Utu-Šamaš (anche noto come Babbar, Samas, Šamaš ed Utu), è il dio sumerico del Sole e della Giustizia divina. Nella tradizione sumerica è il figlio del dio della Luna, Nanna, e della dea della fertilità, Ningal, ma era anche conosciuto come Šamaš (Samas) dagli Accadi, i quali identificavano Anu oppure Enlil come suo padre.
Nella tradizione sumerica, egli è il fratello gemello di Inanna (dea della guerra, dell'amore e della sessualità), nonché fratello di Ereškigal (la regina dei morti) e di Iškur (anche noto come Adad, dio delle tempeste). È una delle divinità più importanti del pantheon dell'antica Mesopotamia ed è menzionato nei primi scritti sumerici risalenti attorno al 3500 a.C., sebbene apparentemente dopo la comparsa di Nanna.
Usualmente, Utu-Šamaš viene raffigurato come un anziano con una lunga barba dalle cui spalle emanano raggi di luce, ma viene anche rappresentato come il disco solare oppure, in età neo-assira (912 - 612 a.C., circa), come un disco alato. Il celebre Codice di Hammurabi (regno 1792 - 1750 a.C., circa) menziona Šamaš per nome e afferma che fu esattamente lui a fornire all'umanità la Legge.
Nei territori di Sumer, i suoi centri di culto si trovavano presso le città di Larsa ed Eridu, mentre a Nord, nei territori di Akkad, era venerato in particolar modo presso la città di Sippar. I suoi templi erano conosciuti come E-Babbar ("Casa Bianca", "Casa Splendente"), nome che si attribuì al dio come Babbar, che significa "colui che illumina".
La moglie di Utu-Šamaš era Šerida (in accadico, Aja/Aya), la dea dell'alba, che, nel periodo paleo-babilonese (1894 - 1595 a.C., circa), era la protettrice delle nadītu: si trattava di donne in clausura che si erano unicamente dedicate al divino, simili, per certi versi, a degli ordini di suore cattoliche nel Medioevo europeo e ancora ai giorni nostri. Le nadītu sono comunemente associate ad Utu-Šamaš poiché il loro tempio era annesso a quello ad egli dedicato, ma in realtà adoravano e servivano sua moglie Šerida/Aja/Aya.
I primi inni e poemi letterari dedicati a questa divinità con il nome di Šamaš (Samas) risalgono attorno al 2600 a.C., ma egli fu menzionato regolarmente come Utu o Šamaš nel corso della storia mesopotamica, dall'avvento della scrittura cuneiforme (3600/3500 a.C., circa) fino al suo abbandono, attorno al 100 a.C., dunque, per ben oltre tremila anni.
Il suo simbolo, il disco solare, raffigura un cerchio avente quattro punte che sporgono verso i punti cardinali e quattro linee ondulate che si irradiano in diagonale verso l'esterno, rappresentando rispettivamente il potere, la luce, il calore e la portata del Sole.
Poiché il Sole, nel suo percorso attraverso il cielo, poteva ovviamente vedere tutto ciò che accadeva sulla terra, Utu-Šamaš non era soltanto il portatore di luce ma anche l’arbitro della giustizia. L'accademico Jeremy Black osserva che:
rappresenta la luce brillante del Sole che ritorna ogni giorno per illuminare la vita dell'umanità, oltre a donare un calore benefico che fa crescere le piante.
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Si riteneva che la luce del Sole fosse in grado di penetrare e trapassare ogni livello della terra, fino agli inferi, e di illuminare il cuore umano. Non c'era quindi nulla che Utu-Šamaš non vedesse. L'accademico E. A. Wallis Budge riporta che:
Nei tempi più antichi si riteneva che attraversasse i cieli a piedi, ma in epoche successive lo faceva su un carro infuocato e trainato da animali guidati da un certo Bunene. Era considerato un dio benevolo poiché aiutava tutti coloro che si trovavano in difficoltà, ridava la vita ai morti e liberava chi era in catene. Possedendo il potere di vedere ovunque, conosceva ogni cosa e giudicava gli uomini con giustizia.
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Bunene, divinità minore, è spesso rappresentato come suo figlio ed era venerato presso le città di Sippar, Uruk ed Aššur come dio della Giustizia. In quanto figlio di Nanna, Utu-Šamaš era sempre indicato secondariamente rispetto al padre, ma non era affatto considerato di minore importanza. I suoi simboli e segni, così come i miti e gli inni, sono tra i più numerosi tra quelli recuperati nei reperti archeologici, nelle iscrizioni e nella letteratura dell'antica Mesopotamia.
Hammurabi, sovrano molto astuto e prudente, comprese bene che invocare il nome di Šamaš per il suo Codice di leggi avrebbe conferito a quest'ultimo un peso notevolmente maggiore. Ciò non significa che non credesse in questa divinità o nel suo potere, ma avrebbe potuto facilmente scegliere Marduk (che era, dopotutto, il dio protettore della sua stessa città, Babilonia) oppure Enki, ben noto come il dio della saggezza. Utu-Šamaš era tuttavia la scelta più ovvia, poiché la sua presenza era così evidente ogni giorno attraverso la luce del Sole.
Ogni mattina Utu-Šamaš emergeva dalle porte del cielo, ad Est. Due divinità minori gli spalancavano quelle porte mentre egli usciva e saliva sul suo carro per attraversare il cielo in direzione Ovest, dove altre due divinità gli aprivano le porte per farlo entrare. Riposava poi negli inferi finché, all'alba, non veniva svegliato dalla moglie e tornava nuovamente sul suo carro.
Si riteneva che l'ingresso negli inferi mesopotamici si trovasse ad Ovest, vicino alle porte occidentali del dio del Sole, e in alcune epoche si credeva che Utu-Šamaš scendesse negli inferi al tramonto per giudicare i morti. Il concetto del giudizio dei morti rappresenta un'interessante variazione rispetto alla visione tradizionale degli inferi nell'antica Mesopotamia, secondo la quale le anime dei defunti erano tutte eguali. La morte era il grande livellatore sociale che portava sovrani e mendicanti esattamente nello stesso luogo; non v'era alcuna distinzione tra Paradiso ed Inferno, ma solo un regno oscuro dove le anime mangiavano polvere e bevevano da pozzanghere fangose.
Nella credenza sumerica, tuttavia (in alcune epoche), i defunti venivano giudicati, e quel giudizio influiva sul loro futuro nell'aldilà, anche se in misura minima. L'accademico orientalista Samuel Noah Kramer scrive che:
I defunti non venivano trattati tutti allo stesso modo; esisteva un giudizio dei morti da parte del dio del Sole, Utu, ed in una certa misura anche da parte del dio della Luna, Nanna, e se il giudizio era favorevole, l'anima del defunto avrebbe presumibilmente vissuto in felicità ed appagamento, ottenendo tutto ciò che desiderava.
Tuttavia, ogni cosa sembra indicare che i Sumeri riponessero ben poca fiducia nella speranza di una vita beata nell'aldilà, anche per i buoni ed i meritevoli. In linea di massima, i Sumeri erano convinti che la vita nell'aldilà non fosse altro che un riflesso cupo e miserabile di quella terrena.
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Tuttavia, poiché il Sole era in grado di illuminare anche i luoghi più bui, sembra che vi fosse la speranza che Utu-Šamaš potesse raggiungere l'aldilà e toccare le anime dei defunti. Come suo padre, Nanna, Utu-Šamaš fungeva dunque da una sorta di ponte tra i vivi e coloro che ormai erano passati nell'aldilà.
Si credeva che cibo, acqua ed altre offerte dovessero continuare ad essere portate ai defunti perché essi continuavano ad esistere, semplicemente senza corpo, e quindi avevano bisogno di sostentamento.
A prescindere dall'esito del giudizio di Utu-Šamaš su di loro, era chiaro che le anime continuavano ad esistere per essere giudicate, e così i vivi continuavano ad onorarle con offerte. Se i defunti erano degni dell'attenzione del dio del Sole, anche i mortali potevano prendersi il tempo per onorarli e ricordarli. Utu-Šamaš è quasi sempre raffigurato come un benevolo benefattore, che elargisce liberamente i doni della vita, ma, come molte delle più importanti divinità mesopotamiche, era una personalità pienamente consapevole e non esitava a rifiutare una richiesta che gli causasse qualche possibile disagio o dispiacere.
La gran parte dei miti aventi come protagonista Utu-Šamaš ne sottolineano la gentilezza e la generosità. Ne Il Mito di Etana (che cronologicamente precede il regno di Sargon di Akkad, 2334 - 2279 a.C., circa), l'eroe chiede aiuto a Šamaš affinché sua moglie possa concepire un figlio ed erede al trono proprio mentre un'aquila ed un serpente sono in conflitto per la proprietà di un pioppo e chiedono anch'essi aiuto al dio. Questi si occupa di ogni loro richiesta con giustizia ed attenzione, proprio come aiuta l'eroe a sconfiggere il demone della Foresta di Cedri, Ḫumbaba, ne L'Epopea di Gilgameš. Tuttavia, egli non era sempre così accomodante.
Nella storia di Inanna e l’Albero di Huluppu, la dea Inanna prende un giovane albero di Huluppu (probabilmente un salice) e lo trapianta nella sua città, Uruk, pensando che, quando l'albero raggiungerà la maturità, ne userà il legno per realizzare un trono ed un divano su cui sdraiarsi. Con il passare degli anni, un serpente costruisce un nido tra le sue radici, un uccello Indugud nidifica tra i suoi rami e, al suo centro, s'insedia lo spirito maligno di una Lillitu. Quando una sera la dea Inanna va ad annaffiare il suo albero e trova questi ospiti indesiderati, si siede e piange per tutta la notte. All'alba, suo fratello gemello Utu-Šamaš sorge ad Est ed inizia il suo viaggio attraverso il cielo. Inanna lo chiama e gli racconta dei suoi guai, ma lui non può interrompere il suo percorso quotidiano e, anzi, le dice di non sentirne il bisogno. Inanna chiede allora aiuto a Gilgameš, il quale uccide il serpente, scaccia l'uccello e mette in fuga il demone Lillitu. In seguito, abbatte l'albero e lo dona alla dea Inanna affinché ne faccia il suo trono e il suo divano.
Questa stessa storia è raccontata, in parte, anche nel mito sumerico Gilgameš, Enkidu e gli Inferi, e la supplica della dea Inanna non viene interpretata come una richiesta egoistica perché, dall'albero, ella creò gli oggetti magici ritenuti esattamente quel sacro tamburo e quelle bacchette destinati a Gilgameš che avrebbe dovuto utilizzare per il bene ma che poi impiegò impropriamente per la guerra; tali oggetti gli furono sottratti e portati negli inferi. Questo pone quindi le basi affinché Enkidu, compagno d'armi di Gilgameš e suo migliore amico, si offra volontario per scendere negli inferi per riportarli indietro e, dopo che vi è rimasto intrappolato, Utu-Šamaš squarcia il velo affinché egli possa tornare, oppure, secondo alcune ulteriori interpretazioni testuali e letterarie, affinché i due amici possano parlarsi per un'ultima volta.
Questo mito mette in luce un aspetto centrale della personalità di Utu-Šamaš: il suo coinvolgimento negli aspetti più intimi della vita di una persona. L'accademico Jeremy Black commenta quest'agency, dopo aver elencato le caratteristiche del dio relativi al Sole ed alla Giustizia, notando che:
Un terzo elemento di Utu era il suo interesse diretto per le vicende dell'umanità. Uno dei primi sovrani leggendari di Uruk è descritto come "figlio di Utu" nel testo noto come Lista Reale Sumerica, ed Utu agì come speciale protettore di alcuni dei successivi ed eroici sovrani della città, tra i quali, ad esempio, proprio Gilgameš.
Nell'opera babilonese de L'Epopea di Gilgameš, Šamaš aiuta l’eroe a sconfiggere Ḫumbaba, il mostruoso guardiano della Foresta dei Cedri. Nel poema sumerico Il Sogno di Dumuzi, Utu aiuta Dumuzi a sfuggire ai demoni Galla (Gallû, in Accadico) da lui giunti per condurlo negli inferi.
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Ne L'Epopea di Gilgameš, Utu-Šamaš si distingue per la sua gentilezza e per la diligenza con cui veglia sull'eroe; per questo motivo, finì per essere considerato il dio protettore dei viaggiatori e dei vagabondi. Era inoltre associato agli dèi più potenti e persino al benefattore degli dèi, colui che forniva loro una dimora.
Ad un certo punto de L'Epopea di Gilgameš, quando Gilgameš ed Enkidu stanno partendo alla volta della Foresta dei Cedri, Gilgameš dice al suo compagno di avventure:
Dov'è l'uomo capace di arrampicarsi fino al cielo? Solo gli dèi vivono per sempre con il glorioso Šamaš, ma per noi esseri umani i giorni sono contati, le nostre occupazioni sono un soffio di vento.
(Sanders, 71)
Le speranze e i sogni, le aspirazioni e le lotte dell'umanità erano considerate poco più che un'illusione, ma Utu-Šamaš era eterno e avrebbe continuato ad esistere ben oltre il momento in cui ogni singola vita fosse diventata soltanto un ricordo. Sebbene il suo nome venne dimenticato con l'affermazione del Cristianesimo, la visione di un figlio amorevole di un dio, la luce del mondo, non lo fu affatto.