Søren Kierkegaard (1813-1855) è stato un filosofo danese, unanimemente considerato il primo esistenzialista, capace di influenzare pensatori di spicco quali Jean-Paul Sartre (1905-1980) e Martin Heidegger (1889-1976). La sua produzione speculativa riflette i temi dell'alienazione, dell'angoscia e dell'assurdo, e annovera opere fondamentali come Aut-Aut (1843), Timore e tremore (1843) e Il concetto dell'angoscia (1844).

Kierkegaard fu accolto favorevolmente dagli altri esponenti dell'esistenzialismo per la sua strenua difesa della centralità dell'individuo contrapposto a una società apatica e ostile. Tuttavia, a differenza di altri filosofi della medesima corrente, il suo corpus filosofico presenta una profonda impronta teologica. Denise Despeyroux, nel suo volume The Philosophers, osserva che la biografia di Søren fu segnata da dolorose vicissitudini che ne influenzarono la produzione - scritti caratterizzati da una "grande forza drammatica e poetica. Essi sono ricchi di parabole, aforismi, lettere e diari fittizi, nonché di personaggi pseudonimi e immaginari" (110). L'autrice aggiunge che il suo tormentato confronto con i dilemmi religiosi costituì un "potente stimolo" per gli altri scrittori e intellettuali della sua generazione.

Søren Kierkegaard nacque a Copenaghen, in Danimarca, il 5 maggio 1813, ultimo di sette figli all'interno di una famiglia benestante. Il padre, Michael Kierkegaard, era un facoltoso commerciante, mentre la madre, Ane Sørensdatter Lund, era stata in passato la domestica della prima moglie di Michael. Søren indicò proprio nella figura paterna l'influenza più significativa della sua esistenza. Il genitore soffriva tuttavia di gravi forme di ansia e tormento interiore, una condizione che lo stesso Søren 'ereditò'. Michael, uomo profondamente religioso e aderente a una corrente pietistica del luteranesimo, era convinto che, a causa dei suoi peccati passati - avendo egli un tempo maledetto Dio -, nessuno dei suoi figli sarebbe sopravvissuto oltre i 33 anni, l'età di Gesù Cristo alla sua crocifissione. Per una tragica coincidenza, cinque tra fratelli e sorelle di Søren, oltre alla madre Ane, morirono prima che il filosofo compisse ventun anni. Solo Søren e suo fratello Peter sopravvissero. Per Michael si trattava del segno manifesto di una punizione divina. Secondo quanto riportato da Jeremy Stangroom nel saggio The Great Philosophers, Søren sosteneva che la propria infanzia fosse stata "folle" e di "essere venuto al mondo come risultato di un crimine" (100). Purtroppo per Søren, il padre trasmise al figlio questa sua "visione religiosa pessimistica e cupa" (ibid.).

Nonostante un'infanzia caotica, la sua istruzione fu "sorprendentemente normale," frequentando una prestigiosa scuola privata - la Borgedydskolen - dove era considerato un outsider, "solitario, distaccato e intellettualmente superiore ai suoi compagni di classe" (ibid). Con la speranza di diventare pastore, come suggerito dal padre, all'età di 17 anni entrò all'Università di Copenaghen, dove studiò teologia, filosofia e letteratura. Nel 1838, mentre frequentava l'università, il padre morì, lasciandogli una cospicua eredità. Dopo la laurea nel 1840, iniziò la vita di pensatore e scrittore indipendente; tuttavia, sarebbe stata un'esistenza consumata dal tormentato interiore e dall'angoscia, evidenti in tutta la sua produzione.

Poco dopo la laurea, commise l'errore di fidanzarsi con Regine Olson, più giovane di lui di dieci anni. Si pentì del fidanzamento nell'istante stesso in cui fu suggellato. Un anno dopo, nel 1841, ruppe il fidanzamento, convinto che il proprio temperamento melanconico lo rendesse inadatto al matrimonio e ritenendo la giovane intellettualmente incompatibile. La relazione con Regine ebbe un effetto duraturo su Søren e sarebbe riemersa sia nei suoi diari sia in altre opere. Libero da un fidanzamento indesiderato e forte di una grande eredità, era ormai libero di intraprendere la carriera di scrittore. Curiosamente, nel corso di tutta la sua vita lasciò Copenaghen solo tre volte, trascorrendo la maggior parte del tempo libero a passeggiare per le strade della città o a frequentare il teatro.

Grazie ai suoi diari, che tenne a partire dai 21 anni, critici e sostenitori hanno avuto l'opportunità di comprendere sia la sua breve e tormentata esistenza, sia la sua filosofia. Utilizzando l'ironia, la satira e l'umorismo per argomentare le proprie tesi mentre scriveva sotto pseudonimo, egli permise ai lettori di concentrarsi sul messaggio anziché sul messaggero. Sotto pseudonimo compose una parodia di Georg Wilhelm Friedrich Hegel (1770-1831), uno dei principali filosofi dell'epoca, la cui dottrina era quella dominante in Danimarca. Al pari di altri filosofi del tempo, Hegel tentava di rendere la religione e la fede cristiana accessibili alla ragione. Kierkegaard sosteneva, al contrario, che sia la religione sia la fede cristiana si collocassero al di fuori della comprensione razionale.

Come già nei confronti di Hegel, le vedute filosofiche di Kierkegaard erano in contrasto con molti pensatori, sia passati sia contemporanei, riguardo al concetto di condizione umana. Egli riteneva che l'intera storia del pensiero si fosse occupata delle questioni sbagliate. Fin dall'epoca degli antichi greci, la filosofia si era servita della ragione e dell'esperienza per comprendere e dare un senso al mondo, fallendo però nel comprendere davvero la condizione umana. Kierkegaard scrisse: "Ogni epoca ha la sua caratteristica depravazione. La nostra non è forse il piacere o l'indulgenza nella sensualità, quanto piuttosto un durevole disprezzo panteistico per l'uomo singolo" (Stokes 145). Egli riteneva che alla sua epoca mancasse la passione.

Kierkegaard descrisse quella che definiva verità soggettiva e verità oggettiva. Una verità oggettiva è qualcosa di vero indipendentemente dal fatto che una persona voglia accettarlo o meno, mentre una verità soggettiva (che Kierkegaard prediligeva) è qualcosa che può essere vero per quel singolo individuo ma non per un altro. Le verità oggettive sono create da un gruppo e non ci si può affidare a esse "come fonte di intuizione, saggezza e verità" (Mannion, 126). Egli voleva scardinare la mentalità del pensiero di gruppo e tornare alle basi, rendendo il cristianesimo accessibile al cristiano comune. Riteneva che non dovesse esserci alcun intermediario. "La religione dovrebbe collocarsi direttamente tra l'individuo e Dio" (ibid). Kierkegaard scrisse che ciò può essere realizzato solo conducendo una vita conforme ai principi della propria fede, e non limitandosi ad andare in chiesa la domenica.

Il suo libro Aut-Aut presenta due modalità di esistenza relative a come una persona possa scegliere di vivere la propria vita. La modalità estetica è edonistica, enfatizza l'importanza della gratificazione immediata e del vivere il momento. La seconda modalità è quella etica, che si occupa del dovere e dell'obbligo, impegnando l'individuo in una vita morale. Vi è tuttavia una terza scelta - la sfera religiosa - in cui l'uomo può trovare la felicità e la realizzazione.

Kierkegaard celebrava l'individuo rispetto alla massa. Affermava che le credenze della massa fossero solitamente quelle errate e che essere umani significasse prendere decisioni e affrontare gli ostacoli che si parano sul cammino di una persona. Ogni scelta doveva essere compiuta in base ai propri meriti, libera dall'influenza dell'istruzione o della tradizione sociale; persino la visione sociale tradizionale della moralità è soggettiva. Un individuo non deve deviare né lasciarsi distogliere dalle proprie convinzioni a causa delle sfide poste da ciò che la società crede. Deve avere l'integrità di difendere ciò in cui crede. James Mannion nel suo Essentials of Philosophy ha scritto che "l'alienazione e l'ostracismo sociale ne sono il risultato sicuro … con la libertà arriva la paura" (125). Questa autoconsapevolezza e indipendenza non si ottengono facilmente, e l'individuo deve l'ottare contro le opinioni altrui. Kierkegaard affermava che la risposta naturale al condurre una vita intellettualmente indipendente fosse ciò che è noto come angst - un termine tedesco per indicare l'ansia. Egli riteneva che la chiesa e la teologia fossero di scarso aiuto nell'alleviare l'ansia, poiché costituiscono una filosofia illogica e indimostrabile.

Molti dei suoi contemporanei che lessero queste tesi assunsero che Kierkegaard fosse anticristiano; tuttavia, egli era in realtà profondamente cristiano, ma reputava che la chiesa avesse smarrito la via e desiderava diffondere il vero significato del cristianesimo. Affermò che "i cristiani danesi venivano sfornati dalla chiesa di stato danese con la massima uniformità possibile, proprio come un operaio di fabbrica" (Law 124). Per Kierkegaard, la maggior parte delle persone che si considerano cristiane nascono all'interno della propria fede e la praticano solo frequentando la chiesa la domenica e seguendo pedissequamente i dogmi ecclesiastici. Un vero cristiano deve vivere secondo i principi della sua fede. Egli affermava che la fede cristiana implicasse "il compiere un profondo impegno personale e l'accettare l'autorità divina al di sopra di ogni altra cosa" (124). Riteneva che l'"autentica fede cristiana" comportasse il compiere un salto, capace di trasformare la vita, al di là di ciò che è ragionevole e naturale. Si tratta di un salto della fede che l'individuo deve compiere ripetutamente.

Kierkegaard riteneva che la ragione possa solo danneggiare la fede, mai giustificarla. Il credo religioso è una questione di fede, non di ragione. Filosofi come René Descartes (1596-1650), Thomas Aquinas (m. 1274) e Saint Anselm of Canterbury (1033-1109), con argomenti ontologici, hanno tentato di dimostrare l'esistenza di Dio, ma ciò non ha nulla a che fare con la fede in Dio. Un individuo deve scegliere di credere in Dio con passione. Non si tratta di un esercizio intellettuale.

Nel suo Timore e tremore, Kierkegaard scrisse sotto lo pseudonimo di Johannes de Silentio o John of Silence. L'opera trattava del comando divino ad Abraham di sacrificare suo figlio Isaac. Per alcuni critici essa giustificava l'uccisione di un innocente, ma Kierkegaard era consapevole di questo punto e sottolineò che le azioni di Abraham erano dettate dall'amore, non dall'odio; erano un salto della fede. Immanuel Kant (1724-1084) considerava Abraham nel torto, poiché sacrificare un bambino innocente è immorale. Kierkegaard considerava la fede di Abraham come un esempio di fede giudaico-cristiana. Scrisse che Abraham aveva dimostrato la sua fede quando lasciò "la terra dei suoi padri e divenne un forestiero nella terra delle promesse. ... E là si trovava, il vecchio, con la sua unica speranza! Ma non dubitò, non guardò con ansia né a destra né a sinistra, non sfidò il cielo con le sue preghiere. Sapeva che era Dio Onnipotente che lo stava mettendo alla prova…" (Fear and Trembling, 20). Abraham aveva fede in qualcosa di diverso dalla legge morale. E come Abraham, un individuo deve avere fede in qualcosa di diverso dai principi morali che governano la società. Un vero cristiano è colui che comprende che il proprio dovere non è verso la legge morale, bensì verso un'autorità superiore, Dio, "la fonte della legge morale" (Law, 124-125).

Tra le opere più significative di Kierkegaard si annoverano:

Sebbene la causa esatta della sua morte sia incerta, Kierkegaard, il padre dell'esistenzialismo, morì a Copenaghen l'11 novembre 1855 all'età di 42 anni, forse di tubercolosi. Una tesi sostiene che le sue continue battaglie con la Chiesa e lo stress dovuto a ritmi di scrittura serrati abbiano compromesso la sua salute, portandolo al collasso e alla morte. Kierkegaard fu costantemente 'coinvolto' in controversie con la Chiesa luterana in Danimarca, con altri scrittori e con la società contemporanea. Sebbene la sua reputazione abbia risentito verso la fine della sua vita, gli sarebbe stato riconosciuto il merito di aver influenzato filosofi di spicco come i compagni esistenzialisti Jean-Paul Sartre e Martin Heidegger, oltre a Karl Popper e Ludwig Wittgenstein.

Secondo Stangroom, Kierkegaard era consapevole che i suoi scritti non sarebbero stati accettati durante la sua vita; la maggior parte delle sue opere fu scritta in modo anonimo. Solo in futuro la loro rilevanza sarebbe stata apprezzata. Fu solo dopo la Prima Guerra Mondiale (1914-18) e con l'emergere dell'esistenzialismo che divenne una figura intellettuale di primo piano. Ciò fu dovuto principalmente alla sua enfasi sull'importanza della libertà dell'individuo: egli si riferiva ai suoi pensieri come esistenziali. Secondo Stokes, Kierkegaard cercava la verità, una verità che fosse vera per lui e per la quale potesse vivere e morire. Questo era un tema cardine dell'esistenzialismo, e ciò lo rese il primo esistenzialista. Al cuore della filosofia di Kierkegaard vi era il concetto dell'irrazionalità che poteva essere interpretato come nichilismo, ma il nichilismo rifiuta tutti i principi religiosi e morali in quanto considera la vita priva di significato. Kierkegaard, naturalmente, non era un nichilista. Non rifiutava la religione; metteva soltanto in discussione la Chiesa in Danimarca così come la vedeva. Non negò mai di essere cristiano, detestava solo i cristiani della domenica.