Guerre Italo-Etiopi

Fabio Sappino
da , tradotto da Aldo Copetti
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Mussolini's Head Sculpture in Adwa (by Unknown Photographer, Public Domain)
Volto di Mussolini ad Adua Unknown Photographer (Public Domain)

L'Italia occupò l'Etiopia per cinque anni, dal 1935 al 1941, a seguito di un'invasione su vasta scala avviata dal dittatore fascista Benito Mussolini (1883-1945). Tuttavia, L'Etiopia era già da tempo un obiettivo coloniale dell'Italia, che aveva già provato ad invadere il paese nel 1896 subendo una sconfitta nella Battaglia di Adua. Mussolini era determinato a mostrare che il fascismo fosse in grado di vendicare l'umiliazione subita ad Adua e portare a compimento il sogno di un nuovo Impero Romano.

La Prima Guerra italo-etiope

Nella prima metà del XIX secolo, l'Etiopia era formalmente un impero ma nella realtà un insieme frammentato di numerosi possedimenti. Solo grazie alle campagne militari guidate dal Negus Neghesti (Imperatore) Tewodros II (1818-1868) e Yohannes IV (1837-1889) il potere imperiale riuscì ad estendersi e consolidarsi. Ma, mentre la monarchia etiope tentava ancora di unificare il paese, le potenze europee si stavano lanciando alla colonizzazione dell'Africa, dando avvio alla cosiddetta 'Spartizione dell'Africa'. Pochi decenni più tardi, nel 1914, solo due stati africani erano ancora indipendenti: la Liberia e l'Etiopia.

Nel contesto di questa nuova ondata d'imperialismo, un acquisto privato della baia di Assab fu il primo passo che portò al colonialismo italiano in Eritrea. Il giovane Regno d'Italia, unificato nel 1861, non era pronto a cimentarsi in un'invasione coloniale, ma con il pretesto di una concessione privata, avrebbe potuto mettere piede in Africa senza dover affrontare un coinvolgimento diretto. Solo nel 1882 l'Italia prese formalmente il controllo di Assab, iniziando così una nuova fase più proattiva: nel 1885, le truppe italiane occuparono la città di Massawa, un porto sul Mar Rosso, con l'obiettivo di espandere gradualmente i possedimenti coloniali italiani a spese dell'Impero etiope.

L'Italia affermò che il trattato di wuchale avesse istituito un protettorato sull'etiopia.

A quei tempi, tuttavia, Yohannes IV stava affrontando delle turbolenze interne ed una guerra alla frontiera con il Sudan, dove un gruppo di ribelli chiamati mahdisti erano insorti contro i sovrani Ottomano-Egiziani, supportati dall'Etiopia. Ras Alula (1847-1897), uno dei leader militari etiopi più potenti e governatore della provincia dove le truppe italiane avevano dato avvio all'offensiva, decise di rispondere e riuscì ad annientare a Dogali un battaglione di 500 soldati italiani il 27 gennaio 1887. Nonostante l'attacco non fosse stato ordinato dal Negus, l'Italia decise di lanciare una spedizione militare contro l'Etiopia. Pur mobilitando 20.000 soldati, la guerra prese una piega inaspettata. Yohannes decise di ritirare le sue truppe - che erano in minoranza rispetto alla controparte italiana - dando priorità alla guerra sul confine contro i mahdisti. L'Imperatore morì nella Battaglia di Gallabat nel 1889 contro i mahdisti, segnando la fine del coinvolgimento etiope nella guerra.

La morte di Yohannes IV portò ad uno scontro per la successione tra il figlio naturale dell'Imperatore - Mengesha Yohannes (1868-1906) - ed il re di Shewa - Menelik (1844-1913). Quest'ultimo era supportato dagli italiani dato che aveva provato a sovvertire gli sforzi di Yohannes nella centralizzazione del potere. L'Italia aveva inoltre firmato una convenzione con Menelik nel 1887, in cui gli era stato garantito un approvvigionamento di armi in cambio della sua neutralità nei confronti degli italiani. Menelik fu più rapido di Mengesha nel conquistare il supporto della nobiltà etiope e del clero, sconfiggendo il suo rivale militarmente, e venendo incoronato nel 1889.

In quello stesso anno, prima dell'incoronazione di Menelik, era stato firmato il Trattato di Wuchale, che mirava a promuovere l'istituzione di buoni rapporti tra Italia ed Etiopia. Tuttavia, il trattato stesso avrebbe portato ad uno scontro tra i due paesi. L'incomprensione, intenzionale o meno, derivò da una differenza nella traduzione tra l'amarico e l'italiano dell'Articolo 17, in materia di diplomazia internazionale. Non era inusuale inserire una clausola nei trattati internazionali che conferisse ad una delle parti il potere di agire come intermediario per conto dell'altro, e firmando il trattato, Menelik mirava semplicemente ad implementare i rapporti con gli italiani, utilizzandoli come mediatori nelle relazioni con le altre potenze europee. D'altra parte, l'Italia affermò che il trattato avesse istituito un protettorato sull'Etiopia, come se il Negus avesse accettato di cedere la propria sovranità sulle politiche estere in favore del governo italiano.

Negus Menelik II
Il negus Menelik II Unknown Photographer (Public Domain)

A quei tempi il Primo Ministro italiano, Francesco Crispi (1818-1901), si batteva con forza affinché l'Italia avesse un ruolo più importante tra le grandi potenze. La sua politica estera senza scrupoli combinava una crescente militarizzazione con l'attivismo coloniale. A tal proposito, Crispi fu il primo a fornire una giustificazione all'espansionismo italiano come necessità di combinare politiche espansionistiche ed emigrazione. In quegli anni caratterizzati da un'emigrazione di massa degli italiani da sud verso nord, l'Africa avrebbe potuto fornire una fonte alternativa di terre per i contadini più poveri. Il legame tra il colonialismo e l'emigrazione sarebbe stato ripreso in seguito dal fascismo, con il suo leader Benito Mussolini che evidenziava la necessità di trovare 'un posto sotto il sole' per l'Italia.

Nel 1890 Crispi istituì ufficialmente la Colonia eritrea, con Massawa sua capitale. Menelik fu in grado di evitare ogni ingerenza italiana, e nel 1893, denunciò la pretesa italiana di un protettorato sul suo impero. Il controllo italiano si era esteso fino alle città di Asmara e Cheren, e la sua influenza si proiettava fin dentro l'Etiopia, nella Regione dei Tigrè. Il nuovo sovrano dell'Eritrea, il generale Baldassarre Orero (1841-1914), era così sicuro della debolezza dell'Abissinia (come spesso era detta l'Etiopia) che decise di marciare verso la città di Adua, che era di particolare importanza religiosa per la Chiesa Ortodossa etiope, la principale confessione del paese. Per questa iniziativa non autorizzata, Orero fu destituito e rimpiazzato dal Generale Antonio Gandolfi (1835-1902), e poi da uno stretto amico di Crispi, Oreste Baratieri (1841-1901). Le ambizioni di Baratieri, tuttavia, erano più grandi delle truppe a sua disposizione, e provocò il potente vicino con numerose spedizioni militari oltre il confine. Il nuovo governatore credeva che, attraverso una rapida occupazione dei Tigrè, avrebbe potuto minacciare la stabilità dell'Impero etiope, e nel 1895 dette avvio all'invasione.

La situazione sfuggì rapidamente di mano: i leader etiopi alleati con l'Italia si ritirarono, la confusione dilagò tra i comandi militari, e le truppe italiane iniziarono a subire significative perdite. Il Generale Baratieri aveva deciso di lanciare un attacco a sorpresa contro le postazioni etiopi, ma le tre colonne italiane non furono in grado di coordinare i loro sforzi, ed una di esse finì isolata a causa delle mappe imprecise. Il 1° marzo 1896, nella Battaglia di Adua, le truppe italiane furono pesantemente sconfitte, subendo circa 60.000 morti e più di 3.000 soldati fatti prigionieri.

Battle of Adwa
Battaglia di Adua The Trustees of the British Museum (CC BY-NC-SA)

Fu la peggior sconfitta di un esercito europeo nell'intera storia del colonialismo. Ciò che ne seguì fu un terremoto politico: il governo Crispi collassò, e l'Etiopia si assicurò decenni di piena sovranità. La battaglia divenne un simbolo per gli africani ed un trauma collettivo per l'Italia, aprendo la strada a sentimenti revanscisti che culminarono con l'invasione fascista dell'Etiopia nel 1935.

L'Etiopia tra Menelik II e Haile Selassie

La vittoria etiope aumentò il prestigio internazionale dell'impero. Menelik, infatti, ottenne una serie di trattati con potenze straniere tra il 1897 ed il 1905. A quel tempo, il Negus promuoveva la modernizzazione dell'economia etiope, aprendo - ad esempio - la prima tratta della ferrovia Addis Abeba - Djibouti, che puntava a collegare l'Etiopia al Mar Rosso. La modernizzazione procedeva parallelamente al consolidamento dei poteri imperiali a spese delle regioni periferiche, come quella dei Tigrè, che combattevano per una maggiore autonomia. L'Etiopia rafforzò i propri legami con la Francia ed il Regno Unito e divenne il primo stato africano ad essere ammesso alla Lega delle Nazioni nel 1923.

La Francia, il Regno Unito e l'Italia firmarono un accordo tripartito che stabiliva la creazione di tre aree di influenza in Etiopia.

Tuttavia, quando la salute di Menelik iniziò a peggiorare a partire dal 1906, la successione al trono etiope attirò l'attenzione della diplomazia internazionale. La Francia, il Regno Unito e l'Italia firmarono un trattato nel 1906 (il 'Trattato di Londra'), che stabiliva la creazione di tre aree di influenza in Etiopia. L'Italia considerò questo un passo indietro rispetto alla precedente posizione di supposta superiorità che aveva avuto in Etiopia prima del 1896. Solo nel 1909 il Negus designò il proprio successore, ossia il suo giovane nipote Iyyasu (1895-1935), che per ascendere al trono dovette attendere in un lungo limbo fino alla morte di Menelik nel 1913.

Il governo di Iyyasu fu caratterizzato da molte contraddizioni. L'aspetto più controverso fu il suo atteggiamento benevolo nei confronti dell'Islam, che la propaganda dei suoi oppositori descriveva come prova scandalosa di apostasia dalla sua fede cristiano-ortodossa. Iyyasu, accusato di essersi convertito all'Islam, fu deposto dalla nobiltà e rimpiazzato da sua zia Zewditu (1876-1930), con la contestuale proclamazione di suo cugino Tafari Makonnen (1892-1975) come Ras ed erede designato. Questa inusuale doppia designazione lasciò spazio a molte ambiguità nelle prerogative e nei limiti tra i due reali. Inoltre, Ras Tafari si comportò sempre come fosse il reggente e non solo l'erede al trono, mettendo in ombra l'imperatrice. Zewditu e Ras Tafari avevano poi differenti esperienze culturali e politiche, ed il principe riuscì a sciogliere ogni resistenza interna al suo potere. Alla morte di Zewditu nel 1930, l'incoronazione di Ras Tafari come Imperatore Haile Selassie I, dunque, rappresentò solo una formalità ed aprì la strada ad una nuova prospettiva di centralizzazione nella politica interna etiope.

L'Italia ed i preparativi per la guerra

Non è una sorpresa che, dopo la Prima Guerra Mondiale (1914-1918), l'Italia sostenesse una revisione dello status quo nel Corno d'Africa. L'Impero tedesco era stato sconfitto, ed i vincitori - soprattutto la Francia ed il Regno Unito - erano interessati a spartirsi ciò che rimaneva dei possedimenti coloniali tedeschi. Il Ministero delle Colonie italiano lavorò per ottenere un'espansione del Somaliland italiano ed il controllo sia delle ferrovie che della Banca d'Abissinia, così controllando l'Etiopia economicamente. Tuttavia, le richieste esorbitanti che l'Italia presentò per le sue colonie furono presto ignorate dalle altre potenze. Al di là alle pretese coloniali, la conferenza di pace fu infruttuosa per l'Italia, e la frustrazione per la vittoria mutilata divenne il centro del discorso politico nell'opinione pubblica italiana, venendo poi sfruttata dalla propaganda fascista.

Con l'ascesa del fascismo a partire dal 1922, le vecchie ambizioni tornarono ad essere accompagnate da politiche più aggressive. Il principale risultato fu uno scambio epistolare tra Mussolini e Ronald Graham (1870-1949), ambasciatore inglese a Roma, ricordato come l'accordo Anglo-italiano del 1925. Grazie a questo scambio di lettere, l'Italia ottenne il riconoscimento della sua influenza nel nord dell'Etiopia. L'accordo nacque con l'intento di rimanere segreto, ma divenne pubblico creando un incidente diplomatico. La Francia, che aveva preso parte all'accordo del 1916, si sentì oltraggiata da quest'esclusione e l'Etiopia lamentò le implicazioni imperialiste del trattato, contrarie allo spirito di parità tra gli stati membri della Lega delle Nazioni.

Propaganda Picture of a Shirtless Mussolini
Immagine di propaganda con Mussolini a torso nudo Unknown Photographer (Public Domain)

Nonostante ciò, Mussolini riuscì ad ottenere una rapida riconciliazione con l'Etiopia, come dimostrato dal Trattato di amicizia, conciliazione e arbitrato firmato tra i due paesi nel 1928. Il trattato e la pace non durarono a lungo. La linea diplomatica fu ostacolata da coloro i quali erano favorevoli ad un approccio sovversivo. La spinta decisiva verso una soluzione militare giunse da un mix di fattori interni ed internazionali. Mussolini voleva smantellare il precario ordine stabilitosi dopo la Seconda Guerra Mondiale con il Trattato di Versailles, che era già minacciato dall'ascesa di Adolf Hitler (1889-1945) in Germania. Per di più, la guerra - ingiustificabile con ogni pretesto economico - era considerata uno strumento per consolidare il prestigio nazionale del Duce.

Il casus belli fu l'incidente di Walwal (1934), una piccola fortezza lungo il confine tra l'Etiopia ed il Somaliland italiano. Uno scontro tra le truppe italiane ed etiopi divenne il pretesto per l'Italia per richiedere riparazioni spropositate. Ma prima di lanciare l'offensiva, Mussolini ricercò il cruciale consenso di Francia e Regno Unito. Sia l'Inghilterra che la Francia credevano che il principale rischio per gli equilibri post-bellici fosse Hitler e non Mussolini, dunque furono ben disposti ad accontentare il Duce. Nel gennaio del 1935, il Duce incontrò Pierre Laval (1883-1945), il Ministro francese per gli Affari Esteri che credeva nella necessità di cooptare Mussolini in un cordon sanitaire contro l'attivismo della Germania nazista. I due firmarono un trattato che, oltre ad alcuni piccoli aggiusti territoriali in Africa, diede a Mussolini carta bianca in Etiopia. D'altra parte, il silenzio inglese sull'argomento alla Conferenza di Stresa (aprile 1935) e durante la visita del Ministro degli Esteri Anthony Eden (1897-1977) a Roma (maggio 1935) fu interpretato come un tacito assenso.

La Seconda Guerra italo-etiope

Il 3 ottobre 1935, senza alcuna dichiarazione formale di guerra, l'Italia iniziò l'invasione dell'Etiopia dalle due colonie di Eritrea e Somalia. L'Italia fu presto denunciata dalla Lega delle Nazioni; fu condannata e sanzionata. Tuttavia, le sanzioni furono del tutto inefficaci. Ad esempio, non erano inclusi nelle sanzioni petrolio ed acciaio, fondamentali per indebolire ogni iniziativa militare. L'invasione di uno stato membro della Lega delle Nazioni da parte di un altro stato membro fu la prova della debolezza e dell'inefficacia di quest'organismo internazionale nel garantire la sicurezza collettiva. Senza alcun esercito a disposizione, la Lega non poteva dar forza alle proprie decisioni. A quel punto, solo il Regno Unito avrebbe potuto fermare la guerra. La flotta inglese - con la sua straordinaria superiorità nel Mediterraneo e nel Mar Rosso - avrebbe potuto facilmente fermare il dispiegamento di uomini ed armi. Ma il governo inglese continuò nella sua testarda politica di conciliazione, provando a trovare un compromesso che avrebbe in ultimo comportato lo smembramento dell'Etiopia in ogni caso.

Emperor Haile Selassie's Speech in the League of Nations
Discorso dell'Imperatore Haile Selassie alla Lega delle Nazioni Bettmann Archive (Public Domain)

Mussolini sfruttò tutto il suo peso personale e politico per il raggiungimento della vittoria in questa campagna e non fu ammesso nessun fallimento che potesse minare il suo prestigio. Il comandante in capo, il Generale Emilio De Bono (1866-1944), fu accusato di star procedendo troppo lentamente e fu sostituito con il Maresciallo Pietro Badoglio (1871-1956). Badoglio ricevette l'autorizzazione ad usare l'iprite durante la guerra, un gas messo al bando dal Protocollo di Ginevra del 1925. A guidare le operazioni da sud vi era il Generale Rodolfo Graziani (1882-1955), già noto come il 'Macellaio del Fezzan' per il suo ruolo nella colonizzazione italiana della Libia. Nonostante avesse ricevuto ordine di mantenere una posizione principalmente difensiva, Graziani decise di condurre una seconda offensiva da sud. Tuttavia, egli procedette più lentamente e con più perdite di Badoglio, il quale era già entrato nella capitale etiope, Addis Abeba, quando Graziani rimase bloccato presso Harrar.

La prima fase della guerra fu seguita nel gennaio 1936 da una controffensiva. Tuttavia, la mancanza di coordinazione tra i comandi militari indebolì il fronte etiope, portando alla sconfitta nella Battaglia del Tembien tra il 20 ed il 24 gennaio. Una volta aperta la breccia nella controffensiva etiope, le truppe italiane presero d'assalto Amba Aradam, con l'impiego dell'aeronautica. Grazie alla sua superiorità numerica, l'esercito italiano sconfisse la controparte etiope nella Seconda Battaglia del Tembien alla fine di febbraio. La guerra giunse al suo epilogo a Maychaw il 31 marzo 1936, con una battaglia campale in cui il Negus aveva riposto tutte le sue ultime speranze rimaste.

La sconfitta etiope ed il colonialismo italiano

L'avanzata italiana fu da attribuirsi da un lato alla superiorità tecnica e dall'altro al colossale numero di persone dispiegate per la guerra. L'Etiopia subì le conseguenze di un lungo embargo sulle armi, il cui risultato fu un numero di armamenti moderni e di munizioni di gran lunga inferiore alla loro controparte. La differenza più impressionante, tuttavia, la fece l'aviazione: il Negus poteva contare solo su otto velivoli funzionanti, mentre l'Italia schierò 400 aerei. In aggiunta a ciò, Mussolini non volle rischiare di essere numericamente sopraffatto come era accaduto nella Battaglia di Adua, e dunque organizzò una spedizione massiva di forze armate, corroborate dalla presenza degli Ascari, le truppe coloniali recrutate da tutte le colonie italiane. Fu l'esatto opposto della situazione vissuta ad Adua, quando gli etiopi furono più numerosi degli italiani. Per di più, l'esercito etiope (e la società) era in procinto di passare da una struttura feudale ad un'organizzazione centralizzata. La rapida modernizzazione dell'amministrazione etiope, accompagnata da un lungo periodo di disimpegno militare, richiesero più dipendenti pubblici che ufficiali militari.

Map of the Italian Empire in 1942
Impero italiano nel 1942 Simeon Netchev (CC BY-NC-ND)

Il 5 maggio Mussolini proclamò la creazione di un Impero per l'Italia. Esso includeva l'Eritrea, la Somalia, la Libia e l'Etiopia, unite a formare una nuova entità chiamata Africa Orientale Italiana (AOI). I primi viceré dell'AOI, Badoglio e Graziani, rappresentarono l'apice di un violento controllo coloniale, mirato a reprimere la resistenza etiope. Difatti, nonostante la vittoria militare, l'Italia non potè mai pienamente affermare il proprio controllo sull'Etiopia; la sua influenza era limitata alle aree urbane. Gli italiani dovettero fronteggiare un movimento nazionale di resistenza, gli Arbegnuoc, che organizzavano guerriglie contro gli occupanti.

L'evento più noto legato alla resistenza fu il fallito attentato alla vita del Generale Graziani del 19 febbraio 1937. Graziani rispose in modo brutale; per tre giorni Addis Abeba fu insanguinata da migliaia di uccisioni indiscriminate contro la popolazione. La repressione si estese al di fuori della capitale con l'obiettivo di piegare le élite etiopi e sterminare il clero copto di Debra Libanòs tra il 21 ed il 29 maggio 1937. La politica del terrore fu ridimensionata quando Mussolini rimpiazzò Graziani con il nuovo viceré Amedeo di Savoia-Aosta (1898-1942), cugino del re, che tentò di introdurre un'amministrazione coloniale più simile al modello inglese di governo indiretto.

Announcement of the Return of the Emperor to Addis Ababa
Annuncio del ritorno dell'Imperatore ad Addis Abeba Imperial War Museums (CC BY-NC)

Tuttavia, il Duca d'Aosta non potè evitare i diktat provenienti da Mussolini, che spingevano per una segregazione raziale tra italiani ed etiopi, proibendo - ad esempio - i matrimoni misti. L'Etiopia divenne la pietra angolare delle politiche di insediamento dei contadini poveri italiani. Ma allo stesso tempo, le operazioni portate avanti dalla resistenza - sebbene caratterizzate da una mancanza di coesione - furono fondamentali nel corrodere il controllo italiano sull'Etiopia, offrendo un avversario indebolito agli inglesi quando questi lanciarono un'operazione militare contro le colonie italiane nel 1941, segnando la fine di cinque anni di occupazione italiana.

Info traduttore

Aldo Copetti
Studente di ingegneria edile-architettura presso l'Università di Napoli Federico II, in Italia. Appassionato di storia, cultura ed arte in tutte le loro forme.

Info autore

Fabio Sappino
Fabio is a PhD student in International History at the London School of Economics (LSE). He currently works on the history of Italian colonialism and on Italian Fascism, with a particular interest in the relations between Islam and the West.

Cita questo lavoro

Stile APA

Sappino, F. (2025, luglio 30). Guerre Italo-Etiopi. (A. Copetti, Traduttore). World History Encyclopedia. https://www.worldhistory.org/trans/it/1-24584/guerre-italo-etiopi/

Stile CHICAGO

Sappino, Fabio. "Guerre Italo-Etiopi." Tradotto da Aldo Copetti. World History Encyclopedia, luglio 30, 2025. https://www.worldhistory.org/trans/it/1-24584/guerre-italo-etiopi/.

Stile MLA

Sappino, Fabio. "Guerre Italo-Etiopi." Tradotto da Aldo Copetti. World History Encyclopedia, 30 lug 2025, https://www.worldhistory.org/trans/it/1-24584/guerre-italo-etiopi/.

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