Giustizia nell'Antico Egitto

Joshua J. Mark
da , tradotto da Cristina Baima Besquet Griga
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Vizier Kagemni (by Sémhur, GNU FDL)
Visir Kagemni Sémhur (GNU FDL)

La cultura dell’antico Egitto fiorì grazie all’adesione alla tradizione, e il loro sistema legale seguiva lo stesso paradigma. Leggi fondamentali e prescrizioni giuridiche erano in vigore in Egitto già nel Periodo Predinastico (c. 6000 - c. 3150 a.C.) e continuarono, sviluppandosi, fino a quando l’Egitto fu annesso da Roma nel 30 a.C. La legge egizia era fondata sul valore culturale centrale di ma’at (armonia), che era stato istituito all’inizio dei tempi dagli dèi. Per essere in pace con se stessi, con la propria comunità e con gli dèi, tutto ciò che si doveva fare era vivere una vita di considerazione, consapevolezza ed equilibrio in conformità con la ma’at.

Gli esseri umani, tuttavia, non sono sempre considerati o consapevoli, e la storia illustra bene quanto male sappiano mantenere l’equilibrio; perciò furono create delle leggi per incoraggiare le persone a stare sulla retta via. Poiché la legge era fondata su un principio divino così semplice, e poiché sembrava chiaro che aderire a quel principio fosse vantaggioso per tutti, i trasgressori venivano spesso puniti severamente. Sebbene vi siano certamente casi di clemenza mostrata verso sospetti criminali, l’opinione legale prevalente era che si fosse colpevoli fino a prova contraria, poiché altrimenti non si sarebbe stati accusati in primo luogo.

La legge nell’antico Egitto funzionava esattamente come in qualsiasi paese oggi: vi era un insieme di regole concordate, formulate da uomini considerati esperti nel campo, un sistema giudiziario che valutava le prove delle infrazioni a tali regole e degli ufficiali incaricati di farle rispettare e di portare i trasgressori davanti alla giustizia.

Al vertice della gerarchia giudiziaria egiziana si trovava il faraone, rappresentante degli dèi & della loro giustizia divina, e immediatamente sotto di lui vi era il suo visir.

Non è ancora stato trovato alcun codice di leggi egiziano che corrisponda a documenti mesopotamici come il Codice di Ur-Nammu o il Codice di Hammurabi, ma è chiaro che uno debba essere esistito, poiché esisteva già un sistema di precedenti giuridici al tempo del Periodo Dinastico Arcaico (c. 3150 - c. 2613 a.C.), come si evince dal loro uso consolidato nei primi anni dell’Antico Regno (c. 2613 - 2181 a.C.). Questi precedenti furono poi usati nei casi giudiziari durante il Medio Regno (2040 - 1782 a.C.) e successivamente per il resto della storia del Paese.

Struttura del sistema legale

Anche se i dettagli specifici del loro codice di leggi rimangono ignoti, i principi da cui esso derivava sono chiari. L’egittologa Rosalie David commenta così:

Rispetto ad altre civiltà antiche, la legge egiziana ha fornito poche prove riguardo alle sue istituzioni. Era, tuttavia, chiaramente governata da principi religiosi: si credeva che la legge fosse stata trasmessa all’umanità dagli dèi nella Prima Occasione (il momento della creazione), e gli dèi erano ritenuti responsabili di aver stabilito e perpetuato la legge. (93)

Al vertice della gerarchia giudiziaria si trovava il re, rappresentante degli dèi e della loro giustizia divina, e immediatamente sotto di lui c’era il visir. L’egiziano visir aveva molte responsabilità, e una di queste era l’amministrazione pratica della giustizia. Il visir ascoltava personalmente le cause giudiziarie, ma nominava anche magistrati inferiori e, talvolta, interveniva nei tribunali locali se le circostanze lo richiedevano.

Il sistema legale si formò inizialmente a livello regionale, nei singoli distretti (chiamati nomes), ed era presieduto dal governatore (nomarch) e dal suo amministratore. Durante l’Antico Regno, questi tribunali regionali furono saldamente consolidati sotto l’autorità del visir del re ma, come osserva David, il sistema giudiziario in qualche forma era già esistito in precedenza:

Iscrizioni su tombe, stele e papiri, che costituiscono le più antiche transazioni legali esistenti, possono essere datate all’Antico Regno. Esse indicano che il sistema legale era già ben sviluppato a questa data e suggeriscono che debba esserci stato un lungo periodo di sperimentazione precedente. La legge egiziana si colloca accanto a quella sumera come il più antico sistema legale sopravvissuto al mondo e la sua complessità e livello di sviluppo sono paragonabili al diritto greco antico e medievale. (93)

La forma più antica della legge a livello regionale doveva essere piuttosto semplice, ma divenne più burocratica durante l’Antico Regno. Anche così, in questo periodo, i giudici erano spesso sacerdoti che consultavano la propria divinità per giungere a un verdetto, piuttosto che valutare le prove e ascoltare le testimonianze.

Sarcophagus of Ramesses III
Sarcofago di Ramesse III genibee (CC BY-NC-SA)

Fu solo durante il Medio Regno che furono nominati giudici professionisti per presiedere le corti e il sistema giudiziario cominciò a funzionare secondo un paradigma più razionale e riconoscibile. Questo periodo vide anche la creazione della prima forza di polizia professionale, incaricata di far rispettare la legge, prendere in custodia i sospettati e testimoniare in tribunale.

Amministrazione della legge

I tribunali che amministravano la legge erano il seru (un gruppo di anziani in una comunità rurale), il kenbet (un tribunale a livello regionale e nazionale) e il djadjat (la corte imperiale). Se un crimine veniva commesso in un villaggio e il seru non riusciva a giungere a un verdetto, il caso passava al kenbet e poi, eventualmente, al djadjat, anche se ciò sembra essere stato piuttosto raro. Di solito, qualsiasi questione nata in un villaggio veniva risolta dal seru locale. Il kenbet è ritenuto l’organo che promulgava le leggi e infliggeva le punizioni a livello regionale (distrettuale) e nazionale, mentre il djadjat emetteva il giudizio finale sulla legalità e vincolatività di una legge in conformità con la ma’at.

In generale, gli antichi Egizi sembrano essere stati cittadini rispettosi della legge per gran parte della loro storia, ma non mancavano dispute riguardanti diritti sulla terra e sull’acqua, controversie sulla proprietà del bestiame o sui diritti a un determinato incarico o titolo ereditario. Bunson osserva infatti come:

Gli Egiziani attendevano in fila ogni giorno per presentare ai giudici le loro testimonianze o petizioni. Le decisioni su tali questioni erano basate su pratiche giuridiche tradizionali, sebbene dovessero esistere codici scritti disponibili per la consultazione. (145).

I giudici a cui Bunson si riferisce erano i membri del kenbet e ogni capitale distrettuale ne aveva uno in sessione quotidiana.

Stela of Ptahmay
Stele di Ptahmay Osama Shukir Muhammed Amin (Copyright)

Il visir era in ultima istanza il giudice supremo, ma la maggior parte dei processi era gestita da magistrati di grado inferiore. Molti casi riguardavano controversie ereditarie sulla proprietà sorte dopo la morte del patriarca o della matriarca di una famiglia. Non esistevano testamenti nell’antico Egitto, ma una persona poteva redigere un documento di trasferimento che specificasse chiaramente chi dovesse ricevere determinate porzioni di beni o valori. Tuttavia, allora come oggi, tali documenti erano spesso contestati dai familiari, che finivano in tribunale l’uno contro l’altro.

Vi erano anche casi di violenza domestica, divorzio e infedeltà. Le donne potevano chiedere il divorzio con la stessa facilità degli uomini e potevano intentare cause relative a vendite di terreni o accordi commerciali. Casi di infedeltà venivano presentati da entrambi i sessi e la punizione per i colpevoli era severa.

Crimine e punizione

L’infedeltà era considerata un reato grave solo se gli individui coinvolti lo rendevano tale. Un marito la cui moglie avesse avuto una relazione poteva perdonarla e lasciar cadere la questione, oppure poteva perseguirla. Se decideva di portarla in tribunale e lei veniva riconosciuta colpevole, la pena poteva essere il divorzio e l’amputazione del naso o la morte per ustione. Un marito infedele denunciato dalla moglie poteva ricevere fino a 1.000 frustate, ma non rischiava la pena capitale. Poiché la famiglia nucleare era considerata la base di una comunità stabile, l’adulterio era visto come un’offesa grave, ma, ancora una volta, solo se i diretti interessati lo denunciavano alle autorità o, in alcuni casi, se un vicino li segnalava.

nei tribunali egiziani, una persona accusata era colpevole fino a prova contraria, per questo i testimoni venivano spesso percossi: per assicurarsi che dicessero la verità.

Lo stesso modello sembra essere stato seguito anche in altri ambiti. Era dovere della famiglia provvedere alle offerte funerarie per i propri cari defunti e, se non aveva il tempo di occuparsene, poteva assumere qualcun altro affinché lo facesse. Questi sostituti erano conosciuti come sacerdote-ka che, dietro il compenso, fornivano quotidianamente cibo e bevande presso una tomba. Finché la famiglia continuava a pagare, un sacerdote-ka doveva mantenere il proprio incarico e persino trasmetterlo a suo figlio. Se una famiglia smetteva di pagare, il sacerdote poteva semplicemente abbandonare l'incarico oppure citare in giudizio la famiglia per continuare a ricoprire la posizione e ricevere gli arretrati. Una famiglia, a sua volta, poteva portare in tribunale un sacerdote-ka per non aver adempiuto ai suoi doveri giurati.

Nell’antico Egitto non esistevano avvocati. Un sospettato veniva interrogato dalla polizia e dal giudice in tribunale, e i testimoni venivano chiamati a deporre a favore o contro l’imputato. Poiché la credenza dominante era che una persona accusata fosse colpevole fino a prova contraria, i testimoni venivano spesso percossi per assicurarsi che dicessero la verità. Una volta accusato di un crimine, anche se poi assolto, il nome di un individuo rimaneva comunque registrato come sospettato. In questo senso, l’infamia pubblica sembra essere stata un deterrente tanto grande quanto qualsiasi altra punizione. Anche se completamente scagionato da ogni illecito, si sarebbe comunque continuato a essere conosciuti nella propria comunità come ex sospettati.

Per questo motivo, la testimonianza di una persona riguardo al carattere di un individuo (così come il suo alibi) era di estrema importanza, e i falsi testimoni erano trattati con particolare severità. Si poteva, ad esempio, accusare falsamente un vicino di adulterio per ragioni personali e, anche se l’accusato fosse stato dichiarato innocente, ne sarebbe comunque uscito disonorato.

Un’accusa falsa, quindi, era considerata un reato grave, non solo perché infangava un cittadino innocente, ma anche perché metteva in discussione l’efficacia della legge. Se una persona innocente poteva essere punita da un sistema che si proclamava di origine divina, allora o il sistema era sbagliato oppure lo erano gli dèi, e le autorità non erano interessate a lasciare spazio a simili dubbi. Un falso testimone, perciò, veniva punito duramente: chiunque mentisse consapevolmente davanti al tribunale in merito a un crimine poteva aspettarsi qualsiasi pena, dall’amputazione fino alla morte per annegamento. In generale, proprio a causa di questa situazione, sembra che venissero fatti tutti gli sforzi possibili per stabilire la colpevolezza di un sospettato e infliggere la giusta punizione.

Amun
Amon Joanna Penn (CC BY)

In generale, se il crimine era grave - come stupro, omicidio, furto su larga scala o saccheggio di tombe - la pena era la morte o la mutilazione. Gli uomini riconosciuti colpevoli di stupro venivano castrati o subivano l’amputazione del pene. Gli assassini venivano percossi e poi dati in pasto ai coccodrilli, bruciati vivi o giustiziati in altri modi crudeli. I ladri, invece, subivano l’amputazione del naso, delle mani o dei piedi. David annota la punizione per coloro che uccidevano membri della propria famiglia:

I figli che uccidevano i propri genitori dovevano affrontare un supplizio in cui pezzi della loro carne venivano tagliati con canne appuntite, prima di essere adagiati su un letto di spine e bruciati vivi. I genitori che uccidevano i propri figli, invece, non venivano messi a morte, ma costretti a tenere in braccio il corpo del figlio morto per tre giorni e tre notti. (94).

Declino del sistema

Il problema dei falsi testimoni non era così diffuso nei primi secoli della civiltà, ma divenne sempre più frequente con il declino dell’Impero Egizio e con la perdita di fiducia nei concetti che avevano regolato la società e la cultura egiziana per migliaia di anni. Verso la fine del regno di Ramesse III (1186-1155 a.C.), la fiducia nella supremazia di ma’at iniziò a incrinarsi, poiché il faraone sembrava più preoccupato della propria vita di corte che del benessere del suo popolo.

Lo sciopero degli operai delle tombe a Deir el-Medina nel 1159 a.C. è la prova più chiara della frattura di una burocrazia che aveva servito la società per millenni. Questi lavoratori venivano regolarmente pagati in grano, birra e altri beni necessari, per i quali dipendevano dal governo, dato che vivevano (per concessione statale) in una valle isolata fuori Tebe. Quando i salari smisero di arrivare, i lavoratori scioperarono e i funzionari non furono in grado di gestire la situazione.

Il faraone non era riuscito a mantenere la ma’at, e questo ebbe ripercussioni su tutta la gerarchia sociale egizia, dall’alto al basso. Il saccheggio delle tombe divenne più diffuso (così come le false testimonianze) e persino le forze dell’ordine caddero nella corruzione. La testimonianza di un poliziotto era considerata del tutto affidabile, ma nella fase finale del Nuovo Regno gli agenti potevano accusare qualcuno, farlo condannare e poi appropriarsi liberamente dei suoi beni.

Ipuwer Papyrus
Papiro Ipuwer Rijksmuseum van Oudheden, Leiden (CC BY)

Una lettera del regno di Ramesse XI (1107-1077 a.C.) descrive due poliziotti accusati di falsa testimonianza. L’autore della lettera, un generale dell’esercito, ordinava al destinatario di condurre i due ufficiali alla sua casa, dove sarebbero stati esaminati e, se colpevoli, annegati in ceste nel Nilo. Il generale, tuttavia, si raccomandava che l’esecuzione avvenisse di notte e che si facesse in modo “di non farlo sapere a nessuno nella terra” (van de Mieroop, 257). Questo monito, e altri simili, miravano a nascondere la corruzione della polizia e dei funzionari. Tuttavia, nessuna cautela o occultamento poteva realmente servire, perché la corruzione era ormai dilagante.

In quel periodo, inoltre, i ladri di tombe catturati e condannati potevano comprare la libertà corrompendo un poliziotto, un ufficiale giudiziario o uno scriba del tribunale con parte del tesoro rubato, per poi tornare a saccheggiare. I giudici, che avrebbero dovuto infliggere le pene, potevano invece fungere da ricettatori di beni trafugati. I visir, che avrebbero dovuto incarnare la giustizia e l’equilibrio, si arricchivano a spese altrui. Come già detto, lo stesso faraone, che avrebbe dovuto garantire le fondamenta della sua civiltà, in quel periodo era più interessato al proprio comfort e alla gratificazione personale che alle responsabilità del suo ufficio.

Inoltre, negli ultimi anni del Nuovo Regno e nel successivo Terzo Periodo Intermedio (c. 1069-525 a.C.), il sistema legale tornò ai metodi dell’Antico Regno, cioè alla consultazione degli dèi per stabilire colpevolezza o innocenza. Il culto di Amon, regolarmente il più potente d’Egitto, aveva quasi eclissato l’autorità del trono. Durante il Terzo Periodo Intermedio, i sospettati venivano portati davanti a una statua di Amon, e il dio emetteva un verdetto. Questo avveniva grazie a un sacerdote che, nascosto dentro o dietro la statua, la muoveva in un senso o nell’altro per dare la risposta. Ovviamente, questo metodo di amministrare la giustizia apriva la strada a numerosi abusi, poiché i casi non venivano più giudicati da un magistrato ufficiale in un tribunale, ma da un sacerdote nascosto in una statua.

Sebbene l’Egitto conobbe alcuni momenti positivi di ritorno all’ordine nelle epoche successive, il sistema giudiziario non avrebbe mai più funzionato con l’efficienza che aveva avuto fino al Nuovo Regno. La dinastia tolemaica (323-30 a.C.) riprese le pratiche e le politiche della giustizia amministrativa del Nuovo Regno, come fece in molti altri ambiti di quel periodo. Tuttavia, queste iniziative non durarono oltre i primi due sovrani. La fase finale della dinastia tolemaica fu semplicemente un lungo, lento declino verso il caos, fino a quando l’Egitto fu annesso da Roma nel 30 a.C. e divenne un’altra provincia del suo impero.

Info traduttore

Cristina Baima Besquet Griga
Studentessa italiana con formazione internazionale, appassionata della materia storica e dei suoi metodi, in particolare della storia intellettuale e della microstoria.

Info autore

Joshua J. Mark
Joshua J. Mark è cofondatore e direttore dei contenuti della World History Encyclopedia. In precedenza è stato professore al Marist College (New York), dove ha insegnato storia, filosofia, letteratura e scrittura. Ha viaggiato molto ed ha vissuto in Grecia e Germania.

Cita questo lavoro

Stile APA

Mark, J. J. (2025, ottobre 06). Giustizia nell'Antico Egitto. (C. B. B. Griga, Traduttore). World History Encyclopedia. https://www.worldhistory.org/trans/it/1-16346/giustizia-nellantico-egitto/

Stile CHICAGO

Mark, Joshua J.. "Giustizia nell'Antico Egitto." Tradotto da Cristina Baima Besquet Griga. World History Encyclopedia, ottobre 06, 2025. https://www.worldhistory.org/trans/it/1-16346/giustizia-nellantico-egitto/.

Stile MLA

Mark, Joshua J.. "Giustizia nell'Antico Egitto." Tradotto da Cristina Baima Besquet Griga. World History Encyclopedia, 06 ott 2025, https://www.worldhistory.org/trans/it/1-16346/giustizia-nellantico-egitto/.

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