L’Asia orientale antica fu dominata dai tre stati che oggi conosciamo come Cina, Giappone e Corea. La complessa successione di dinastie ha generato un intreccio fitto di eventi che gli archeologi spesso faticano a districare; ciò è stato reso ancora più difficile dalle rivendicazioni e dalle letture nazionaliste moderne proiettate retroattivamente sull’antichità da tutte e tre le parti.
In questa intervista, James Blake Wiener dell’Ancient History Encyclopedia (AHE) dialoga con la professoressa Gina L. Barnes, Professorial Research Associate presso il Dipartimento di Arte e Archeologia della SOAS University of London, riguardo alle interazioni tra la penisola coreana e l’arcipelago giapponese nell’antichità.
JBW: Professoressa Gina L. Barnes, benvenuta su Ancient History Encyclopedia e grazie per aver accettato di discutere con me un tema complesso ma estremamente affascinante: le relazioni tra Corea e Giappone attraverso la lente dell’archeologia e della storia antica.
Vorrei iniziare la nostra intervista chiedendole: perché le relazioni tra Corea e Giappone nell’antichità sono di primaria importanza per storici e archeologi dell’Asia orientale?
GLB: Grazie, James, per l’invito a parlare delle relazioni tra Corea e Giappone viste dall’archeologia. È senza dubbio un tema delicato, se si considera l’animosità più recente tra i due paesi, legata all’annessione della Corea da parte del Giappone nel 1910 d.C. e al suo governo come parte dell’Impero giapponese fino al 1945. A ciò si aggiunge il rancore persistente per le campagne di conquista della Cina intraprese da Hideyoshi alla fine del XVI secolo: devastò il sud e il centro della Corea nel tentativo di raggiungere la capitale cinese, costringendo gli abitanti di Gyeongju (Kyongju) a rifugiarsi presso le grandi tombe dei re di Silla.
Questi eventi rendono ancora più importante guardare indietro nel tempo, per riconoscere che i rapporti tra Corea e Giappone non furono sempre ostili. Anzi, dalle testimonianze materiali e dalle fonti documentarie emerge che vi furono epoche di rapporti stretti e amichevoli, e che gran parte della cultura materiale del Giappone antico derivò dalla Corea.
JBW: Come affronta questo tema complesso dal punto di vista archeologico?
GLB: Il primo passo è abbandonare i confini nazionali moderni. Io preferisco utilizzare riferimenti geografici: la penisola coreana e le isole giapponesi. È un approccio fondamentale se consideriamo che già nel primo periodo di formazione statale sulla penisola coreana esistevano tre, forse quattro, regni: Goguryeo (Koguryŏ), Silla, Baekje (Paekche) e in seguito Gaya (Kaya). Lo stato giapponese primitivo, lo Yamato, non oltrepassava la regione del Kansai (attorno alle odierne Kyoto, Nara e Osaka), con alleanze verso occidente e rapporti ostili con le popolazioni indigene a nord-est. È quindi importante riconoscere che gli stati moderni rappresentano soltanto un “fotogramma” del presente e non possono essere proiettati a ritroso in tempi storici notevolmente distanti da noi. I confini statali sono cambiati ininterrottamente negli ultimi 1500 anni, e non c’è motivo di credere che resteranno immutati in futuro. Prima ancora degli stati, le popolazioni si muovevano liberamente, senza essere vincolate da confini politici o da identità nazionali.
Il secondo passo è comprendere che la penisola coreana e le isole giapponesi condividono una traiettoria di sviluppo distinta rispetto all’emergere precoce degli stati sulla Cina continentale. Ho coniato il termine geografico “Pen/Insulae” per riferirmi a questo patrimonio congiunto (evitando i nomi degli stati moderni), e uso “Cina continentale” per non richiamare la Cina attuale. Nelle aree della Cina continentale gli stati si svilupparono già nel II millennio a.C., con la dinastia Han che esercitò una forte influenza sulle Pen/Insulae tra il I e il III secolo d.C. Fu solo dopo il crollo degli Han e della loro dinastia successiva, i Wei, che i primi stati nelle Pen/Insulae cominciarono a emergere come attori solidi in Asia orientale - con tempi simili, tra III e V secolo d.C., all’ascesa dei regni anglosassoni in Britannia dopo la caduta di Roma. In quell’epoca vi furono numerose interazioni all’interno delle Pen/Insulae, che portarono alla condivisione di tradizioni culturali.
JBW: Possiamo dire, in definitiva, che la Corea abbia agito come un “ponte culturale” tra la Cina e il Giappone? Quanto è problematica, secondo lei, questa definizione, professoressa Barnes?
GLB: L’espressione “ponte culturale”, seppur usata con buone intenzioni, è in realtà riduttiva e fuorviante. È vero che molti sviluppi culturali raggiunsero le isole giapponesi attraverso l’intermediazione della penisola coreana, ma alcuni provenivano da culture indigene della penisola stessa, altri invece giungevano direttamente dagli avamposti militari cinesi situati in Corea. Inoltre, l’idea di un “ponte” lascia intendere che tutto passasse intatto dalla Cina continentale al Giappone, senza mutazioni.
Ad esempio, dire che il buddhismo fu trasmesso dalla Cina al Giappone tramite la Corea equivale, in realtà, a dire in maniera imprecisa che il buddhismo fu trasmesso dall’India alla Corea passando per la Cina. Nessuno, però, pensa alla Cina come a un “ponte culturale”. Quando i contatti sono limitati a spostamenti via terra (e non via mare), i quali richiedono tempo per attraversare lo spazio, gli sviluppi culturali vengono inevitabilmente trasformati e localizzati nel processo; e se poi queste innovazioni vengono trasmesse altrove, portano con sé l’impronta culturale delle tappe intermedie. Il rischio di definire la penisola coreana come un “ponte culturale” è non riconoscere quanto quegli elementi nuovi siano stati trasformativi per la cultura coreana stessa (in senso lato), a prescindere dal fatto che il fenomeno sia stato trasmesso più oltre.
Tra il III e il VI secolo d.C. sappiamo che monaci indiani viaggiarono sia in Cina sia in Corea, diffondendo direttamente i loro insegnamenti; allo stesso tempo, monaci coreani si recarono in India o almeno in Cina per studiare presso maestri indiani. Monaci indiani giunsero anche alle isole giapponesi, mentre monaci giapponesi si spostarono in Cina per apprendere da maestri indiani o da cinesi che avevano studiato in India. L’idea che la penisola coreana sia stata semplicemente un “ponte culturale” verso le isole giapponesi è dunque troppo semplicistica e non tiene conto dello speciale rapporto che legava Baekje (e non tutta la penisola) con lo Yamato (e non tutto l’arcipelago), come vedremo.
JBW: Possiamo dire che le relazioni tra Corea e Giappone nell’antichità e nel medioevo oscillassero tra partnership commerciali amichevoli, alleanze periodiche e aperte ostilità?
GLB: Gli scambi tra penisola e isole iniziarono già tra gruppi di cacciatori-raccoglitori intorno al 5000 a.C.; durante il periodo Jomon (14500–400 a.C.), l’ossidiana del monte Aso, a Kyushu, veniva commerciata verso la penisola coreana, e ceramiche Jomon si ritrovano in siti del sud della penisola. Le pratiche agricole provenienti dalla Cina continentale furono introdotte in Corea: il miglio dal nord-est prima del 3500 a.C. e il riso umido dal sud-est attorno al 1500 a.C. Queste coltivazioni vennero portate dagli immigrati coreani dell’Età del Bronzo nelle isole giapponesi all’inizio del I millennio a.C. Verso il 300 a.C., sia il bronzo sia il ferro giunsero in Giappone attraverso i contatti dell'età del bronzo. Tutte queste interazioni furono in apparenza amichevoli, cooperative e produttive.
Nel 108 a.C. la dinastia Han della Cina istituì il comando militare di Lelang nella parte settentrionale della penisola coreana, vicino all’odierna Pyongyang, nell’area del Gojoseon (Kochosŏn). Le risorse ferrose delle coste meridionali della penisola venivano estratte per l’uso cinese, ma anche fornite ai popoli circostanti. Lo sviluppo dello stato Yamato tra III e V secolo d.C. si basò in larga parte sul ferro proveniente dalla penisola. Quando, alla fine del IV secolo, questo approvvigionamento fu minacciato dall’avanzata del regno di Goguryeo verso sud, lo Yamato entrò in alleanza con lo stato emergente di Baekje per proteggere tali risorse. Anche alla fine del IV secolo d.C., dunque, non si può dire che il pendolo delle relazioni fosse passato all’ostilità: Yamato e Goguryeo erano nemici, ma Yamato e Paekche erano alleati. Non esisteva alcuna contrapposizione “Corea/Giappone” come entità unitarie.
Vorrei spendere qualche parola su Mimana, spesso citata nelle storie del Giappone scritte in inglese come una colonia giapponese del IV secolo d.C. in Corea. Questa visione deriva da una lettura nazionalista delle cronache Nihon Shoki dell’VIII secolo d.C. fatta dagli imperialisti giapponesi del XIX secolo, in epoca di restaurazione imperiale, i quali usarono poi il testo per giustificare l’annessione della Corea nel 1910. Gli studiosi contemporanei, sia coreani sia giapponesi, concordano invece sul fatto che nel VI secolo d.C. - non nel IV - esistesse nella Corea meridionale una struttura gestita da giapponesi di discendenza coreana e da altri operatori, con lo scopo di regolare il commercio del ferro con i paesi circostanti. Non si trattava né di una colonia amministrativa né di un avamposto militare, bensì di un vero e proprio “porto di scambio” economico.
L’alleanza Baekje–Yamato determinò una seconda ondata migratoria dalla penisola meridionale verso le isole giapponesi, dal tardo IV al VII secolo d.C.; questa volta, tuttavia, si trattava di rifugiati dalle guerre peninsulari costituiti da gruppi sia di Baekje che di Gaya: artigiani specializzati in beni di lusso, membri di famiglie aristocratiche e intellettuali che portarono alla corte Yamato la scrittura e il buddhismo. Un documento del IX secolo d.C., lo Shinsen Shoji Roku, registra che un terzo delle famiglie aristocratiche del primo periodo Heian aveva origini coreane - un fatto oggi spesso dimenticato in Giappone. Anche le relazioni tra Yamato e Silla oscillavano continuamente tra ostilità e cooperazione, al punto che è impossibile generalizzare i rapporti Corea - Giappone in questo periodo.
Il pendolo cominciò a spostarsi in modo netto con le invasioni di Hideyoshi del 1592 e del 1597: egli saccheggiò la capitale Gyeongju, devastando il paese e deportando numerosi vasai della Corea meridionale a Kyushu settentrionale, dove crearono un’industria ceramica destinata alla produzione di utensili da tè per lo Shogun. La manifattura coreana della porcellana si è ripresa soltanto dopo la Guerra del Pacifico (durante la Seconda Guerra Mondiale). Alla rapacità delle campagne di Hideyoshi si aggiunse l’annessione del 1910, che costrinse i “cittadini” coreani ad abbandonare lingua e cultura frequentando scuole giapponesi. Infine, vi fu l’abuso delle "Comfort Women" durante la Seconda guerra mondiale (1937-1945), quando molte donne coreane furono costrette a servire i soldati giapponesi in tutto l’impero.
Con l’ascesa della K-pop e dell’onda culturale Hallyu, che oggi affascinano il pubblico giapponese, è forse giunto il momento che il pendolo torni a muoversi verso rapporti più amichevoli e cooperativi, almeno con la Corea del Sud. È un compito difficile per chi conserva memorie così dolorose, ma è proprio per questo che diventa fondamentale studiare i periodi più antichi, in cui emergono elementi comuni di cultura e sviluppo - per gettare le basi del prossimo spostamento del pendolo.
JBW: Gina, il regno di Baekje stabilì rapporti commerciali e culturali con il Giappone durante il periodo Asuka (538-710 d.C.). Quali circostanze resero i giapponesi così ricettivi alla cultura coreana e cinese in quel momento storico?
Inoltre, perché i regni coreani successivi furono disposti a condividere il loro sapere e le loro competenze con i giapponesi nel corso dei secoli?
GLB: L’alleanza Yamato-Baekje fu nell’interesse di entrambe le parti. Poiché lo Yamato era più distante dalla minaccia di Goguryeo, divenne una meta di rifugio per popolazioni peninsulari sotto attacco. I progressi della cultura peninsulare, sviluppatisi anche grazie alla vicinanza con la Cina continentale e al contatto diretto con le corti cinesi, si produssero in un contesto di condivisione ma anche di costrizione. Quando queste innovazioni furono offerte alla corte Yamato, furono accolte con entusiasmo sia come simboli di prestigio sia come nuove tecnologie.
È interessante anche riflettere su come avvenissero le comunicazioni: dalle cronache del Nihon Shoki risulta che non fossero necessari interpreti per il Baekje, mentre lo erano per i rapporti con Silla. Alcuni studi moderni hanno concluso che la lingua giapponese sia storicamente collegata a quella di Goguryeo (e quindi, per estensione, al Baekje), mentre la lingua di Silla sarebbe stata piuttosto diversa.
JBW: A suo avviso, quali furono le tre innovazioni o contributi culturali più importanti giunti in Giappone attraverso la penisola coreana?
GLB: La scrittura, il buddhismo e il confucianesimo. Non che tutte queste innovazioni abbiano avuto effetti esclusivamente positivi. La scrittura cinese è poco adatta a rappresentare lingue come il giapponese o il coreano, appartenenti a famiglie linguistiche differenti, con verbi e aggettivi flessi che non possono essere resi da caratteri monosillabici o bisillabici. Per scrivere più accuratamente le parole giapponesi, nel IX secolo d.C. si sviluppò un sillabario, attribuito al monaco Kukai; in Corea, un sistema simile fu creato a metà del XV secolo sotto re Sejong. I testi proto-moderni furono così scritti con una combinazione di caratteri e sillabari. Con un numero sufficiente di caratteri cinesi, conoscere una lingua permetteva di intuire almeno parzialmente le altre due. Tuttavia, il governo sudcoreano abolì ufficialmente l’uso dei caratteri nel 1970 e da allora essi sono gradualmente scomparsi dalla scrittura pubblica. Negli anni Novanta, molti giovani accademici scrivevano solo in Hangul, rendendo impossibile comprendere il coreano scritto senza conoscerlo bene - un altro ostacolo alla condivisione del sapere.
L’arrivo del buddhismo a metà VI secolo d.C. stimolò la fioritura di un’intera sfera della cultura storica giapponese. Al tempo stesso incoraggiò lo sviluppo delle credenze autoctone, trasformandole in una religione complementare espressa nei santuari piuttosto che nei templi. Ciò sfociò nello Shinto di Stato, che sostenne lo sforzo bellico durante la Guerra del Pacifico. Non è una colpa del buddhismo, ma è interessante domandarsi come si sarebbe evoluta la cultura giapponese senza il buddhismo e senza che le credenze autoctone fossero poste sulla difensiva.
Il confucianesimo fu introdotto alla corte Yamato da uno studioso di Baekje agli inizi del V secolo d.C. e venne poi rappresentato nella Costituzione in Diciassette Articoli promulgata dal reggente Shotoku Taishi nel 604 d.C. Accolto nel VII secolo, trasformò la corte Yamato in un’istituzione patriarcale e patrilineare. Con il periodo Nara (710-794 d.C.) si concluse l’epoca delle grandi sovrane, come quelle ricordate nel Nihon Shoki, e ancora oggi la legge vieta l’ereditarietà femminile al trono. Come sarebbe cambiato il Giappone senza queste influenze cinesi? E come sarebbe cambiata la Corea senza la stessa impronta confuciana? Le regine di Silla, appartenenti al rango dell’“Ossa Sacra”, potevano esercitare diritti (e riti) monarchici al pari dei loro parenti maschi; ma anche lì l’orientamento sempre più confuciano della corte portò all’esclusione delle donne dal potere. Se uno dei due paesi avesse evitato l’influenza confuciana, si sarebbe sviluppato in una società storica molto diversa.
JBW: Lei è specialista sia di archeologia coreana sia di quella giapponese. Quali sono, a suo avviso, le sfide principali che oggi affronta il suo campo di studi?
GLB: Dobbiamo resistere ai tentativi di letture nazionalistiche della storia, in particolare alla tendenza a usare i dati archeologici e storici per sostenere idee di superiorità etnica. Vi sono oggi casi in cui fazioni di destra, all’interno dei governi nazionali, interferiscono con i finanziamenti alla ricerca e con le strutture accademiche per i propri scopi. L’accademia deve restare libera da influenze politiche. Persino la designazione dei beni culturali da parte dell’UNESCO è diventata una sorta di competizione tra stati, ciascuno dei quali rivendica risorse archeologiche entro i propri confini come parte esclusiva della propria storia etnica. Quello che serve è un’“archeologia senza confini”, capace di rappresentare la varietà di culture e popoli che ci hanno preceduto e di riconoscerne il valore per ciò che erano.
JBW: Professor Barnes, nota una crescente attenzione, in ambito accademico, verso le relazioni antiche tra Corea e Giappone nel mondo accademico?
GLB: In Canada i due archeologi del Giappone sono andati in pensione, sostituiti da studiosi di Cina. Negli Stati Uniti esiste un solo programma di dottorato in archeologia giapponese, mentre altri due importanti archeologi di Corea e Giappone sono ormai in pensione; nel Regno Unito non ci sono docenti a tempo pieno in questo settore. I miei giovani colleghi in Europa non riescono ad ottenere posizioni permanenti, la maggior parte delle cattedre va a sinologi. Non posso dire che l’interesse accademico verso i rapporti Corea-Giappone stia crescendo.
JBW: Su questa linea, quali sono i temi che spera vengano maggiormente esplorati in futuro?
GLB: Serve una rilettura approfondita del Nihon Shoki e una sua nuova traduzione in inglese moderno. Occorre inoltre una maggiore produzione in lingua inglese da parte degli studiosi locali, il che richiede di spingere i ricercatori coreani e giapponesi a uscire dai propri circoli chiusi e inserirsi in una rete internazionale. Si tratta di ambienti accademici chiusi, in cui status e promozione dipendono solo da attività interne e non dalla reputazione internazionale. Come convincerli che è nel loro stesso interesse far conoscere il proprio lavoro e rendere l’archeologia coreana e giapponese più comprensibile anche fuori dall’Asia orientale?
Nonostante si cerchi di adottare un approccio regionale per esaminare lo sviluppo dell’Asia orientale, il problema nello svolgere attività archeologica è che tutte le informazioni sono organizzate in base agli stati moderni e alle rispettive lingue. C’è pochissima comunicazione tra gli archeologi dei paesi dell’Asia orientale e ancora meno con i loro colleghi nel resto del mondo. La barriera linguistica è viva e vegeta in quest’area, e ciò è particolarmente rilevante poiché una quantità enorme di ricerche archeologiche è stata condotta localmente negli ultimi 100-150 anni e rimane inaccessibile all’Occidente. Questo contrasta con quanto accaduto in molti altri paesi del mondo, che hanno sperimentato un’archeologia coloniale da parte di ricercatori occidentali o spedizioni archeologiche moderne provenienti da istituzioni occidentali. Tali esperienze hanno reso le risorse archeologiche di quei paesi note all’Occidente in un modo che non si riscontra nell’archeologia dell’Asia orientale.
Pertanto, abbiamo bisogno di molta più interazione tra studiosi, di traduzioni dei progressi locali, di progetti congiunti, di più pubblicazioni in inglese e di un maggior numero di archeologi occidentali competenti nelle lingue dell’Asia orientale.
JBW: Gina, grazie mille per il suo tempo e la sua disponibilità! Le auguro di avere tante felici avventure nella sua ricerca.
GLB: Grazie a lei per l’opportunità di discutere alcune delle questioni che circondano gli studi sui rapporti tra il Giappone e la Corea antichi. Credo nel “riprogrammare” socialmente il pendolo affinché torni a oscillare verso relazioni amichevoli, come abbiamo visto fino alla metà del I millennio d.C. Pur comprendendo gli elementi negativi, guardiamo al futuro concentrandoci su quelli positivi.
La professoressa Gina L. Barnes, originaria della California e cresciuta in Colorado, ha trascorso la sua vita professionale in Inghilterra, completando il dottorato sulla formazione dello stato giapponese presso l’Università del Michigan (1983) mentre insegnava archeologia dell’Asia orientale come Assistant Lecturer nel Dipartimento di Archeologia dell’Università di Cambridge (1981-1985). Ha lavorato brevemente all’Università di Leiden (1986), dove ha ampliato i propri interessi sulla formazione dello stato coreano, poi è tornata al St. John’s College di Cambridge come Senior Researcher (1987-1995).
Nel 1996 ha assunto il ruolo di Professore di Studi Giapponesi all’Università di Durham, da cui è andata in pensione come Professore Emerito nel 2006. Nel 1990 ha fondato l’East Asian Archaeology Network, che nel 1996 è diventata la Society for East Asian Archaeology (SEAA). È stata la prima Presidente (1996-1998), Tesoriere e Segretario ai Soci (2004-2012), e ha organizzato le prime due conferenze mondiali SEAA a Honolulu (1996) e Durham (2000).
Nel 2012 ha conseguito una laurea in Scienze della Terra (Geologia) presso la Open University ed è ora Fellow della Geological Society of London. È affiliata al Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Durham e possiede incarichi di Professorial Research Associate presso la SOAS University of London (nel Japan Research Centre e nel Dipartimento di Storia dell’Arte e Archeologia). Attualmente insegna archeologia coreana e giapponese nel Diploma in Asian Art della SOAS e nel corso di laurea magistrale “Archaeologies of Asia” dell’University College London.
Il suo principale volume è Archaeology of East Asia: the rise of civilization in China, Korea and Japan (Oxbow Books, 2015).
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