico e culturale della Germania. Basando tale campagna sulla teoria che vuole la supremazia della razza bianca, nonché sfruttando altre posizioni di stampo populista, Hitler riuscì ad accrescere il sostegno al partito nazista. Ancor più significativo è il fatto che, dopo aver instaurato una dittatura, Hitler sfruttò l'antisemitismo e la teoria razziale per far sì che la seconda guerra mondiale (1939-45) venisse vista come una lotta per la sopravvivenza della Germania contro una cospirazione ebraica globale e per giustificare, a suo avviso, lo sterminio di milioni di ebrei europei nell'olocausto.
A partire dal 1933, i nazisti misero in atto una serie di misure contro il popolo ebraico. Le ricchezze e le attività commerciali degli ebrei vennero confiscate. Coloro che venivano identificati come ebrei furono privati della cittadinanza e di altri diritti, incoraggiati o costretti ad emigrare, obbligati a indossare distintivi identificativi e radunati nei ghetti. Infine, nella "soluzione finale" a quella che Hitler definiva come "questione ebraica" (Judenrein), gli ebrei vennero inviati in campi di concentramento, quali Auschwitz, dove vennero uccisi in camere a gas o costretti a lavorare come schiavi fino a quando non ne furono più fisicamente in grado. L'odio nazista fece molte altre vittime, quali i comunisti, i rom e i prigionieri di guerra sovietici, solo per citarne alcuni, tuttavia, gli ebrei costituivano il gruppo più numeroso, nonché il principale bersaglio. Alla fine della seconda guerra mondiale, persero la vita circa 6 milioni di ebrei in tutta Europa.
Perché proprio gli ebrei?
A questo punto ci si chiede perché Hitler e i nazisti odiassero gli ebrei a tal punto da commettere azioni così aberranti.
La risposta è complessa e coinvolge l'antisemitismo dalle origini fino al XX secolo, la teoria razziale nazista e le ambizioni politiche e geografiche di Hitler.
Hitler e i nazisti odiavano gli ebrei perché li ritenevano:
- responsabili della sconfitta della Germania durante la prima guerra mondiale (1914-18)
- responsabili dei problemi economici della Germania, come l'alto tasso di disoccupazione
- determinati a dominare le imprese e la cultura tedesche
- responsabili dell'immoralità della società moderna
- facoltosi a tal punto da privare i tedeschi delle ricchezze, oppure troppo poveri e di conseguenza inclini alla criminalità
- più fedeli alla loro religione che allo Stato tedesco
- nemici dei cristiani
- intenti ad attaccare i confini della Germania nascondendosi dietro a bolscevismo e capitalismo
- razzialmente inferiori agli "ariani" (non ebrei)
Gli storici ritengono che le credenze di cui sopra non erano supportate da prove concrete.
Il tradizionale capro espiatorio
Negli anni '20, Adolf Hitler era il leader del partito di estrema destra Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei (NSDAP, abbreviato in partito nazista). Né socialista né particolarmente interessato ai lavoratori, il nome del partito venne cinicamente scelto da Hitler solo per attirare il maggior numero di voti possibile. Dopo la prima guerra mondiale (1914-18), la Germania subì non solo l'umiliazione della sconfitta, ma si trovò ad affrontare anche gravi difficoltà economiche, che condussero all'iperinflazione e al collasso economico. Dopo un breve periodo di ripresa, si tornò all'alto tasso di disoccupazione a seguito della Grande Depressione del 1929, quando il commercio mondiale subì una battuta d'arresto. Il governo della Repubblica di Weimar, come veniva chiamata la Germania in quel periodo, sembrava incapace di affrontare i problemi a causa dei quali milioni di persone persero lavoro e risparmi. Hitler e i nazisti si presentarono come la soluzione migliore ai problemi della Germania. Nei suoi discorsi, Hitler promise di riportare la Germania ai fasti di un tempo, restituendole piena occupazione e prosperità economica e culturale.
Una minoranza identificata dai nazisti come la causa di tutti i problemi della Germania era quella ebraica. Nel 1933, "la popolazione ebraica che si identificava come tale nella Repubblica tedesca contava circa 525.000 persone, di cui circa 100.000 erano immigrati appena arrivati dall'Europa orientale" (Cesarini, 7).
L'antisemitismo non era una novità, tantomeno era esclusivo del partito nazista e spesso nasceva da sentimenti di gelosia. Gli ebrei erano di solito più istruiti e abbienti di molti altri gruppi sociali. All'inizio degli anni '30, "il reddito medio delle famiglie ebree era tre volte superiore rispetto a quello di una famiglia media. Tuttavia, esisteva uno strato significativo di ebrei poveri" (Cesarini, 7). Nelle città più grandi, gli ebrei costituivano una percentuale insolitamente elevata in alcune professioni e industrie. Solo il 2% degli ebrei tedeschi lavorava nei campi, ma il 25% dei grossisti agricoli era ebreo. Gli ebrei possedevano i due terzi dei negozi di abbigliamento al dettaglio, compresi diversi grandi e famosissimi magazzini. Inoltre, "un antisemitismo latente era presente da tempo in gran parte della classe media tedesca, dove era diffusa l'opinione che ci fossero troppi avvocati o medici ebrei" (Dülffer, 140).
L'antisemitismo esisteva ovviamente da molto prima del XX secolo. Molti ebrei e cristiani erano in contrasto da secoli perché, basandosi sui vangeli del Nuovo Testamento, alcuni cristiani credevano che gli ebrei fossero responsabili del processo e della crocifissione di Gesù di Nazareth. Il sacerdote tedesco Martin Lutero (1483-1546), "il grande fondatore del protestantesimo, era sia un appassionato antisemita che un feroce sostenitore dell'obbedienza assoluta all'autorità politica" (Shirer, 236). Agli ebrei, a differenza di altri gruppi religiosi, era permesso prestare denaro e applicare interessi (usura), e quindi erano comunemente percepiti in modo stereotipato come ricchi e avidi. Durante tutto il Medioevo, gli ebrei furono un capro espiatorio comune per tutti i tipi di problemi, dalle sconfitte in guerra alla diffusione della peste nera. A causa dell'antisemitismo cristiano nel Medioevo e durante la Riforma, in molti stati europei gli ebrei vennero soggetti a restrizioni, costretti a vivere nei ghetti e furono vittime di massacri o pogrom.
Nel XX secolo, gli ebrei vennero spesso trattati duramente negli Stati dell'Europa orientale creati dopo la prima guerra mondiale e la caduta di imperi come quello austro-ungarico, e quindi emigrarono in paesi come la Germania nella speranza di una vita più tranquilla. Molti immigrati ebrei erano poveri, tuttavia si osservò che altri avevano raggiunto un certo benessere, il che talvolta era motivo di invidia e risentimento da parte dei residenti locali.
Le opinioni personali di Hitler
Le opinioni antisemite di Hitler non erano semplicemente una copertura politica di convenienza, ma rappresentavano il suo vero punto di vista e quello di molti altri membri del partito nazista. August Kubizek, un amico di Hitler quando aveva vent'anni e viveva a Vienna, scrisse: "Il suo odio accumulato verso tutte le forze che minacciavano i tedeschi era concentrato principalmente sugli ebrei, che svolgevano un ruolo di primo piano a Vienna". (McDonough, 110). Hitler sembrava particolarmente infastidito dal numero di ebrei che vivevano nella città, e che a detta sua la privavano del carattere "germanico". Sebbene Hitler avesse effettivamente conoscenti ebrei e trascorresse persino serate musicali in alcune case ebraiche a Vienna, le sue opinioni personali vennero chiarite in una lettera scritta a un altro amico nel 1919:
Questi sono i fatti: innanzitutto, l'ebraismo è una razza a tutti gli effetti e non un'associazione religiosa... La danza attorno al vitello d'oro si sta trasformando in una lotta spietata per tutti i beni che più apprezziamo sulla terra... Per i suoi effetti e le sue conseguenze, [l'ebraismo] è come una tubercolosi razziale delle nazioni.
(McDonough, 128)
Hitler, quindi, identificava le persone di una certa religione come appartenenti a una razza specifica. Hitler, con l'aiuto dello specialista di propaganda Josef Goebbels (1897-1945), presentò gli ebrei al popolo tedesco come il nemico numero uno, puntualizzando ripetutamente come, a suo avviso, questi fossero stati responsabili della sconfitta tedesca durante la prima guerra mondiale. Gli ebrei, disse Hitler, avevano prematuramente chiesto di porre fine alla guerra, indebolendo così la volontà di combattere della popolazione tedesca. Inoltre, sosteneva che gli ebrei avessero una stretta morsa sull'economia, compromettendo gravemente lo sforzo bellico. Per Hitler, gli ebrei facevano ormai parte di una cospirazione internazionale volta a controllare l'economia e la ricchezza della Germania del dopoguerra, impedendo alla gente comune di prosperare. I nazisti fusero quindi questa idea di nemico comune con una teoria razziale pseudoscientifica e incoerente, fornendo loro una giustificazione apparentemente ragionata e accademica per il trattamento riservato al popolo ebraico.
Teoria razziale nazista
Il teorico razziale del partito nazista era Alfred Rosenberg (1893-1946), il quale propugnava idee sia antisemite che anticristiane. Rosenberg aveva studiato architettura, tuttavia, si interessò alla teoria razziale attraverso le opere di autori come Arthur de Gobineau (1816-1882) e Houston Stewart Chamberlain (1855-1927), entrambi convinti sostenitori di una razza nordica superiore, rispetto alla quale tutte le altre razze venivano considerate inferiori. Rosenberg scrisse il suo primo libro nel 1920, The Track of the Jews through the Ages (Le tracce degli ebrei attraverso i secoli), in cui presentava le proprie idee piuttosto incoerenti e indigeste secondo cui gli ebrei erano dietro sia al capitalismo che al bolscevismo ed erano intenzionati a distruggere cultura e moralità ovunque vivessero.
Rosenberg era un teorico del complotto, dal momento che le sue idee erano spesso basate su ricerche false presentate da altri. Gli ebrei non stavano, come sosteneva Rosenberg, traendo vantaggio dalla Rivoluzione russa del 1917, anzi ne erano le principali vittime per mezzo di una serie di feroci pogrom. Le idee di Rosenberg si basavano spesso anche su statistiche inaccurate, come il numero di commissari sovietici ebrei, e su informazioni errate, ad esempio che gli aiuti esteri degli Stati Uniti fossero concessi solo agli ebrei, quando in realtà non era così. Rosenberg convinse se stesso e i suoi compagni nazisti che gli ebrei stavano collaborando in una cospirazione internazionale per conquistare il mondo.
Il programma del partito nazista del 1920 includeva una clausola specifica, la numero 4, riguardante il popolo ebraico:
Solo i membri della nazione possono essere cittadini dello Stato. Solo coloro che hanno sangue tedesco, indipendentemente dal loro credo, possono essere membri della nazione. Nessun ebreo può quindi esserne membro.
(McDonough, 111)
Nel 1923 Rosenberg era direttore del quotidiano nazista Völkischer Beobachter, una pubblicazione carica di propaganda nazista che alimentava l'odio verso gli ebrei, i comunisti e chiunque altro non fosse gradito ai nazisti. Le "continue teorie cospirazioniste di Rosenberg alimentarono la vena di crudeltà dell'antisemitismo nazionalsocialista" (Gellately, 51).
Dopo il fallimento del Putsch della Birreria (Putsch di Monaco), il tentativo di colpo di Stato del novembre 1923, Hitler venne mandato in prigione, ma sfruttò il tempo a disposizione per scrivere un libro, Mein Kampf, ovvero "La mia battaglia". In quest'opera, probabilmente grazie alle visite quotidiane di Rosenberg, Hitler incorporò le idee antisemite di quest'ultimo in una teoria secondo cui gli ebrei tedeschi erano identificati come nemici dello Stato, nonché ragione principale per cui la Germania non stava realizzando il suo potenziale. Hitler suggerì che questo potenziale sarebbe stato realizzato solo se il paese fosse stato governato da tedeschi "ariani" di sangue puro, un termine piuttosto vago che i nazisti utilizzavano per riferirsi in generale ai non ebrei, ma spesso usato principalmente per riferirsi a gruppi bianchi come i popoli nordici.
Inoltre, Hitler si aggrappò alla teoria del complotto secondo cui gli ebrei erano intenzionati a dominare il mondo. Equiparando sia i comunisti rivoluzionari che gli avidi capitalisti agli ebrei, Hitler poteva presentare al popolo tedesco l'idea che sia l'URSS che paesi come la Gran Bretagna, la Francia e gli Stati Uniti fossero intenzionati ad attaccare la Germania, la quale era costretta a difendersi. Hitler, inoltre, affermava che la Germania doveva liberarsi dei nemici interni. Il desiderio di Hitler era quello di trasformare il proprio paese in uno Stato militarista, poiché ciò avrebbe contribuito notevolmente a ridurre la disoccupazione e avrebbe garantito i mezzi per invadere altre nazioni traendo vantaggio dalle loro risorse. Inoltre, avrebbe aiutato i nazisti a controllare l'intera popolazione. Di conseguenza, Hitler presentò l'idea che la guerra fosse essenziale per la sopravvivenza della Germania.
Un'idea che andava di pari passo con la teoria razziale era che la "razza superiore" (Herrenrasse) doveva essere continuamente messa alla prova e rafforzata attraverso una lotta senza fine con le razze inferiori come gli ebrei e gli slavi (un altro gruppo odiato dai nazisti). Questa idea di una lotta costante tra le razze era influenzata dal darwinismo sociale, un concetto che applicava le leggi della natura e la sopravvivenza del più forte alla società umana. Per Hitler, affinché la razza superiore potesse prosperare, erano necessarie più terre e risorse, quindi l'espansione della Germania, in particolare verso est, era giustificata. Questa espansione alla ricerca di Lebensraum ("spazio vitale") avrebbe portato gli "ariani" a un ulteriore conflitto con gli slavi e gli ebrei.
Rosenberg pubblicò il Mito del XX secolo nel 1930, dimostrando che lui e Hitler stavano creando lo stesso progetto basato sulla razza per il futuro della Germania, un piano che aveva come bersaglio principale il popolo ebraico. Nel suo libro, Rosenberg mescolò pseudoscienza e storia delle civiltà antiche e moderne, reali o immaginarie, per creare una teoria che rifiutava sia i valori democratici che quelli liberali, sostituendoli con un sistema dittatoriale in cui una razza di "superuomini" governava sulle razze inferiori. I "superuomini" erano gli "ariani", tra i quali Rosenberg considerava la "razza padrona" d'élite quella germanica. Al contrario, gli ebrei e i neri erano collocati al fondo della scala sociale.
La teoria razziale contribuì ad aumentare la popolarità del partito nazista nelle elezioni per il parlamento tedesco negli anni '20, attingendo a una comune tendenza all'antisemitismo. Tuttavia, anche molti altri partiti erano antisemiti, quindi questo era ben lungi dall'essere l'unico elemento di attrazione del NSDAP. Come osserva il noto studioso dell'Olocausto D. Cesarini, "il partito nazista non è salito al potere grazie all'antisemitismo" (p. xxx). Alla domanda "Come è salito al potere Hitler?" ci sono molte risposte. Altri punti di forza includevano, ad esempio, le promesse di aumentare l'occupazione e ripristinare l'orgoglio tedesco dopo l'umiliazione della prima guerra mondiale e del trattato di Versailles.
Quando Hitler venne invitato a diventare cancelliere e instaurò una dittatura nel 1933, l'antisemitismo dei nazisti passò davvero in primo piano nella loro politica. La teoria razziale nazista fu applicata per giustificare azioni concrete come la confisca delle ricchezze degli ebrei e per fornire una scusa per la conquista militare. Come afferma Cesarini, la politica nazista "era costantemente influenzata dalla fantasia del 'nemico ebreo'" (p. xxxi). Per alcuni storici, la teoria razziale nazista "può essere vista come una mera propaganda per una strategia politica opportunistica o modellata dalle circostanze" (Dear, 608). Non era facile opporsi alla teoria razziale nazista e alle conseguenze pratiche, poiché «alla popolazione veniva imposta la conformità ideologica e il dissenso dagli obiettivi ideologici era punito con violenza» (Dear, 608). È importante ricordare che il regime nazista era totalitario e utilizzava le idee sulla razza non solo per manifestare l'antisemitismo, ma anche per controllare tutti, ebrei e non ebrei. Inoltre, “la politica razziale dava allo Stato il permesso di intromettersi in ambiti sempre più privati e personali” (Cesarini, 56).
Le "soluzioni" di Hitler alla "questione ebraica"
Dopo aver identificato gli ebrei come un "problema" da eliminare dal territorio tedesco, Hitler mise in atto una serie di "soluzioni". La prima consisteva nello stravolgere la vita quotidiana degli ebrei, ad esempio trasferendoli dai villaggi alle grandi città. Ben presto seguirono altre soluzioni, ciascuna delle quali contribuì ad aumentare il clima di terrore. La propaganda nazista su carta stampata, radio e cinema tentava costantemente di giustificare un tale atteggiamento. Va anche detto che per alcuni non ebrei si presentò l'opportunità di acquisire le ricchezze e i clienti delle attività commerciali ebraiche, che alla fine vennero chiuse. Nei primi anni del regime nazista, vi furono delle pubbliche dimostrazioni di dissenso volte a impedire al regime il perseguimento dei propri obbiettivi, tuttavia si rivelarono inefficaci. Coloro che osarono parlare apertamente vennero indagati dalla Gestapo, la polizia segreta nazista, il che di solito portava a conseguenze quali percosse, incarcerazione o peggio.
Le varie "soluzioni" avviate dai nazisti per risolvere il "problema" ebraico includevano l'incoraggiamento all'emigrazione, la revoca dei diritti civili, intimidazioni, percosse, distruzione di proprietà e raduni in ghetti protetti. Per sapere a chi applicare queste misure, nel 1935 vennero approvate le leggi di Norimberga, che identificavano chi fosse esattamente un ebreo dal punto di vista nazista: essenzialmente chiunque avesse tre o più nonni ebrei. Ciò significava che centinaia di migliaia di persone che non si consideravano ebree erano comunque classificate come tali dal regime nazista. I nazisti volevano mantenere "puro" il sangue degli ariani, di conseguenza le leggi di Norimberga includevano clausole che proibivano i rapporti sessuali tra ebrei e non ebrei. L'idea del sangue "impuro" aiutò i nazisti a "creare l'immagine dell'ebreo tedesco come diverso, alieno e pericoloso" (Dear, 285).
Nonostante le difficoltà imposte agli ebrei, Hitler era frustrato dal fatto che nessuna delle "soluzioni" fosse riuscita a liberare il territorio tedesco dal nemico numero uno. Infatti, quando la Germania ampliò i propri confini a partire dal 1938 grazie all'Anschluss con l'Austria, l'occupazione della Cecoslovacchia e l'invasione della Polonia nel 1939, Hitler si ritrovò con altri milioni di ebrei sotto il dominio nazista.
A quel punto il führer optò per quella che definì la "soluzione finale", un piano segreto per uccidere milioni di ebrei (e non solo) attraverso i lavori forzati e nei campi di sterminio. Gli ebrei vennero uccisi anche da squadre speciali delle SS, le Einsatzgruppen. Le uccisioni cessarono solo nella primavera del 1945. In aprile, dopo aver scritto un ultimo "testamento politico" in cui continuava a incolpare follemente gli ebrei per aver iniziato la guerra, Hitler si suicidò. La Germania crollò e gli alleati rivendicarono la vittoria in Europa nel maggio 1945. In parte si ottenne giustizia durante i processi di Norimberga del dopoguerra, dove uomini come Rosenberg vennero giudicati colpevoli di crimini contro l'umanità e impiccati. Altri criminali di guerra nazisti vennero successivamente assicurati alla giustizia.
L'Olocausto comportò l'uccisione di 6 milioni di ebrei in tutta l'Europa occupata. Le Nazioni Unite hanno designato il 27 gennaio come Giornata della Memoria, il giorno in cui fu liberato il campo di concentramento e sterminio nazista di Auschwitz.
