Benito Mussolini

Il Fondatore del Fascismo
Fabio Sappino
da , tradotto da Cristina Baima Besquet Griga
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Mussolini Delivering a Speech, 1930 (by Bundesarchiv, Bild 102-09844, CC BY-SA)
Mussolini pronuncia un discorso, 1930 Bundesarchiv, Bild 102-09844 (CC BY-SA)

Benito Mussolini (1883-1945) fu il fondatore del fascismo e dittatore dell’Italia dal 1922 al 1943. Guidò il Paese verso un regime fortemente autoritario e lo trascinò nella Seconda guerra mondiale (1939-1945) al fianco della Germania nazista. Nell’aprile del 1945, Mussolini fu catturato e fucilato dai partigiani italiani.

Il fascismo è un’ideologia complessa da definire. Le sue principali caratteristiche comprendono il culto del leader, l’opposizione alla democrazia parlamentare, l’esaltazione della violenza e del militarismo, la supremazia dello Stato sull’individuo e ambizioni sia totalitarie che imperialiste. Benito Mussolini fu il primo a instaurare un regime pienamente fascista e divenne un modello per altri movimenti in Europa, contribuendo così alla diffusione del totalitarismo nel continente tra le due guerre mondiali.

Dal socialismo al fascismo

Benito Mussolini nacque il 29 luglio 1883 a Dovia di Predappio, un piccolo centro rurale dell’Emilia-Romagna. Suo padre, Alessandro, era un fabbro di orientamento socialista, mentre sua madre Rosa era una maestra cattolica devota. Fin dall’infanzia, Benito fu esposto a idee radicali, repubblicane e anticlericali che lo segnarono profondamente. Dopo il diploma come maestro elementare, tra il 1902 e il 1904 lavorò per un breve periodo in Svizzera, dove si avvicinò agli ambienti socialisti locali e conobbe l’organizzazione marxista internazionale. Arrestato più volte per la sua attività politica, rientrò in Italia nel 1904 grazie a un’amnistia: qui riprese a insegnare e iniziò la sua carriera politica nel Partito Socialista Italiano (PSI).

Mussolini fu espulso dal partito socialista per aver sostenuto l'entrata in guerra dell'Italia.

Negli anni successivi Mussolini si affermò come giornalista e teorico rivoluzionario. Le capacità oratorie sviluppate in questo ambito, unite al suo stile teatrale, sarebbero poi diventate fondamentali nei suoi discorsi da Duce, con cui riuscì a conquistare le masse. Nel 1912 fu nominato direttore del giornale socialista Avanti!, organo ufficiale del PSI, da cui si impose come una delle voci più radicali del partito. Tuttavia, allo scoppio della Prima guerra mondiale nel 1914, cambiò improvvisamente posizione: mentre il PSI restava neutralista, Mussolini si dichiarò favorevole all’intervento dell’Italia, vedendolo come un’occasione storica per rigenerare il Paese e avviare una rivoluzione sociale. Questa svolta lo portò alla rottura con il partito: fu espulso nel novembre 1914. Nello stesso mese fondò un nuovo giornale, Il Popolo d’Italia, sostenuto e finanziato dagli industriali, attraverso il quale promosse idee nazionaliste e interventiste.

Mussolini's Mugshot, 1903
Foto segnaletica di Mussolini, 1903 Police of the Canton of Berne (Public Domain)

Quando nel 1915 l’Italia entrò in guerra, Mussolini si arruolò volontario e nel 1917 rimase ferito in un’esplosione. Alla fine del conflitto, nel 1918, il Paese era scosso da inflazione, disoccupazione, agitazioni sociali e da un diffuso malcontento per la cosiddetta “vittoria mutilata”: sebbene vincitrice, l’Italia si sentiva tradita dagli Alleati, che non avevano mantenuto le promesse sui territori di Fiume e della Dalmazia. In questo clima instabile e violento, Mussolini fondò a Milano nel 1919 i Fasci Italiani di Combattimento, un movimento che riuniva ex-combattenti, nazionalisti, sindacalisti rivoluzionari e anticomunisti. Il movimento fece leva sul malessere della piccola borghesia, sul timore del comunismo e sull’appoggio dei grandi proprietari terrieri.

I fascisti ottennero supporto attraverso il loro uso sistematico della violenza politica.

Alle elezioni nazionali del 1919 i fascisti non ottennero alcun seggio. Tuttavia, a partire dal 1920, il movimento iniziò a crescere rapidamente anche grazie al ricorso sistematico alla violenza politica. In questa prima fase, Mussolini poté contare sull’azione degli squadristi, gruppi paramilitari che attaccavano sindacati, cooperative socialiste e giornali d’opposizione, spesso con la tacita complicità delle autorità locali. Nel 1921 Mussolini fondò il Partito Nazionale Fascista (PNF) ed entrò in Parlamento nello stesso anno. Il partito adottò una retorica fortemente nazionalista, autoritaria e anticomunista, presentandosi come un baluardo contro il caos sociale e la paralisi parlamentare.

La Marcia su Roma e il regime

La crisi politica del periodo spinse Mussolini a compiere un passo decisivo il 28 ottobre 1922. Circa 25.000 camicie nere (così erano chiamati i fascisti per via della loro uniforme distintiva) organizzarono una marcia paramilitare diretta a Roma: un’azione più dimostrativa che militare, ma sufficiente a intimidire il governo. Tuttavia, Mussolini non marciò insieme alle sue camicie nere, preferendo attendere a distanza l’esito dell’azione. Il re Vittorio Emanuele III (1869-1947), temendo disordini civili, si rifiutò di proclamare lo stato d’assedio e, il 30 ottobre 1922, nominò Mussolini Presidente del Consiglio. Questo segnò l’inizio del regime fascista.

Mussolini & His Blackshirts, 1922
Mussolini e le sue camicie nere, 1922 Unknown Photographer (Public Domain)

Nei primi anni Mussolini guidò un governo di coalizione, ma dopo l’assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti (10 giugno 1924) - che aveva denunciato i brogli elettorali fascisti - si aprì una fase critica. L’opposizione tentò di reagire ritirandosi dal Parlamento (la cosiddetta “secessione dell’Aventino”), ma senza successo. Mussolini sfruttò la situazione e, tra il 1925 e il 1926, fece approvare le cosiddette Leggi Fascistissime, che sancirono la nascita di un regime dittatoriale. Tutte le organizzazioni politiche non fasciste furono sciolte, la libertà di stampa abolita, venne istituito il Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato e creata la polizia segreta, l’OVRA (Organizzazione per la Vigilanza e la Repressione dell’Antifascismo), incaricata di controllare e reprimere gli oppositori. Pieni poteri furono conferiti al capo del governo, ormai conosciuto come Duce: Mussolini assunse direttamente numerosi incarichi, divenendo non solo Presidente del Consiglio, ma anche ministro degli Esteri, dell’Interno, della Guerra, della Marina e dell’Aviazione. Questa concentrazione personale del potere divenne il cardine del nuovo sistema politico, nel quale il Partito Nazionale Fascista si trasformò da movimento-milizia in pilastro istituzionale del regime e unico strumento di partecipazione pubblica.

Entro il 1929 Mussolini aveva consolidato il suo potere, esercitando un controllo quasi assoluto sul Parlamento, la stampa, la polizia e l’apparato statale. Dopo aver eliminato sistematicamente ogni opposizione politica tra il 1925 e il 1926, il Duce avviò un processo di “fascistizzazione” della società, mirato a trasformare l’Italia in uno Stato totalitario in cui il regime penetrasse ogni settore: dalle istituzioni all’istruzione, dalla cultura alla vita quotidiana. Un ruolo centrale in questo processo fu svolto dal PNF, che da partito politico si trasformò in un vero organismo di controllo sociale. Esso organizzava conferenze e corsi di formazione, e disponeva di proprie organizzazioni giovanili, come l’Opera Nazionale Balilla (ONB) per i bambini. Queste strutture avevano il compito di educare le nuove generazioni ai valori fascisti: disciplina, fedeltà al Duce, nazionalismo e spirito militare, rafforzati anche attraverso una rinnovata enfasi sull’educazione fisica.

A conferma della deriva dittatoriale, nel 1931 Mussolini istituì la Camera dei Fasci e delle Corporazioni, che sostituì la precedente Camera dei Deputati. Questo nuovo organo parlamentare non era più elettivo, ma composto da rappresentanti delle corporazioni economiche e dei gruppi sociali controllati dal regime. La democrazia parlamentare era ormai di fatto abolita, e lo Stato fascista adottava un sistema corporativo in cui la rappresentanza politica era subordinata agli interessi dello Stato e del Partito.

Propaganda Picture of a Shirtless Mussolini
Immagine di propaganda con Mussolini a torso nudo Unknown Photographer (Public Domain)

Economia e Cultura nell’Italia fascista

Sul piano economico, il regime mussoliniano promosse il cosiddetto "corporativismo", un modello ispirato a una terza via tra capitalismo liberale e socialismo. L’idea era quella di riunire lavoratori, imprenditori e Stato in corporazioni settoriali, con l’obiettivo dichiarato di superare i conflitti di classe e creare un sistema economico armonico, ma rigidamente controllato dallo Stato. Le corporazioni erano assemblee composte da rappresentanti delle varie categorie produttive (agricoltori, industriali, operai, commercianti), incaricate di redigere contratti collettivi e risolvere controversie, sempre però sotto l’egida del governo fascista.

Il fascismo era presentato come l'erede dell'Impero Romano.

Nonostante le intenzioni, l’economia corporativa si rivelò spesso inefficace e autoritaria. I piani economici del Duce tendevano a favorire gli interessi degli industriali e dello Stato, mentre i diritti dei lavoratori erano fortemente limitati. I sindacati indipendenti furono aboliti e sostituiti da organismi controllati dal regime, che impedirono qualsiasi forma di sciopero o protesta. In modo significativo, i primi anni Trenta furono segnati dalla Grande Depressione, la crisi economica globale iniziata con il crollo di Wall Street nell’ottobre 1929. L’Italia, come molte altre nazioni, subì una grave recessione economica: calo della produzione industriale, aumento della disoccupazione e riduzione delle esportazioni. Mussolini e il suo governo reagirono con una serie di interventi economici fortemente dirigisti, volti a stabilizzare la valuta, sostenere le imprese strategiche e tutelare l’occupazione. Tuttavia, l’autarchia portata avanti dal regime si tradusse spesso in inefficienze e sprechi. La qualità dei prodotti italiani peggiorò, i prezzi aumentarono e il tenore di vita della popolazione non migliorò in modo significativo. L’economia italiana rimase debole e poco competitiva rispetto alle grandi potenze europee.

Nel frattempo, uno degli strumenti più potenti a disposizione di Mussolini fu la propaganda. Il regime fascista investì enormi risorse nel controllo dell’informazione, nella creazione di miti e nell’uso dei simboli per legittimare il potere del Duce. Il Ministero della Cultura Popolare (MinCulPop), istituito nel 1937, controllava la stampa, la radio, il cinema e il teatro, garantendo che tutti i contenuti fossero conformi alle direttive del regime. La radio divenne un mezzo fondamentale per diffondere i discorsi di Mussolini e la retorica fascista, raggiungendo anche le zone più remote del Paese. Il culto della personalità intorno al Duce si sviluppò attraverso immagini, manifesti, film e cerimonie pubbliche. Mussolini veniva raffigurato come un uomo forte, il salvatore della nazione, il “primo lavoratore d’Italia”. La retorica fascista esaltava disciplina, coraggio e spirito di sacrificio, costruendo un modello ideale di cittadino italiano.

Foro Italico (Inaugurated As Foro Mussolini)
Foro Italico (inaugurato come Foro Mussolini) Willem van de Poll (Public Domain)

Dal punto di vista culturale, il fascismo cercò di forgiare una nuova identità italiana. Furono esaltati la cultura dell’antica Roma e l’Impero romano come simboli della grandezza italiana da riscoprire e rinnovare. Monumenti, scuole e istituzioni furono dedicati a questa narrazione storica. Anche lo sport divenne uno strumento di propaganda, utile a promuovere valori di forza, disciplina e appartenenza nazionale. Le vittorie italiane ai Giochi Olimpici e alle competizioni internazionali venivano celebrate come trionfi del regime. Allo stesso tempo, famiglia, donne e natalità furono oggetto di particolare attenzione. Il regime promosse politiche pronataliste, con incentivi per le famiglie numerose, campagne contro il celibato e l’aborto, e l’idealizzazione della donna come madre e custode della casa.

Una Nuova Politica Estera Aggressiva

La prima fase del regime aprì anche la strada alla svolta aggressiva nella politica estera e militare che avrebbe condotto l’Italia alla guerra e alle tragiche conseguenze del conflitto mondiale. Negli anni Trenta, Mussolini perseguì con decisione il sogno di costruire un impero italiano degno della grandezza di Roma antica, progetto ideologicamente radicato nel nazionalismo e nell’espansionismo fascista fin dalla sua ascesa al potere nel 1922. Dopo aver consolidato il regime e imposto il controllo totale sulla società italiana, il Duce decise di rafforzare il ruolo dell’Italia come potenza coloniale, individuando nella conquista dell’Etiopia (Abissinia) il suo obiettivo principale.

L’Etiopia, uno degli ultimi stati africani indipendenti, rappresentava una sfida simbolica e politica per Mussolini. Nel 1935, con il pretesto di una provocazione militare (l’incidente di Ual Ual), l’Italia invase l’Etiopia, dando inizio a quella che fu definita la Seconda guerra italo-etiopica (la prima era stata combattuta nel 1895-96). La campagna militare, avviata nell’ottobre 1935, si basò sull’uso massiccio di armi moderne, tra cui carri armati, artiglieria pesante e gas tossici, questi ultimi vietati dal diritto internazionale. Le forze etiopi, guidate dall’imperatore Hailé Selassié (1892-1975), opposero una resistenza coraggiosa ma inefficace contro la superiorità numerica e tecnologica italiana. Nel maggio 1936, la vittoria italiana fu ufficializzata con la caduta di Addis Abeba e la proclamazione di Mussolini a Imperatore d’Italia, titolo che intendeva simboleggiare la rinascita dell’Italia come potenza mondiale.

Map of the Italian Empire in 1942
Impero italiano nel 1942 Simeon Netchev (CC BY-NC-ND)

La conquista ebbe conseguenze internazionali immediate e gravi. La Società delle Nazioni condannò l’aggressione e impose sanzioni economiche contro l’Italia, provvedimento che però si rivelò inefficace a causa della riluttanza di Gran Bretagna e Francia a compromettere i loro sforzi di contenimento di Adolf Hitler (1889-1945) in Europa. Una violazione del diritto internazionale come l’invasione di uno Stato membro della Società delle Nazioni (l’Etiopia) fu tollerata nel tentativo di cooptare Mussolini contro Hitler. Le sanzioni furono comunque blande e non toccarono beni fondamentali come il petrolio e l’acciaio, indispensabili per fermare qualsiasi iniziativa militare. Tuttavia, la cosiddetta Crisi di Abissinia segnò l’inizio dell’isolamento diplomatico italiano. Alienato dalle potenze occidentali, Mussolini cercò nuovi alleati.

Mussolini li trovò in Hitler e nel regime nazista, con i quali condivideva ideali autoritari, nazionalisti e militaristi. Dal 1936 in avanti, l’“Asse Roma-Berlino” si consolidò, avviando una cooperazione politica e militare che avrebbe portato l’Italia a partecipare alla Seconda guerra mondiale. Questa alleanza spinse anche l’Italia ad adottare politiche sempre più simili a quelle della Germania nazista, soprattutto in materia di discriminazione razziale. Nel settembre 1938, il regime fascista promulgò le cosiddette “Leggi per la difesa della razza”, che introdussero una serie di misure discriminatorie contro la comunità ebraica. Le leggi razziali privarono gli ebrei italiani di numerosi diritti fondamentali: esclusione dalle cariche pubbliche, dall’insegnamento universitario e da molte professioni ed attività economiche, oltre al divieto di matrimoni misti. La propaganda ufficiale iniziò a diffondere stereotipi antisemiti, giustificando queste misure con un pretesto pseudoscientifico che alimentò odio sociale e segregazione. Questa svolta rappresentò un momento drammatico nella storia italiana, segnando l’inizio di una persecuzione che negli anni successivi, e soprattutto durante la guerra, avrebbe portato ad arresti, deportazioni e alla partecipazione italiana al genocidio nazista.

La Seconda Guerra Mondiale

Parallelamente a questi sviluppi, Mussolini intensificò la preparazione militare e l’aggressione estera. La Seconda guerra mondiale, che scoppiò ufficialmente nel settembre 1939, fu il conflitto più vasto e distruttivo della storia e rappresentò anche un momento cruciale per l’Italia fascista. Le radici del coinvolgimento italiano risalgono agli anni precedenti, con l’intervento diretto nella guerra civile spagnola (1936-39), che anticipò le dinamiche politiche e militari di un’Europa sempre più divisa e tesa. L’Italia intervenne in Spagna al fianco del generale Francisco Franco (1892-1975), altro dittatore fascista che combatteva contro le forze repubblicane sostenute da comunisti e democratici. L’intervento in Spagna fu un banco di prova per le forze armate e un’occasione per rafforzare i legami con la Germania nazista, che a sua volta sosteneva Franco. Nel maggio 1939, infatti, Italia e Germania formalizzarono il loro patto militare con il cosiddetto Patto d’Acciaio, impegno che vincolava i due Paesi a sostenersi reciprocamente in caso di guerra. Questo documento sancì ufficialmente l’ingresso dell’Italia nel blocco dell’Asse, segnando una scelta di campo definitiva e preparando la strada alla partecipazione italiana alla Seconda guerra mondiale.

Benito Mussolini & Adolf Hitler, 1938
Benito Mussolini e Adolf Hitler, 1938 Istituto Luce (Public Domain)

Nonostante la firma del Patto d’Acciaio nel maggio 1939, l’Italia rimase inizialmente neutrale allo scoppio della guerra, quando la Germania invase la Polonia. Mussolini, consapevole delle carenze militari ed economiche italiane, esitò a entrare subito nel conflitto, preferendo attendere gli sviluppi. Solo il 10 giugno 1940, con la Francia già in grave difficoltà a causa dell’avanzata tedesca, Mussolini dichiarò guerra alla Francia e alla Gran Bretagna. Convinto che l’Italia potesse ottenere facilmente guadagni territoriali e che la vittoria dell’Asse fosse imminente, il Duce prese una decisione che si rivelò un grave errore strategico. Le forze armate italiane erano impreparate a un conflitto su larga scala: mancavano di mezzi adeguati, organizzazione e strategia coerente. La campagna in Francia portò a guadagni territoriali limitati e insignificanti, mentre l’invasione della Grecia, iniziata nell’ottobre 1940 senza un piano chiaro, si trasformò in un clamoroso fallimento militare. L’esercito greco, sostenuto da volontari e fortemente motivato, respinse l’invasione italiana, obbligando in seguito le truppe tedesche a intervenire nel 1941 per evitare un disastro per il blocco dell’Asse. Questo episodio minò l’immagine di Mussolini come uomo forte e segnò la prima frattura nell’alleanza.

Contemporaneamente, l’Italia combatteva in Nord Africa, dove tentò di espandere il proprio controllo coloniale contro le forze britanniche in Egitto e in altre colonie. La Campagna del Nord Africa divenne uno dei principali fronti del conflitto, con vittorie e sconfitte alternate tra l’Afrika Korps tedesco, guidato dal generale Erwin Rommel, e le truppe alleate. Le difficoltà logistiche, le scarse risorse e il terreno ostile resero la guerra in Africa una lotta estenuante, culminata con la sconfitta finale di Italia e Germania nel 1943. Anche il Mediterraneo fu teatro di intensi combattimenti navali e aerei, poiché il controllo delle rotte marittime era vitale per i rifornimenti di truppe e colonie. I bombardamenti alleati sulle città italiane provocarono gravi danni e un progressivo crollo del morale della popolazione.

Il Declino del Regime e la Caduta di Mussolini

Il peggioramento della situazione militare, unito alla crisi economica e al crescente malcontento sociale, minò profondamente la stabilità del regime fascista. Il 1943 fu un anno decisivo: gli Alleati sbarcarono in Sicilia nell’estate, aprendo un nuovo fronte nel cuore del Mediterraneo e segnando l’inizio della liberazione italiana. Il 25 luglio 1943, il Gran Consiglio del Fascismo, dopo anni di assoluto controllo da parte di Mussolini, votò una mozione di sfiducia e lo destituì, con l’appoggio del re Vittorio Emanuele III. Mussolini fu arrestato e la monarchia tentò di negoziare una pace separata con gli Alleati.

Mussolini's Head Sculpture in Adwa
Volto di Mussolini ad Adua Unknown Photographer (Public Domain)

Liberato dai nazisti nell’Operazione Gran Sasso nell’autunno del 1943, Mussolini fu nominato capo della Repubblica Sociale Italiana (RSI), uno stato fantoccio con sede a Salò, sotto diretto controllo tedesco. Tuttavia, il potere effettivo del Duce era ormai limitato e il Paese si trovava diviso tra le forze alleate avanzanti da sud, i partigiani antifascisti e le truppe tedesche che occupavano ancora gran parte del territorio.

Con la liberazione dell’Italia settentrionale da parte degli Alleati e dei partigiani, Mussolini tentò la fuga in Svizzera travestito da soldato tedesco. Fu riconosciuto e catturato il 27 aprile 1945 a Dongo, sul Lago di Como, insieme alla sua compagna Claretta Petacci. Il giorno seguente entrambi furono fucilati dai partigiani. I loro corpi furono esposti a Piazzale Loreto a Milano, come simbolo della fine del fascismo e monito per la popolazione.

Info traduttore

Cristina Baima Besquet Griga
Studentessa italiana con formazione internazionale, appassionata della materia storica e dei suoi metodi, in particolare della storia intellettuale e della microstoria.

Info autore

Fabio Sappino
Fabio is a PhD student in International History at the London School of Economics (LSE). He currently works on the history of Italian colonialism and on Italian Fascism, with a particular interest in the relations between Islam and the West.

Cita questo lavoro

Stile APA

Sappino, F. (2025, settembre 03). Benito Mussolini: Il Fondatore del Fascismo. (C. B. B. Griga, Traduttore). World History Encyclopedia. https://www.worldhistory.org/trans/it/1-19718/benito-mussolini/

Stile CHICAGO

Sappino, Fabio. "Benito Mussolini: Il Fondatore del Fascismo." Tradotto da Cristina Baima Besquet Griga. World History Encyclopedia, settembre 03, 2025. https://www.worldhistory.org/trans/it/1-19718/benito-mussolini/.

Stile MLA

Sappino, Fabio. "Benito Mussolini: Il Fondatore del Fascismo." Tradotto da Cristina Baima Besquet Griga. World History Encyclopedia, 03 set 2025, https://www.worldhistory.org/trans/it/1-19718/benito-mussolini/.

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